Il gusto di leggere ‘ad libitum’, vale a dire ciò che piace, ma anche in piena libertà, lontane dai condizionamenti della propaganda libraria, riunendosi nelle rispettive case. Così una decina di donne ha dato vita, a Catania, ad un circolo di lettura, di cui Argo ha già parlato.

L’ultimo testo che le amiche del circolo hanno letto è stato ‘La Ferocia’ di Nicola Lagioia su cui oggi Antonietta Milone ci propone alcuni spunti di riflessione.

Un romanzo di lettura difficile e, per certi versi, persino sgradevole, ma importante per capire i tempi che stiamo attraversando. Forse l’autore è convinto -come la poetessa inglese- che “raccontare la bellezza significa svilirla”? O ci vuol dire che l’incanto della bellezza non è concesso ai nostri giorni?

Niente è più distante dalla narrazione dei naturalisti di questo romanzo, “La ferocia” di Nicola Lagioia, in cui veniamo immersi nel voyeurismo di chi assiste all’omicidio d’una donna giovane e bella e ci ritroviamo ad ascoltare il monologo disperato di Orazio Basile, il malcapitato autore del sinistro stradale.

Le caratteristiche dell’autotrasportatore ci restituiscono un personaggio degno di C.E. Gadda e, quindi, ci sembra di accingerci a un giallo con una forte carica di denuncia sociale, tipo “Quer pasticciaccio di via Merulana” o “La donna della domenica” di Fruttero e Lucentini, ma subito restiamo frastornati dalla descrizione dei rapporti familiari dei Salvemini, protagonisti della vicenda.

Più ci inoltriamo nel racconto, più restiamo spiazzati dalle reazioni dei familiari alla notizia del “suicidio” di Clara: il padre alterna telefonate che danno disposizioni per le esequie con telefonate di affari, la sorella più piccola, Gioia, viene lasciata dormire finchè ne ha voglia; il primogenito, Ruggero, l’oncologo, si lascia andare a tirate pedagogiche, ma, tra una triste incombenza e l’altra, deve disdire più di un appuntamento con delle escort.

Ci prende un gran desiderio di lasciar seppellire in pace Clara, ma lo stile allucinato e incalzante di Lagioia ci riserva invece “il rito delle pacche sulle spalle” e ci serra nelle spire di un’indagine che non si risparmia nel mettere a fuoco tutti i giochi di ricatti incrociati e di simulazioni della famiglia Salvemini.

L’ambizione dell’autore è quella, abbastanza comune al romanzo italiano, di leggere la crisi morale della società contemporanea attraverso la breve parabola d’una famiglia di imprenditori edili pugliesi, che in tal modo assurge a paradigma di tutte le nequizie della società italiana e, nella fattispecie, meridionale.

Man mano che si sale lungo i gradini di un’ideale piramide sociale costituita dagli amanti di Clara, ritroviamo gli esemplari di una fauna umana che ci è già nota per le cronache dei quotidiani.

Il chirurgo dedito a scatti fotografici osceni che inizia Clara al consumo di cocaina; il direttore generale dell’università che viene incontro alle richieste della donna di licenziare dal giornale locale un cronista colpevole d’aver definito suo padre “il Genserico del Gargano”; infine Buffando, nome parlante, prima onorevole, poi sottosegretario, in ultimo, direttore di una fondazione meridionalista di facciata.

Tutti si presteranno alle mire e alla strumentalizzazione degli affetti familiari che promana dal capofamiglia, ma coinvolge tutti i personaggi nella diffusa e “feroce” corruzione da cui il romanzo trae il titolo. Sembra che la furia distruttiva dello scrittore non conosca alcuna forma di“pietas”.

Si veda il vuoto che lascia nella narrazione, nonostante gli orpelli stilistici –anzi proprio per questo- la psicologia di Annamaria, la madre, indagata con scarsa attendibilità perché priva di naturalezza.

In piena crisi coniugale essa finge un elegante distacco col marito e simula un ammirevole altruismo verso Michele, che non è figlio suo, pur di non veder mettere in crisi il suo status sociale.

La profonda ingiustizia d’una moderna famiglia “allargata” deflagra, creando nella figura della madre un vuoto che consente allo scrittore di esercitare il suo sguardo affilato e dispensare i suoi giudizi taglienti.

