Alla vigilia della mobilitazione del 5 maggio, che coinvolgerà il mondo della scuola contro la cosiddetta ‘Buona Scuola’ di Renzi, un insegnante -precario da 25 anni- si confessa scegliendo di firmarsi con le sole iniziali, F.B.

Piuttosto che sottolineare i propri disagi, rivendica di aver lavorato con serietà e competenza, di non mai aver accettato l’idea che fare scuola significhi realizzare progetti che servono alla carriera del docente e non alla preparazione degli alunni. E considera la nuova ‘riforma’ alla stregua di una mano di colore dato alle pareti di una casa che corre il rischio di un cedimento strutturale.

Come condensare in poche righe 25 e più anni di attività lavorativa!? Sicuramente potrei essere definito un professionista esperto, ma siamo in Italia e sono soltanto un precario “preistorico” della scuola: un insegnante che non si è trovato al posto giusto nel momento giusto.

Il posto giusto è il cavillo della legge “ad hoc” che mi avrebbe permesso di entrare di ruolo.

Non avevo ancora raggiunto i 360 giorni lavorativi per accedere al doppio canale; non avevo insegnato in scuole di montagna in quegli anni scolastici precisi indicati da una legge che poi è stata dichiarata incostituzionale (ma i docenti assunti in virtù di quella norma non sono stati licenziati perché “erroneamente immessi in ruolo”!); non avevo, e grazie a Dio non ho, una patologia tale che mi permetta di scavalcare i colleghi, anche senza un giorno di servizio, salvo poi “miracolosamente guarire” qualche tempo dopo; e l’elenco di ciò che mi è mancato potrebbe essere lungo.

Non mi è mancata invece la tenacia e la voglia di insistere, di diventare un professionista serio, di avere rispetto di me e delle centinaia di persone che mi sono trovato davanti in questi anni.

Si potrebbe pensare che tutto questo onorevole curriculum possa essere un ottimo lasciapassare per entrare nella scuola dalla porta principale, qualora ai Dirigenti scolastici possa essere permesso di “scegliere” i docenti per il proprio istituto.

Chi vive ogni giorno in una istituzione scolastica, però, sa bene che un “bravo insegnante” non è quello che cerca di preparare bene i suoi studenti, che si adopera perché possano concludere i loro studi con competenza e maturità e con un programma svolto debitamente e possibilmente nella sua interezza (penso sempre che un argomento in meno spiegato ai miei ragazzi sia defraudarli di un loro diritto); che riesce ad essere coerente e corretto nella valutazione (anche se le pressioni e le ingerenze da parte delle famiglie sono sempre più difficili da sopportare).

Un bravo insegnante, secondo la nuova scuola, ma è già così da tanto tempo, è quello che riesce a vendere bene il prodotto, cioè a procurare nuovi iscritti; che organizza “eventi culturali” e promuove attività che spesso non hanno niente a che fare con i programmi scolastici: uno che si occupa di progetti alternativi.

Chi lavora nella maniera tradizionale sa benissimo quanto tempo occorre per preparare seriamente una lezione (le lezioni non possono mai essere uguali perché sono diversi gli allievi a cui sono destinate), per organizzare e poi correggere i compiti in classe. Il tempo, nei pomeriggi liberi dalle riunioni a scuola, non basta affatto!

Come fanno allora gli altri colleghi a svolgere attività alternative? Tolgono spazio al programma curriculare e spesso compensano queste mancanze con valutazioni altissime che mettono a tacere sul nascere eventuali obiezioni di alunni e genitori, notoriamente sensibili ai “numeri” più che ai contenuti!

E i Dirigenti scolastici? Mi dispiace dirlo, ma in tanti anni di lavoro e di dirigenze diverse ne ho conosciuti davvero pochi realmente preoccupati del fatto che gli alunni della propria scuola fossero debitamente preparati. Quasi nessuno controlla lo svolgimento dei programmi, le verifiche e le relazioni dei docenti a fine anno: spesso si può fare niente per tutto l’anno e nessuno se ne vuole accorgere!

Con queste premesse è facile comprendere come il mettere nelle mani di queste persone il futuro di tanti “veri” professionisti, come è previsto dal progetto Renzi, è un’operazione alquanto spregiudicata.

E le eventuali commissioni che dovrebbero valutare il merito degli insegnanti da chi dovrebbero essere composte? Da altri colleghi? Dai Dirigenti che, il giorno dopo la nomina, dimenticano del tutto di avere svolto il ruolo di insegnanti fino a qualche settimana prima?

Questa nuova “riforma” non si discosta per nulla da quelle tanto strombazzate negli anni precedenti. Se fossi un ingegnere direi che è l’ennesimo colore dato alle pareti di una casa che dovrebbe essere sanata perchè corre il rischio di un cedimento strutturale!

Non mi auguro più di entrare di ruolo nella scuola perché a 51 anni sono vecchio per sognare; perché non voglio essere vincolato fino a 67 anni; perché ho scoperto che il mio essere precario ha più di un vantaggio.

In questi anni ho conosciuto tante realtà e tanti colleghi (e molti veramente bravi), non sono ricattabile da parte dei Dirigenti; sono riuscito lo stesso a portare quasi sempre a casa un stipendio, anche se misero, ho mantenuto il rispetto di me stesso perché non sono mai ricorso a trucchi per arrivare all’agognato posto sicuro.

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One Response to “Scuola, un precario storico racconta…”

  1. bella dimostrazione di dignità! non è facile

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