Kojo ha 36 anni, viene dal Ghana, è un irregolare ma ha già il tesserino STP (Straniero Temporaneamente Presente) che gli è stato fornito al Pronto Soccorso. Avendo gravi disturbi intestinali e avendo diritto -con il suo tesserino- alle prestazioni cosiddette “essenziali”, si è recato presso uno degli ambulatori dedicati ai migranti.

Ne esistono presso gli ospedali Garibaldi (sia Centro sia Nesima) e Cannizzaro, e poi c’è quello dell’Asp, previsto nelle linee guida regionali e operante a Catania, in via Sardo, cinque mezze mattinate alla settimana.

E’ stato visitato e il medico, ritenendo necessario un approfondimento, gli ha prescritto una visita specialistica.

Per prenotarla Kojo deve, come tutti, telefonare ad uno dei numeri verdi del Centro Unico Prenotazioni. A chi di voi non è capitato di rimanere per un tempo infinito attaccati al telefono ascoltando una voce registrata che vi dice che “tutti gli operatori sono momentaneamente impegnati e che risponderanno appena possibile “? e vi invita anche a rimanere in linea “per non perdere la priorità acquisita”?

Nulla di nuovo quindi, direte voi. Ha avuto anche lui la sua dose di disservizio pubblico.
Eppure le differenze ci sono, eccome!
La chiamata ai Centri Prenotazioni (tranne che per quello del Garibaldi ) si può fare solo da un telefono fisso, ma Kojo non solo non ha un telefono fisso, non ha nemmeno una casa.

Si rivolge dunque a una delle associazioni disponibili a venire incontro alle esigenze dei migranti, dove sa che c’è un telefono fisso che però squilla già in continuazione per varie necessità.

Se si vuole aiutate Kojo, bisogna tenere il telefono occupato -per delle ore- solo per lui e rimanere collegati al numero verde ‘per non perdere la priorità acquisita’ in attesa che gli operatori si liberino. Pressocchè mai.

Se mai il numero del Centro si sbloccasse, Kojo avrebbe comunque il problema della lingua e dovrebbe, anche per questo, ricorrere all’aiuto di ‘interpreti’ volontari.

Domanda: non si potrebbe trovare -per queste persone- un sistema di prenotazione che non debba seguire questa trafila praticamente bloccata, magari presenziato da un mediatore culturale che possa aiutare a superare le difficoltà di comunicazione?
Non è tutto.

Kojo deve fare anche un accertamento diagnostico per il quale gli è stata fatta una ricetta ‘rossa’ ma senza il codice di esenzione. Deve quindi pagare il ticket, come tutti coloro che non ne sono esenti.

Non capendo bene la lingua e non avendo avuto le adeguate spiegazioni, non sa che sarebbe stato necessario fornire un attestato di indigenza.

Ad altri suoi amici sono state consegnate addirittura ricette bianche. Forse qualcuno pensa che un disperato senza fissa dimora preferisca fare un accertamento ‘a pagamento’ per non dover aspettare il suo turno nelle lunghe file di attesa?

Capita anche a noi, a volte, in un sistema sanitario comunque inadeguato e inefficiente, di decidere di scavalcare la fila e bruciare i tempi di attesa tirando fuori i soldi dalle nostre tasche, ma -per quanto fragili, come tutti coloro che hanno seri problemi di salute- non siamo probabilmente dei disperati senza fissa dimora.

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One Response to “Sanità per i migranti, l’odissea di Kojo”

  1. domenico stimolo
    maggio 8th, 2015 at 21:16

    Un metodo “folle” che, evidentemente, tiene conto solo delle “esigenze” di un sistema sanitario fine a se stesso ( locale, nella fattispecie) che non tiene conto dei bisogni delle persone.

    Eppure, come indicato nell’articolo, basterebbero rendere operative alcune elementari azioni….di funzionalità e di rispetto dei diritti umani.
    Però, come già avviene in maniera consolidata per il sistema d’uso….a favore di questi e di quelli: tempi ( lunghissimi,) visite e controlli specialistici , per i cittadini italiani ( catanesi e siciliani in generale) che di fatto rendono inutile il diritto alla sanità pubblica, ancor più questo avviene per i migranti.

    E, la Costituzione, sui diritti basilari dei cittadini, piange lacrime amare.
    Bisognerebbe strutturalmente rivoltare la Sicilia, a partire dai tanti pubblici “notabili” ( e dal sistema che li mantiene e si mantiene) che ci avvelenano la vita.

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