Bugie, omissioni o, nella migliore delle ipotesi, verità parziali nell’accordo di libero scambio, TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), oggetto di trattative segrete tra Stati Uniti e Unione europea.

Lo hanno denunciato tante associazioni, martedì 3 marzo, a Catania, nella Palestra Lupo. L’incontro ha rappresentato – dopo l’iniziativa del M5S a dicembre –  l’avvio, nella nostra città, di una campagna di informazione e contestazione del progetto, in sintonia con quanto sta avvenendo in altre parti d’Europa (sino ad oggi sono state raccolte un milione e mezzo di firme per bloccare le trattative) e negli stessi Stati Uniti, anche in vista della mobilitazione europea del prossimo 18 aprile.

Ha introdotto il dibattito Marco Bersani (Attac Italia), affermando che occorre, innanzitutto, fare chiarezza rispetto alla “pubblicità ingannevole” che la fa da padrona sull’argomento, servendosi anche di spot pubblicitari che deformano la realtà.

E’ stata, ad esempio, esaltata la possibilità di “liberare” gli scambi fra le due sponde dell’Atlantico, omettendo di dire che da almeno 15 anni le tariffe sulle impor­ta­zioni tra Europa e Stati Uniti sono minime.

Quello che, in effetti, si vuole ottenere è l’eliminazione delle cosiddette barriere non tariffarie, ovvero le norme per la sicu­rezza ali­men­tare, per la tutela dell’ambiente e dei con­su­ma­tori in genere e la possibilità per le multinazionali di non tener conto dei contratti di lavoro sottoscritti nei Paesi in cui esse operano.

Le multinazionali, vere sponsor dell’accordo, vogliono che venga generalizzata anche in Europa la normativa U.S.A.

La regolamentazione europea, basata sul “principio di precauzione”, assicura un elevato livello di protezione dei consumatori, stabilendo standard di sicurezza alimentare, sanitaria e fitosanitaria. Le norme USA, basate sul principio che la precauzione non ha nulla a che vedere con la scienza e rappresenta un puro strumento di gestione del rischio, sono invece molto più labili e la sperimentazione più permissiva.

Un esempio. Secondo il principio di precauzione, è possibile ritirare un prodotto dal mercato se sussiste il rischio che possa costituire un pericolo per la salute delle persone, anche nel caso in cui non ci siano dati scientifici sufficienti sui  quali basare una valutazione esauriente dello stesso rischio.

L’onere della prova è, inoltre, demandato all’azienda: tocca ad essa dimostrare la sicurezza del prodotto, non è l’autorità pubblica a dover richiedere una prova di dannosità.

Accade quindi che, attualmente, circa 30 000 prodotti chimici associati all’aumento di casi di cancro alla mammella e ai testicoli, alla infertilità maschile, al diabete e all’obesità, siano ancora in commercio negli USA, mentre non possono essere venduti in Europa.

Il “reciproco riconoscimento” delle normative USA-UE permetterebbe l’afflusso di prodotti USA che non dovrebbero più essere etichettati e il mercato europeo verrebbe invaso da prodotti alimentari contenenti Ogm, pesticidi, ormoni o altri tipi di sostanze attualmente non consentite in Europa.

Non è tutto. In caso di contenziosi tra investitori e stati, è previsto che si ricorra ad una sorta di arbitrato internazionale denominato ISDS (Investor-State Dispute Settlement) davanti al quale gli inve­sti­tori pri­vati possono tra­sci­nare i governi, con gravose richieste di risarcimento, nel caso in cui riten­gano che una certa legge nuoc­cia ai loro inte­ressi.

Gli Stati Uniti hanno insistito nel voler includere l’ ISDS in quasi tutti i trattati bilaterali di investimento stipulati fino ad oggi e già alcuni governi e i loro cittadini sono stati costretti a pagare costosissime multe per aver varato norme a tutela dei diritti e della salute che comportavano riduzione di profitti, anche solo potenziali, delle multinazionali,

Gli arbitri di questi “tribunali” non sono giudici di ruolo con pubblica autorità. Si tratta di commissioni arbitrali costituite da 3 avvocati scelti dalle parti, uno dei quali con funzione di giudice, e le loro sentenze sono inappellabili. E’ possibile così scavalcare i tribunali nazionali violando l’obbligo tradizionale di esaurire tutte le soluzioni giudiziarie locali prima di ricorrere alle corti internazionali.

Gli arbitri sono stati accusati di così tante irregolarità nell’applicazione della legge, che anche i sostenitori dell’idea dell’arbitrato internazionale ammettono un notevole calo di credibilità verso queste strutture. Una dichiarazione pubblica firmata da oltre 50 professori di diritto e altri accademici ha lanciato un appello per abolire questo sistema e restituire ai tribunali nazionali il diritto di decidere.

Un altro aspetto pro­ble­ma­tico del TTIP è quella che viene chia­mata «coo­pe­ra­zione nor­ma­tiva», attra­verso cui la discus­sione sulle norme rego­la­to­rie ver­rebbe tra­sfe­rita dalle isti­tu­zioni demo­cra­ti­che ad una serie di organi tec­no­cra­tici, offrendo alle grandi imprese, su entrambe le sponde dell’Atlantico, un’enorme influenza sul pro­ce­di­mento legislativo.

Altrettanto pericoloso, ha sottolineato il relatore, il tentativo, sempre più diffuso, di privatizzare i servizi pubblici, rendendo definitiva in Europa la vittoria dei “mercati finanziari”. Si tratta in particolare, come si legge su L’Espresso, del “Trade in services agreement (TISA), ovvero accordo di scambio sui servizi.

Gli interessi in gioco sono enormi: il settore servizi è il più grande nel mondo per posti di lavoro e produce il 70 per cento del prodotto interno lordo globale. L’aggressiva lobby “Coalition of Services Industries” porta avanti, ad esempio, un’agenda di privatizzazione dei servizi, dove Stati e governi sono semplicemente visti come un intralcio al business.

Bersani ha, infine, denunciato la gravità dell’attacco cui sono sottoposti i cosiddetti beni comuni (sui quali teoricamente non dovrebbe prevalere la logica del mercato). Alla crisi, che è sistemica, si risponde deresponsabilizzando le autorità pubbliche, accentuando i processi di deregolamentazione e riducendo le possibilità del controllo democratico.

E’ avvenuto nei confronti dei deputati europei che, per accedere alla documentazione relativa al TTIP, si sono dovuti recare presso il Consolato statunitense di Bruxelles, senza peraltro avere la possibilità di duplicare gli stessi documenti.

Nel corso dell’assembea, gli intervenuti hanno provato a ragionare su come questo processo generale incide concretamente sulla vita delle comunità e sono pervenuti ad un impegno comune per ampliare l’informazione, coinvolgere le autorità locali nella difesa dei territori, sviluppare modelli di consumo rispettosi dell’ambiente e delle popolazioni.

In sostanza, come diceva un vecchio slogan, provare a pensare globalmente mentre si agisce localmente.

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