Dove non poté il dissenso della base, anche interno agli Usa, poté il mancato raggiungimento del quorum. Il TTIP, il Trattato transatlantico per il commercio e gli investimenti che smantellerebbe le normative europee o nazionali anche in materia di lavoro, potrebbe subire una battuta d’arresto.

Lo leggiamo nell’articolo di Repubblica a firma di Federico Rampini intitolato “USA, Schiaffo ad Obama, No all’intesa sull’export con l’Asia” che parla della recente votazione alla Camera dei Rappresentanti USA sull’analogo del TTIP, il TIP, il “Trattato di liberalizzazione del commercio e degli investimenti con l’Asia-Pacifico”.

A contrastare la strada a questo nefasto accordo è stato il mancato raggiungimento del quorum prescritto per ottenere la corsia legislativa veloce, il che avrebbe consentito ad Obama di firmare in tempi ragionevoli il trattato stesso. Ciò a causa della avvenuta diserzione in massa dei deputati democratici del Congresso USA, compresa la capogruppo Nancy Pelosi, che non si sarebbero presentati al voto.

Si tratta certamente di un’ottima notizia. In primo luogo perché appare molto difficile, a questo punto, che l’iter del Trattato possa essere concluso prima della fine del mandato del Presidente USA; e poi perché riguarda pure il Trattato “gemello” del TTIP relativo all’area Europa-Atlantico che comporterebbe anch’esso una radicale “deregulation”, ispirata a un’ideologia ultraliberista. Questa battuta di arresto inciderà certamente sulla possibilità di una rapida conclusione del trattato TTIP, che si trova in una fase ancora più arretrata dei negoziati fra USA e Unione Europea.

Il dato più significativo è l’estensione della mobilitazione anti TIP e TTIP negli Stati Uniti, paese che almeno in base ad una prima impressione, sembrava essere il vero beneficiario della normativa che si vorrebbe approvare con i due Trattati, essendo di origine USA la maggior parte delle Compagnie multinazionali interessate.

Contro questi due trattati sono scesi in campo tutti i sindacati, i movimenti della sinistra di base, molte organizzazione ambientaliste, al cui fianco si sono schierati due dei leader più rappresentativi della sinistra del Partito Democratico, come Elizabeth Warren e il Sindaco di New York, Bill De Blasio.

La critica rivolta al TIP (ma discorso analogo vale per il TTIP) era che la normativa prevista in questi trattati rappresenterebbe una minaccia per i posti di lavoro di cittadini USA, nonché per l’ambiente. E ciò ha trovato un riscontro nel comportamento di molti deputati democratici in occasione della votazione sulla corsia legislativa veloce, cui si è accennato prima.

La nota tesi del Presidente USA è che proprio perché TIP e TTIP negoziano nuove regole fra nazioni sviluppate consentirebbero di inserire tutele dei lavoratori, della salute e dell’ambiente, ché altrimenti le nuove regole della globalizzazione verrebbero imposte dai paesi emergenti, leggi la Cina. Evidentemente molti suoi concittadini ed anche un consistente numero di deputati del Partito Democratico non hanno abboccato.

A fronte di quanto avvenuto nel Congresso USA va messo in evidenza come invece si sia sviluppato e proceda il negoziato sul TTIP da parte europea.

In primo luogo Commissione e Parlamento europeo hanno subìto ed avallato una prassi di segretezza assolutamente illegittima se confrontata, com’è doveroso, con i principi dei Trattati UE.

Inoltre va stigmatizzata l’assoluta subalternità, prima ancora che politica, culturale, della maggioranza al Parlamento europeo, costituita da popolari, socialisti e liberali, rispetto ai contenuti aberranti del Trattato TTIP, particolarmente in materia di diritti del lavoro, dell’ambiente e della salute, ma anche di sovranità e stato di diritto. Salvo qualche voce isolata, come Cofferati e pochi altri.

Quanto ai politici italiani presenti nel Parlamento nazionale, ad eccezione dei 5 stelle, di Sel e in parte Civati, si può solo stendere un velo pietoso.

Anche se i due trattati non saranno approvati sotto la presidenza Obama, saranno certamente riproposti nella stessa o in altra formulazione, soprattutto se il prossimo Presidente USA sarà un repubblicano, mentre appare francamente improbabile che paesi come la Cina o altri abbiano la forza di imporre regole ultra liberiste ad altri che non siano paesi in via di sviluppo!

Non bisogna comunque abbassare la guardia: occorre estendere la mobilitazione e la informazione quanto più è possibile.

Se è vero, tuttavia, che Obama usa strumentalmente le argomentazioni sui possibili futuri condizionamenti da parte delle economie emergenti (Cina, India), non bisogna trascurare che essi sono di fatto già in atto: basta entrare in una qualsiasi delle ormai innumerevoli cineserie, presenti soprattutto nei quartieri popolari, per rendersi conto che i prezzi bassissimi che vi vengono praticati sono la somma della pessima e spesso pericolosa qualità dei materiali e delle terrificanti condizioni economiche e di sicurezza dei lavoratori che li producono.

La chiusura, in Italia, di stabilimenti che non rispettavano le norme relative alla sicurezza e alla sanità sul posto di lavoro, il sequestro di giocattoli o di fuochi d’artificio -provenienti dalla Cina- costruiti con materiali tossici, dimostrano che sicurezza e salute vengono tutelate e garantite dalla legge italiana. Riflettere su questi esempi ci aiuta a capire cosa rischiamo di perdere e cosa dobbiamo a tutti costi difendere.

 

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