Con una votazione disertata dalle opposizioni, il governo Renzi è riuscito a portare a casa anche la nuova legge elettorale.

Certo non era questa la soluzione auspicabile, trattandosi di una legge che determinerà la formazione della Camera dei deputati, che si avvia ad essere il principale organo legislativo quando sarà completata la riforma costituzionale.

Il procedimento, infatti, è stato caratterizzato da una notevole serie di gravi forzature regolamentari, alcune delle quali di dubbia costituzionalità: questioni di fiducia su legge elettorale, sostituzione di parlamentari in Commissione, perché in dissenso con la linea del partito, superamento dell’ostruzionismo votando gli emendamenti raggruppati per analogia di contenuto, in modo che, una volta approvato o bocciato il primo, decadono tutti gli altri.

In democrazia le procedure rappresentano le garanzie e quindi sono la sostanza e oltretutto creano un precedente che potrebbe in futuro essere utilizzato per operazioni apertamente eversive.

Un vademecum ragionato ci sembra un modo utile per aiutarci a comprendere cosa ci aspetta nel prossimo futuro.

Rispetto alle precedenti stesure il premio di maggioranza, di 340 seggi, è stato portato al 40% dei voti (non più al 37%), e verrà attribuito al partito o lista, non più alla coalizione. Nel caso non venga da nessuna lista raggiunta questa soglia, si procederà al ballottaggio fra le prime due. I partiti o le liste non potranno coalizzarsi neppure al secondo turno, allo scopo di vincere il ballottaggio. Per accedere al riparto dei rimanenti seggi è prevista una soglia minima del 3% dei voti, senza distinzione tra forze coalizzate e non.

In tal modo potrà accadere che una lista che ottenga poco più del 25% dei voti possa partecipare al ballottaggio e vincere, contando su circa il 54% dei seggi.

Sono previsti un centinaio di piccoli collegi plurinominali (da 3 a 6 seggi) mentre le liste sono bloccate solo per quanto riguarda i capilista, con la conseguenza che le liste che potranno accedere al riparto dei seggi otterranno certamente l’elezione dei rispettivi capilista ma solo per il partito maggioritario, o poco più, i cittadini potranno esercitare il diritto di scegliere liberamente i propri rappresentanti.

Con tale meccanismo si può pertanto calcolare che la Camera sarà composta per circa 2/3 da capilista nominati e bloccati e solo per il restante 1/3 da deputati scelti con le preferenze.

Venendo al merito della legge, è indubbio che essa incide sulla forma di governo, pur senza una modifica formale della Costituzione: il leader del partito vincitore, infatti, non potrà che essere nominato Presidente del Consiglio, con un evidente condizionamento delle prerogative del Presidente della Repubblica.

Qualcuno ha parlato in proposito di Premierato assoluto. Certo ci si avvicina, anche se bisogna dire che fin dalle elezioni del 2001, con l’indicazione sulla scheda elettorale del nome dei candidati alla Presidenza del Consiglio, ci si è avvicinati al modello all’elezione diretta del Premier, anche se, almeno in teoria, resta la possibilità che, in caso di crisi di governo, il Presidente della Repubblica possa nominare un’altra personalità a presiedere un nuovo Governo.

Possibilità piuttosto remota proprio per il fatto che il Presidente del Consiglio e il suo Governo, tramite parlamentari “nominati” e non eletti, controllano il Parlamento, e non viceversa. Ma non bisogna però dimenticare che qualcosa di analogo accade anche in altri ordinamenti, quello britannico e quello francese.

Lo stesso ragionamento si può fare sul fatto che un partito con una limitata maggioranza relativa di voti conquisti la maggioranza assoluta dei seggi. Non si tratta certo di un passo in avanti per il nostro sistema politico-costituzionale, ma bisogna ricordare che questo avviene, e non da oggi, in molti altri ordinamenti democratici (Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti, ecc.), anche in rapporto al numero di votanti che tende sempre più ad abbassarsi.

Occorre invece domandarsi se questa legge elettorale fortemente maggioritaria, delinei un sistema che agevoli il formarsi di maggioranze alternative. E qui, ad onta delle dichiarazioni di esponenti della maggioranza, i conti non tornano.

In un sistema politico molto frammentato e con tre o quattro poli, una soglia di accesso alla rappresentanza (il 3%) troppo bassa e l’attribuzione del premio di maggioranza solo alla lista vincitrice e non alla coalizione, rischiano di impedire già da oggi una seria competizione, e in prospettiva la formazione di schieramenti alternativi all’attuale partito di maggioranza relativa.

In altri termini, i meccanismi premiali introdotti, disincentivando la formazione di coalizioni, rischiano di dare un colpo decisivo alla democrazia dell’alternanza. Sta proprio in questa prospettiva il rischio di un deprecabile ‘regime’ ed è vero solo in parte che in tal modo si impediranno compromessi e inciuci.

Consideriamo, ad esempio, la prassi delle Primarie, fiore all’occhiello del PD (peraltro prive di regole serie e valide per tutte le situazioni), dove la parola d’ordine recente è stata quella della massima apertura a simpatizzanti ed iscritti di altre forze politiche, con ciò snaturando in gran parte lo strumento stesso delle primarie. Anche la possibilità di candidarsi è stata estesa a personaggi del tutto estranei al Partito e alla sua storia, con risultati paradossali come ad Agrigento.

Vi è poi il fenomeno del trasformismo che sta assumendo dimensioni dilaganti, anche all’interno delle amministrazioni locali o regionali e particolarmente nelle regioni meridionali.

Per non dire, infine, che -anche all’interno dello stesso Partito Democratico- non si contano più gli esponenti di centrodestra che stanno salendo sul carro del vincitore, anche con l’incoraggiamento dei vertici nazionali, come è accaduto a Catania in occasione della confluenza in pompa magna dell’ex Articolo 4 alla presenza del vicesegretario Guerini.

Il trasformismo appare allora il risvolto della medaglia di questa legge elettorale. Si dice di volere evitare gli inciuci che caratterizzerebbero le coalizioni, ma questi, per logica intrinseca, oltre che per scelta politica, avvengono prima, già all’interno dello stesso partito di maggioranza.

Esistevano vie di uscita?

L’ideale sarebbe stato tornare al sistema proporzionale, nel quale ogni forza politica si presenta dinanzi agli elettori con il proprio profilo politico-programmatico, formando poi in maniera chiara e trasparente dei governi di coalizione sulla base di accordi programmatici pubblici e possibilmente scritti, come è avvenuto in Germania con la Gross Coalition.

Oppure, in alternativa, si poteva adottare un proporzionale corretto, con un piccolo premio di maggioranza (di non più del 5-8% di seggi) da attribuire alla coalizione vincente con almeno il 45% dei voti, in modo da non stravolgere la rappresentanza politica.

Ma ormai la frittata è fatta!

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One Response to “L’Italicum e il premierato assoluto”

  1. La “frittata” è indigeribile….Anche da chi abbia già il fegato aduso a qualsiasi schifezza…
    L’unica speranza è che tutti coloro cui sono a cuore la democrazia e la libertà, in una parola l’ITALIA, si coalizzino per ottenere un referendum popolare che spazzi via quest’obbrobrio innaturale, contro tutta la storia politica, sociale e culturale d’Italia.

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