Può dirsi felice un uomo inquieto che muore avendo realizzato ciò che dava senso a tutta la sua vita?

La risposta, affermativa, emerge a conclusione del romanzo di Giorgio Fontana, “Morte di un uomo felice”, pubblicato da Sellerio, letto e discusso dalle donne del Circolo di lettura “Libri in libertà”. Ce ne parla oggi Antonietta Milone,

E’ proprio una bella sfida per uno scrittore così giovane cercare di elaborare il dramma di una nazione e illuminare della luce della riconciliazione un’intera storia di torti e di lacerazioni reciproche.

Si deve riconoscere che è più facile cogliere un obiettivo così ambizioso, se le motivazioni di tale ricerca si nutrono di ragioni e suggestioni personali e se si è sostenuti dalla ferma volontà d’indagare gli avvenimenti che si verificarono in Italia all’inizio degli anni ottanta, quando il terrorismo entra nella sua sanguinosa fase terminale.

Il 1981 è insieme l’anno di nascita di Giorgio Fontana, lo scrittore che ha vinto nel 2014 il premio Campiello, e lo sfondo temporale della vicenda narrata.

Il protagonista è un magistrato milanese, Giacomo Colnaghi, che trasferisce nel suo lavoro una grande sete di giustizia, alimentata da un’intensa fede religiosa e connaturata in lui sin dall’infanzia per la perdita del padre, operaio in una fabbrica di viti a Saronno, ucciso dai fascisti poco prima della Liberazione.

Essere degno del modello del padre, aderirvi strettamente fin quasi a combaciare con lui, man mano che la storia si dipana, comporta che l’alone di eroismo –enfatizzato da Giacomo bambino per il tenace silenzio imposto a casa dalla madre e dal nonno materno- debba scommettersi con la realtà, addivenire a un ideale rendiconto.

La trama presenta,quindi, due storie parallele, di due uomini giusti, che hanno pagato entrambi con la vita la fedeltà allo stesso ideale, in due epoche altrettanto arroventate della storia d’Italia.

Il magistrato Colnaghi -ispirato alla persona e alla vicenda umana del giudice Emidio Alessandrini– organizza come il giudice Falcone un team di colleghi, distanti per classe e per convincimento politico, unendo così idealmente la penisola (Micillo è meridionale, di ottima famiglia e raccomandato, la Franz è di sinistra, femminista e friulana, il sostituto procuratore, pur nella sua umiltà, è una speranza del foro di Milano, che ha dato un forte contributo di vite umane e di professionalità alla lotta contro il terrorismo).

La storia non segue nei singoli dettagli l’inchiesta giudiziaria e non esalta con colpi di scena propri dei romanzi d’azione arresti o iniziative criminali, preferisce aderire ad una quotidianità piatta, ma nel profondo tragica, secondo il modello di Bernanos e dichiara subito onestamente la propria convinzione che non esista pena, biblicamente intesa come retribuzione, o commisurata all’atrocità del delitto.

Parlando in un’aula scolastica ai parenti e al figlio quindicenne di una vittima del terrorismo, il sostituto procuratore dice: “Niente riparerà il vostro torto. So che una pena giusta non riporterà indietro il tuo papà, Luigi,e non riporterà indietro nessuna delle persone che ci hanno tolto. E’ atroce e non so davvero cosa fare, non ho alcuna risposta al vostro dolore.”

L’autenticità di tale risposta è messa in risalto nei capitoli in corsivo che seguono come storia parallela la scelta e la tragica fine di Ernesto, il padre del giudice.

Anche Colnaghi si era trovato nell’infanzia nella condizione di quel ragazzino che non può accettare soddisfazione diversa dalla morte al suo desiderio di giustizia, ma il suo travaglio di giudice e di cristiano ora gli detta semplicemente questa risposta: “Per la vendetta non sono la persona indicata”.

Perciò non ci sorprende che le vittime siano tenute insieme da fili sottili che li legano a distanza, prima fra tutti la riflessione sulla legittimità della violenza (quella dei partigiani, ammessa, e quella dei terroristi, condannata).