Per certi versi Lagioia ha scritto “Gli indifferenti” del XXI secolo facendo della ferocia la sua irrinunciabile cifra, quasi che l’indignata naturalezza di Moravia non bastasse a descrivere la crisi morale che stiamo vivendo.

E tuttavia la mostruosa bravura di Lagioia consiste nella padronanza dei suoi strumenti stilistici, primo fra tutti l’uso del flusso di coscienza che filtra le azioni attraverso varie soggettività e punti di vista dei personaggi; egli lo adopera come una moviola che inquadra di sghimbescio ambienti e attori in modo che gli spettatori dal confronto tra angolature sempre diverse possano continuamente mutare prospettiva, mantenendo tuttavia immutata l’incandescente soggettività dei sentimenti e delle emozioni.

Un unico esempio tra i tanti che si potrebbero fare, il monologo interiore di Michele, presentato come il ‘vendicatore inetto’. Un malato, forse bipolare, forse schizofrenico. L’autore ci immerge in una sua giornata a Roma.

Senza curarsi di un ordine narrativo (spesso il soggetto dell’azione ci viene detto alla fine dei capitoli col sicuro effetto di creare una tensione che incalza il lettore e gli mozza il respiro), lo scrittore presenta i pensieri e gli oggetti della visione del personaggio come realtà fattuali.

Si veda il modo con cui è introdotta la tigre, una fiera in un giardino di Roma, poi si dice che è un quadro, se ne dà l’intestazione e la localizzazione precisa: si tratta de “La visita della sera”, il museo è la Galleria d’arte moderna. La sua ferocia che sembra minacciosa agli altri rassicura invece Michele quasi si trovasse nell’angolo tranquillo di un’oasi.

Poi l’autore imbastisce un dialogo di Michele col notaio Valsecchi, che è un vero pezzo da antologia. S’interpone, suggerito dalla presenza del notaio, in flash back, il ricordo di un pranzo estivo “trimalcionesco” con la squadra dei muratori. Pasquale, il caposquadra, alla fine del banchetto esibisce la potenza dei suoi addominali facendo cento flessioni sul prato con Gioia a cavalluccio sul dorso. Fugace apparizione di Clara “attenta a non avvicinare nessuno di loro”.

Poi si riprende il colloquio col notaio, col quesito che spiazza Valsecchi: è possibile intestare tutti i suoi beni al padre? E in un crescendo degno di Amleto, si può, ancora, sottoscrivere una scrittura in cui si autorizzano i medici “all’espianto degli organi vitali, in via del tutto preventiva, se dovessero servire a suo padre”?

Il notaio resta basito, perché ha appena fatto sottoscrivere a Michele un atto di restituzione al padre di una villa sulla costa del Gargano che lascia il figlio povero in canna. Il gioco di simulazioni del dialogo serve a caratterizzare Michele come un “completo idiota”.

Di seguito, il giovane deve recarsi a consegnare un articolo al giornale, ma immerso nelle sue riflessioni, sbaglia autobus e si ritrova sull’Appia antica. In questa apparente divagazione lo scrittore inserisce il sogno di cui Michele si ricorda all’improvviso, che è una vera e propria premonizione della morte di Clara, il sogno del corvo femmina che annegava nel suo stesso sangue.

Nello stesso capitolo poche pagine prima, l’autore aveva fatto concludere l’apparizione di Clara con un gratuito “i corvi erano grida senza corpo, così quella era la voce del cielo”.

Si arguisce che –appreso l’evento- il vendicatore è pronto all’azione, ma i lettori sono in partenza consapevoli che la sua vendetta sarà autodistruttiva e inutile.

E’ come se, con l’uso di mezzi espressivi così esuberanti –a volte spediti come una scenografia, a volte oracolari, enigmatici e artificiali fino al limite dell’oscurità- una vera e propria impalcatura di auto-immagini, lo scrittore adornasse una materia di per sé fatiscente, quasi plasmasse un corpo femminile di antica bellezza, ormai putrido, per ammantarlo di abiti griffati, accessori, guanti e cappello sofisticati, sì da soffocarlo con la sua sontuosa strumentazione estetica, per far meglio risaltare miseria morale e morte.

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