Non un atto di magistero isolato ma una sintesi corale che riprende pronunciamenti di vescovi, insegnamenti di patriarchi ortodossi, filosofi protestanti e mistici islamici. Questo e altro ancora scrive il teologo Pino Ruggieri della recente enciclica di papa Francesco, un grido di speranza e un’esortazione per tutti gli uomini che vogliano sottrarsi all’uso violento della natura e della realtà tutta. 

Un’analisi e una denuncia di grande forza quelle contenute nella enciclica Laudato si’ di papa Francesco, con il rischio però di un fraintendimento.

Non solo l’analisi dei danni che il progresso tecnologico sta recando all’ambiente causando inquinamento, cambiamento del clima, distruzione delle risorse naturali, della biodiversità, … ma anche, e forse soprattutto, la denuncia delle conseguenze di questo degrado ambientale sui più poveri e sugli esclusi.

Di fronte al disastro crescente il papa sottolinea anche la debolezza delle reazioni internazionali. L’umanità non dispone ancora della cultura necessaria per affrontare questa crisi e “la sottomissione della politica alla tecnologia e alla finanza si dimostra nel fallimento dei Vertici mondiali sull’ambiente. Ci sono troppi interessi particolari e molto facilmente l’interesse economico arriva a prevalere sul bene comune e a manipolare l’informazione per non vedere colpiti i suoi progetti” (n. 54).

È prevedibile inoltre che di fronte all’esaurimento di alcune risorse, si vada creando uno scenario favorevole per nuove guerre, mascherate con nobili rivendicazioni.

Un’analisi e una denuncia che rafforzano il gradimento che questo papa trova negli ambienti progressisti del nostro paese e fuori, come dimostra la battuta di Pier Luigi Bersani “Se vado via dal PD mi rifugio in Vaticano”.

Sia l’esortazione La gioia del vangelo (novembre 2013) che l’enciclica Laudato si’ (maggio 2015) conterrebbero infatti una critica del capitalismo che la sinistra in Italia non è capace di esprimere da almeno tre decenni.

Ma è una battuta che rischia di essere fuorviante, perché estrapola alcune affermazioni dal loro contesto, che è quello di un messaggio radicalmente religioso.

La lettura politica che ne vien fatta si contrappone a quella del cattolico neo liberista Michael Novak, fautore a suo tempo della politica economica di Ronald Reagan e aspramente critico per lo stesso motivo ai contenuti critici presenti ne La gioia del vangelo.

Il papa non si limita tuttavia a denunciare, ma delinea soprattutto un orizzonte alternativo disegnato dal vangelo della creazione. Questa è stata data in dono all’uomo.

La terra ci precede. Contro una visione riduttiva della natura come sistema che si analizza, si comprende e si gestisce, il papa ribadisce che la creazione può essere compresa solo come un dono che scaturisce dalla mano aperta del Padre di tutti, realtà illuminata dall’amore che ci convoca ad una comunione universale.

Il papa denuncia in questo contesto il mito dello sviluppo illimitato che di fatto si tramuta in un dominio violento sulla natura e sui deboli. In questa crisi del mito del progresso illimitato papa Francesco vede l’esito dei presupposti sui quali si è fondata l’epoca moderna.

L’autore più citato dall’Enciclica è il filosofo/teologo tedesco, ma di origine italiana, Romano Guardini , ricordato soprattutto per il libro, pubblicato nel 1950 “La fine dell’epoca moderna” (l’opera viene citata almeno 8 volte), dove è presente una critica radicale del presupposto illuminista dell’autonomia assoluta dell’uomo, considerato responsabile della crisi attuale.

Ad un’antropologia dell’individuo autonomo papa Francesco contrappone un’antropologia relazionale, fondata sulla fede cristiana nella Trinità di Dio. E a tutti chiede una vera e propria conversione.

Il papa non si rivolge infatti solo ai cristiani o agli uomini di buona volontà, ma agli abitanti della terra in quanto tali, perché prendano coscienza della crisi attuale e rinnovino la comprensione che hanno di se stessi.

L’enciclica si presenta ancora come una sintesi corale e non come un atto di magistero isolato.

Non solo vengono ripresi gli insegnamenti degli ultimi pontefici, ma, continuando nel solco aperto dall’esortazione La gioia del vangelo, vengono ripetutamente citati i pronunciamenti delle conferenze episcopali, soprattutto del Sud del mondo, dall’America latina all’Asia, all’Australia. Con particolare rilievo viene ancora richiamato, perché unito nella stessa preoccupazione, l’insegnamento del patriarca ortodosso Bartolomeo.

E il papa non manca di coinvolgere nel suo messaggio, che volte assume toni poetici, un mistico del sufismo islamico come Alì Al-Khawwas, ma anche un filosofo protestante come Paul Ricoeur o un cattolico sospetto come Teilhard de Chardin.

L’enciclica è in questo senso una chiamata a raccolta di tutti coloro che sono convinti che “l’ecologia integrale richiede apertura verso categorie che trascendono il linguaggio delle scienze esatte o della biologia e ci collegano con l’essenza dell’umano”. Queste parole sono riferite alla testimonianza di Francesco d’Assisi, la cui povertà e austerità “non erano un ascetismo solamente esteriore, ma qualcosa di più radicale: una rinuncia a fare della realtà un mero oggetto di uso e di dominio”: (n.11).

Senza timore di sbagliare sta in queste espressioni l’insegnamento centrale dell’enciclica: il richiamo ad una esperienza dove gli altri e la realtà tutta si sottraggono alla logica dell’uso, per essere coinvolti invece in una danza comune che imita e partecipa alla danza eterna dell’amore divino.

La politica non è esclusa da questo discorso, anzi vi trova la radice vera del suo impegno e il suo orientamento di fondo. Non è un caso che il discorso dell’enciclica, ancorché apparentemente pessimista, sia invece di frequente, e soprattutto nell’ultima parte, intessuto dal richiamo positivo a tutte quelle esperienze e azioni politiche in atto che, anche nel piccolo, cercano di invertire la tendenza alla distruzione progressiva del creato.

In questo senso l’enciclica è un forte grido di speranza che vuole motivare le donne e gli uomini tutti, in quanto tutti figli della terra, per una prassi responsabile verso Dio, da cui abbiamo ricevuto tutto, verso gli altri e verso la natura.

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