14 agosto, ultima data per inviare la domanda per le fasi B e C del piano straordinario di assunzioni nella scuola. Dovevano essere (vedi Buona scuola) 150.000 nuovi posti di lavoro, saranno circa 55.000. Non viene eliminato il precariato, comunque è parzialmente ridotto.

Oltre ai vincitori del concorso, ci si riferisce solo a una parte dei cosiddetti precari delle GAE (graduatorie ad esaurimento), mentre chi è collocato (pur essendo spesso in possesso dell’abilitazione all’insegnamento) in seconda e terza fascia è tagliato fuori dal piano.

Va, inoltre, precisato che per la fase B sono previsti pochi posti. Quest’ultima fase, insieme con le cosiddette fasi zero e A, risponde, infatti, alle esigenze del normale turn over (nella maggior parte dei casi, la sostituzione dei docenti andati in pensione).

La stragrande maggioranza delle assunzioni avverrà nella fase C: i precari (parliamo di docenti con un’età media di circa quaranta anni e molta ‘gavetta’ maturata) non saranno immessi in ruolo nella provincia dove hanno costantemente lavorato negli ultimi anni – e del cui impegno c’era evidentemente necessità – ma dovranno spostarsi in tutto il territorio nazionale.

Inoltre saranno sì assunti a tempo indeterminato ma, differentemente da tutti gli altri insegnanti, non occuperanno una loro cattedra. Saranno a disposizione delle cosiddette “reti di scuole” per essere chiamati, quando andrà bene, nei progetti di potenziamento o per fare i ‘tappabuchi’, sostituendo i colleghi assenti.

In sostanza, pur avendo una laurea e un’abilitazione all’insegnamento non saranno uguali agli altri docenti.

In questa situazione, non tutti hanno scelto di fare la domanda, preferendo restare nelle GAE della propria provincia, in attesa del loro scorrimento e della conseguente assunzione a tempo indeterminato.

Molti sono stati posti, dunque, di fronte a una scelta particolarmente complessa. Abbiamo parlato con due di loro, che chiameremo M e F, perché le loro paure e le loro scelte ben rappresentano le contraddizioni di tutti.

M. ha scelto di non presentare la domanda (chi rinuncia all’incarico ricevuto è escluso e da ogni graduatoria). E’ sposata, ha due figli (il più piccolo due anni), ha lavorato, da sette anni, sempre in provincia di Catania, il che, nonostante la precarietà, le ha permesso di organizzare la propria vita.

Se dovesse trasferirsi dovrebbe portare con sé il figlio più piccolo, separando il nucleo familiare, che verrebbe ricongiunto solo durante le ferie e/o le festività, visto che lo stipendio percepito servirebbe, a stento, a garantire alloggio e sopravvivenza.

Il Ministero ha reso ancora più difficile questa scelta. Infatti, nonostante la legge 107 affermi il contrario, nei siti ufficiali, per molto tempo, si è potuto leggere “soppressione” delle GAE, il che avrebbe comportato per M. dover ricominciare da zero.

Oggi il suddetto termine è sparito, rimane, però, un fondato dubbio sulle reali intenzioni del governo, cosa farà in futuro?

Dubbio reso ancora più drammatico dai comportamenti concreti tenuti dall’Esecutivo, per ultimo quando non ha sanato quanto stabilito dalla Corte di Giustizia Europea, secondo la quale tutti coloro che hanno lavorato per oltre 36 mesi su posto vacante hanno diritto a un contratto a tempo indeterminato.

F. ha superato i 50 anni, anche lei ha scelto – negli anni precedenti – di rimanere, precaria, a Catania, rinunciando a trasferirsi al nord. Se l’avesse fatto, ora sarebbe sicuramente occupata a “tempo indeterminato”.

Anche lei (andrebbe ricordato al governo che si tratta di un corpo docente a larga prevalenza femminile) ha preferito rimanere per non rimettere in discussione il proprio progetto di vita.

Oggi, che i figli sono cresciuti, anche se non sono economicamente autonomi, ha scelto di non rischiare, di cedere al ricatto. Andrà a lavorare nella provincia dove riceverà un incarico a tempo indeterminato.

Ha indicato le proprie preferenze, ma, tenendo conto che i tagli più significativi sono avvenuti nel meridione, è cosciente che il nord rappresenta la meta più probabile.

Così come è cosciente che peggiorerà la propria situazione economica, due case da mantenere, doppie bollette da pagare e almeno qualche “viaggio”, non di piacere, per mantenere contatti e rapporti. E tralasciamo il tema della ricostruzione di una rete significativa di relazioni personali.

Difficile a loro, e a tutte le altre/gli altri in queste condizioni, parlare di buona scuola.

Non abbiamo fiducia in una resipiscenza del governo, speriamo, almeno, che ci risparmi la beffa (e l’insulto) di indicare come ingrati e fannulloni tutti coloro che, per motivi più che validi, non hanno accettato di essere trasferiti di imperio in luoghi che non avevano scelto.

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2 Responses to “Scuola, i docenti con la valigia”

  1. Ma perchè meravigliarsi? La storia ci insegna che sono i lavoratori a dover inseguire il lavoro, non viceversa. Il precariato è una eccezione a questa regola: perversa per le persone, ma utile all’economia.
    E adesso lo stesso destino, dopo la Buona Scuola, toccherà alla buona Università.
    Il vero dramma è che ad legalizzare tutto ciò è un governo (autodichiarato) di sinistra!
    Bei tempi quelli della Falcucci…

  2. avremo docenti molto motivati… poveri noi…

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