L’autore, tuttavia, si spinge coraggiosamente più avanti in uno sforzo di comprensione umana che include anche i terroristi. Non vi sono nel romanzo, non dico carnefici, ma neanche nemici che si sottraggano alla lucidità e alla pietas dello scrittore.

L’amore che non giudica: il riferimento, nel testo, alla poesia di Dylan Thomas si sostanzia di questo tentativo di contenere in sé le storie dei propri ascendenti e assimilare in sé le storie degli altri, anche dei nemici, e comprenderli come prossimo, senza lasciarne cadere alcuna e senza privare alcuno della dignità che gli spetta.

Rispetto all’oggi, traspare ancora forte, alla fine degli anni ’70, nonostante le lacerazioni sociali, la coesione della società italiana, che forse non aveva perduto del tutto il suo fondamento popolare: un amalgama di cristianesimo sociale e di marxismo assai poco ideologico, che si era temprato a suo tempo nell’azione dei CLN.

Nella scena del colloquio col terrorista, successiva all’interrogatorio, abbiamo al centro, come in tutto il romanzo, il concetto di giustizia che anima entrambi i personaggi, persino con uno scambio dei loro linguaggi.

Meraviglia, il terrorista, appare Colnaghi come un ragazzo che ha il suo stesso retroterra culturale (anche lui, a suo tempo frequentava l’oratorio ), ha sete di giustizia e sogna un’Italia diversa, ma quello che ci colpisce di più è che il proletario combattente usi un linguaggio evangelico e dica che la sua giustizia “è dettata dagli umili e dagli oppressi”, mentre il giudice ribatte: “Tutta questa violenza chiederà vendetta. La sta già chiedendo”.

E’ sempre la riflessione su vendetta o giustizia che sta al centro del dialogo tra il magistrato e la teologa, vero centro propulsore e conclusione ideale del libro.

La professoressa Borghi respinge la vulgata secondo cui il Dio dell’Antico Testamento sia pieno d’ira. “Lo è perché è pieno di passione: tiene così tanto all’uomo da indignarsi. …ma la giustizia divina non ha nulla di indifferente, non si limita a retribuire o a compensare il male compiuto: vuole ristabilire un ordine nuovo. E’ misericordia, Tsedaqah”.

Nella profonda religiosità dell’eroe protagonista, stupefacente in un autore che si defisce ateo, trova naturale collocazione l’altro grande tema del romanzo, la morte, con cui ad ogni pagina si confronta il magistrato, anche attraverso dolenti presagi, sino al crescendo finale dei tre capitoli dove egli si congeda dalla madre, dal figlioletto e dall’amico.

Un’ultima osservazione sullo stile del romanzo, prevalentemente d’impostazione saggistica, visto che l’autore è consapevole che l’argomento trattato, per essere efficace, deve puntare su una notevole capacità di documentazione, senza tuttavia sacrificare le reazioni psicologiche dei personaggi e il riflettersi degli avvenimenti nella coscienza del protagonista.

Ma Fontana ci riserva la sorpresa più felice nel rivelarsi un magnifico pittore di atmosfere, dalle periferie milanesi coi loro interni grigi e familiari, all’afa irrespirabile che a luglio avvolge Milano in una cappa; lo scrittore quasi si commuove nel vedere a volte i portoni di certe strade dimesse schiudersi, come per incantesimo, rivelando “una vecchia corte, un albero, un’aiola fiorita” o si compiace di scorgere dall’alto di un tram che si snoda sinuoso attraverso piazze concentriche la sua città aprirsi a ventaglio, ammiccando al passeggero col bagliore di una insegna luminosa o di una vetrina.

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One Response to “Giorgio Fontana alle prese con vendetta, giustizia e misericordia”

  1. Grazie Antonietta, hai evidenziato benissimo tutto quello che c’è di bello in questo libro che ho letto con piacere ed interesse qualche tempo fa.

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