Del  libro “Catania bene” si è parlato poco, ieri l’altro, a Palazzo Platamone. Il testo edito da Mondadori è diventato più che altro il pretesto per parlare di mafia, episodi, testimonianze, racconti di vita vissuta, alla presenza dell’autore, il magistrato Sebastiano Ardita. Hanno dato il via alla presentazione tre brani musicali, suonati dai ragazzi, non più bambini, dell’orchestra Falcone e Borsellino.

Nel corso dell’incontro organizzato dalla Fondazione La città Invisibile e dalla associazione Archè, – dicevamo- hanno trovato spazio i racconti delle esperienze dirette e indirette del commissario di polizia Mario Ravidà e del  giornalista Luciano Mirone, collaboratore dei Siciliani di Giuseppe Fava.

Molti i giovani presenti tra il pubblico, richiamati probabilmente dalla presenza -tra i relatori- di due rappresentanti di associazioni studentesche, Paolo Reitano di Archè e Alessandro Todero del gruppo universitario Orbis.

Ragazzi evidentemente interessati a capire qualcosa di più di una realtà sfuggente come la mafia che, ha detto Reitano, “molti coetanei ritengono sia presente solo a Palermo o in Calabria, non a Catania”. Una realtà che “immaginano come un fenomeno da set cinematografico, credono che sia ancora quella del film Il padrino”.

Non sono solo i giovani a pensare che a Catania la mafia non sia presente o sia comunque poca cosa. E’ infatti la mafia stessa che ha cercato di mimetizzarsi, di fare perdere le proprie tracce fino a far dimenticare la propria esistenza, sulla base di un progetto preciso, di una strategia lucidamente elaborata e perseguita da colui che, dagli anni Ottanta era divenuto il capo di Cosa Nostra catanese, Nitto Santapaola.

Alleato, per convenienza, dei Corleonesi ma molto diverso da loro nello stile, Santapaola -scrive Ardita nel suo libro- crea un ‘modello’ che si rivelerà vincente e duraturo, tanto da precorrere quel dialogo tra criminalità organizzata e istituzioni oggi comunemente definito ‘trattativa Stato-mafia’.

E’ il modello di una ‘lobby’ che evita lo scontro con lo Stato, si inabissa come realtà criminale per potersi dedicare soprattutto agli affari, arricchendosi e finendo per intrecciare il proprio destino a quello della buona borghesia locale, della ‘Catania bene’.

Santapaola frequentava imprenditori, politici e amministratori in occasioni di cerimonie private, pranzi e matrimoni, pur mantenendo un profilo basso per non dare troppo nell’occhio e arrivando a stabilire una sorta di patto di ‘co-gestione’ dell’ordine pubblico.

La difficoltà di contrastare la criminalità organizzata è stata testimoniata dal commissario Ravidà, a sua volta autore di un libro, ‘Carne da macello’, che ha raccontato la sua esperienza di uomo delle forze dell’ordine in tempi in cui non solo le scarse risorse economiche e la carenza di mezzi tecnici rendevano estremamente difficili le indagini ma anche la politica faceva la sua parte.

Era infatti una norma che personaggi e gruppi politici cercassero, in periodo elettorale, l’appoggio della mafia “cui poi non potevano dire di no”.

Ravidà ha espresso l’auspicio che i movimenti dal basso possano smuovere le coscienze e contribuire al cambiamento e ha ricordato il ruolo, purtroppo in genere negativo, svolto dall’informazione.

Un tema questo sviluppato soprattutto da Luciano Mirone, giornalista formatosi alla scuola di Pippo Fava e attuale direttore del periodico “L’informazione”.

Molto incisivi i suoi racconti delle esperienze giovanili, legate al ruolo svolto dal padre, alto ufficiale dei Carabinieri nel Trapanese. Ricorre ancora il nome di Santapaola, fermato a Castelvetrano in occasione dell’omicidio del sindaco Vito Lipari e definito da un ufficiale di stanza a Catania, nel corso di accertamenti, “amico dell’arma”.

A proposito di informazione Mirone evidenzia le tecniche adoperate -ad esempio dal quotidiano ‘monopolista’ La Sicilia- per spegnere l’attenzione sui fatti di mafia, dal silenzio alla ‘riduzione’ a margine delle notizie, alla denigrazione delle vittime (come accadde per Fava) alla insinuazione di dubbi e sospetti sulle reali cause dei crimini.

Cose note forse ai meno giovani, ma ugualmente interessanti e comunque significative soprattutto per i ragazzi presenti. La loro partecipazione e la loro presenza sono stati giustamente letti come motivo di speranza da Alfia Milazzo, presidente della ‘Fondazione La città Invisibile’ e moderatrice dell’incontro, che ha ricordato come la nostra città conservi il triste primato della delinquenza minorile.

E se Milazzo, ricordando anche il ruolo svolto dal giudice Scidà, ha ribadito che la Fondazione opera nei quartieri periferici per contrastare l’emarginazione con la cultura, è stato soprattutto Paolo Reitano dell’associazione Archè a sottolineare il ruolo fondamentale che dovrebbe svolgere la scuola.

“Uno Stato attento ai giovani -ha detto- non può non considerare la scuola un tassello fondamentale della formazione e per questo dovrebbe curarla e fornirla di tutti mezzi necessari”.

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2 Responses to ““Catania bene”, e si parla di mafia”

  1. Letto il libro. Nulla di nuovo

  2. Comitato Cittadino Porto del Sole
    settembre 28th, 2015 at 22:59

    Concittadino Andrea, è proprio questa la drammatica vergogna: nulla di nuovo, cioè il perdurare del silenzio che ha permesso e permette ancora il dominio mafioso su Catania. Un caso concreto? Il silenzio sul dossier giacente fin dal 2000 in Commissione Parlamentare Antimafia sul porto di Catania. Un silenzio assecondato perfino da certe associazioni che si definiscono antimafiose.

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