Prostituzione e Fede. Vi sembra un contrasto stridente? Non lo è poi tanto. E la convivenza, la sintesi tra queste realtà che potrebbero sembrare per sempre lontane come rette parallele, l’altra sera era lì, davanti ai nostri occhi: si chiama Francesco Grasso per l’anagrafe e i benpensanti o anche Franchina per se stessa e i suoi clienti.

Era nella sala del cinema King dove hanno proiettato di nuovo e a grande richiesta “Gesù è morto per i peccati degli altri”, il bellissimo, delicato, commovente documentario della regista catanese Maria Arena, girato a San Berillo e presentato alla fine dell’anno scorso al 55esimo Festival dei popoli di Firenze.

Degrado ed elevazione, sacro e profano dove il profano spesso è fin troppo santo. Miseria, macerie, abbandono e grandezza umana, solidarietà, generosità, valori, sì valori, introvabili spesso nei palazzi eleganti di vetro e cemento. Tutto ciò convive tra i vicoli di San Berillo, definito in uno dei bellissimi brani musicali della colonna sonora “il più grande mercato del sesso povero d’Europa”.

Il racconto (Sette storie tra prostituzione e religione, recita il sottotitolo) è affidato a sette trans e “buttane” che si prostituiscono ancora oggi nei cadenti bassi del quartiere. Lì, negli anni ’30, abitavano la scrittrice Goliarda Sapienza e tanti altri, borghesi, commercianti, artigiani e professionisti, poveri e benestanti, prima che una spregiudicata operazione politico-commerciale sventrasse il quartiere e ne deportasse gli abitanti, forzando la vocazione del rione verso la deriva quasi unica della prostituzione.

Adesso nuovi borghesi sono tornati a San Berillo per acquistare quei ruderi, riconquistare la zona e convertirla a nuove redditizie speculazioni. Ma questa è un’altra storia che in questo momento vogliamo lasciare da parte.

Torniamo alle trans che si prostituiscono, amano Dio e sono certe di essere amate da lui. Sono Franchina, Meri, Alessia, unica donna, Marcella, Wonder, Totino, Santo. Prostituirsi è il loro lavoro e solo una, Wonder, dice di voler cambiare vita.
Non così le altre. “Rifarei tutto nella mia vita, perché so che c’è un uomo che mi ama più degli altri: Gesù Cristo”

“Io mi sento accettata da Dio – dice Franchina – lui mi ama così come sono”. E ancora: “Ci prostituiamo ma allo stesso tempo crediamo nel messaggio del Signore. Lui dice, io non sono venuto per guarire le contraddizioni, i peccati, non per salvare il mondo. Io sono venuto per salvare il cuore degli uomini”. “Lui non vuole che cambi la mia vita, il mio modo di vivere… vuole che cambi i rapporti con le persone nell’ambito in cui vivo”.
Sono tutte protagoniste ma Franchina forse è quella principale.

Lei che ha studiato, ed è arrivata al liceo classico, abbandonato poco prima del diploma e che dice: “La mia laurea è la strada”. Lei che ha scritto “Davanti alla porta”, un libro piccolo di pagine ma denso di umanità, un’autobiografia che è anche un affresco di San Berillo, della quale hanno tentato persino di scipparla. Lei che per se stessa e le sue compagne ha riscritto una singolare, toccante via Crucis, e ne ha fatto snodare la drammatizzazione lungo i vicoli del quartiere, con tanto di pesante croce passata di spalla in spalla.

Lei si racconta così: “Le prostitute hanno perduto il senso del loro corpo, non gli danno alcun valore, gli danno la morte. Quando siamo con un cliente il nostro corpo è un oggetto che non ci appartiene più. E’ la morte ma dopo la morte viene la resurrezione”. Le prostitute dentro sono ”fragili come farfalle ma si mostrano come ricci”.

Cos’è il peccato? “E’ solo la mancanza d’amore, di abbracci, di sorrisi”. “Non accettarmi è un problema degli altri, non mio”, dice Marcella. E Wonder: “Siamo di sangue come voi”.
Non c’è nulla da cambiare né nelle loro vite, né nel quartiere. Franchina vuole che rimanga così, esattamente com’è, a luci rosse. “Un emblema di Catania, come l’elefante” dice.

Auspica solo qualche ritocco alle strutture, interventi edilizi minimi, piccoli restauri sulle crepe più macroscopiche e servizi, come le fogne. E anche controlli e sicurezza. In cambio è pronta a pagare le tasse.

Maria Arena racconta le vite delle sette interpreti con delicatezza e rispetto; né con pruderie né con morbosità. Le segue nei locali della Caritas, alle lezioni del corso di badanti e operatori sanitari e dentro la folla delle feste cittadine, la Madonna del Carmelo e Sant’Agata.

A San Berillo non ci sono schemi, muri e recinti, definizioni con le quali i benpensanti tentano di etichettare gli individui, di costringerli, di imprigionarli. Lì non c’è più il signor Giuseppe; c’è la “signora Meri”, gay che ha tirato su da solo il figlio abbandonato dalla madre. Per vivere non ha trovato di meglio che prostituirsi.

All’inizio è stato allontanato da tutti i parenti che lo trattavano “come un appestato”. Adesso però anche il figlio non si vergogna di lui e lo presenta agli altri. “Questo è mio padre”, dice. Anche se è vestito da donna, anche se ha fatto il mestiere più antico del mondo per piccole somme di denaro, quelle poche decine di euro che rendono concorrenziale San Berillo rispetto ad altre zone dove le prostitute sono più giovani e belle e quindi più “care”.

Per alcuni, i tacchi a spillo, le ciglia finte, i reggiseni a balconcino, le minigonne ascellari sono solo abiti da lavoro. Dopo, il trucco diventa meno pesante, l’abbigliamento più casual, le scarpe più comode.

Raccontarsi così, mettersi a nudo è stato difficile per loro. Fare questo documentario non è stato facile nemmeno per la regista, catanese come la sceneggiatrice Josella Porto e il novanta per cento della troupe. Maria Arena è entrata a San Berillo sulle tracce di Goliarda Sapienza e vi ha vissuto per mesi e mesi; ha creduto nel progetto, per cinque lunghi anni, nonostante le difficoltà e la mancanza di fondi che sono poi arrivati grazie a Gabriella Manfrè, produttrice Invisibile film e a un crowdfunding internazionale.

Anche la colonna sonora, bellissima, è di musicisti catanesi sotto la direzione artistica di Stefano Ghittoni. Ci sono brani inediti di Kaballà, Cesare Basile, Agostino Tilotta, degli Uzeda e Salvatore Zinna.

“Gesù è morto per i peccati degli altri” sarà di nuovo proiettato al King di Catania il primo, il due e il tre aprile. Non perdetelo!

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