Dal terrorismo con la dura appendice del carcere e dalla breve esperienza femminista, un lungo filo rosso l’ha condotta a quello che è adesso, a interessarsi di marginalità ma anche di riscatto, di sofferenza ma anche di forza, di voglia di reagire.

Susanna Ronconi, ricercatrice del Forum droghe,  ha presentato nei giorni scorsi nella sede della Lila di Catania il suo libro “Recluse. Lo sguardo delle differenze femminili”, scritto a quattro mani con Grazia Zuffa per i tipi di Ediesse edizioni.

Sono interviste a donne detenute nelle carceri di Sollicciano, Empoli e Pisa. La ricerca nacque da un incarico della Regione Toscana che si interrogava sui casi di autolesionismo e di tentati suicidi nelle sezioni femminili delle carceri. Da lì il discorso si è però allargato alla detenzione vista con gli occhi delle detenute, non escludendo nemmeno le opinioni di agenti e educatrici.

Lo sguardo delle autrici non si è, però, fermato solo ai fattori di stress, di sofferenza di queste donne ma anche alla loro forza. Nessuna indulgenza verso lo stereotipo della debolezza ma la ricerca delle strategie personali, delle loro risorse, dei fattori di tenuta, di resistenza e resilienza. “Sto male. Cerco di tenermi intera ma sto andando verso il cambiamento”, insomma.

“Una volta entrate nelle sezioni – racconta  Susanna Ronconi –  da sola, faccia a faccia con le singole recluse, nemmeno la più fragile di esse ha taciuto le sue strategie per resistere”.

Ssanna Ronconi a CataniaC’è, nel libro, quello che Ronconi definisce “ottimismo riformista”. Nonostante cioè le autrici si rendano conto dell’insopprimibile sofferenza insita nella detenzione si battono perché almeno sia cancellata la sofferenza aggiuntiva, non necessaria.

Come quella, a esempio,  che porta una madre ad attendere quattro mesi prima di poter parlare al telefono con il figlio.

“Se sono ineliminabili i dispositivi costitutivi di un’istituzione totale che incidono non solo sulla vita delle persone ma anche sulla loro percezione di sé, cancelliamo almeno le sofferenze aggiuntive e non necessarie, quelle per le quali non vengono riconosciuti diritti umani e civili inalienabili”.

E’ ottimista Susanna Ronconi: “I direttori delle carceri hanno un grande potere nel bene e nel male ma sono fiduciosa nelle soggettività di chi lavora dentro”.

Quanto incide sulla vita delle detenute chi lavora dentro l’istituzione? Quanto sono presenti agenti, educatrici, assistenti sociali, psicologi? Molto gli agenti -è inevitabile- giù giù fino agli psicologi che brillano per assenza, non per loro volontà ma per le poche ore disponibili.

Ssanna Ronconi a CataniaLe autrici analizzano le relazioni tra detenute e agenti, viste talora come aguzzine, talora come mamme.

Ci sono, poi, i rapporti tra detenute, talora fonte di stress e talora di forza.

E la visione che le detenute hanno di sé. Quelle che soffrono per la lontananza dagli affetti, soprattutto dai figli. Quelle che si ritengono degne di un doppio biasimo, perché autrici di reati e perché lontane dal cliché di madre imposto dalla società e da loro evidentemente interiorizzato.

Da Recluse: “Il bambino, quello piccolo, è in casa famiglia da sei mesi. […] Allora hanno aperto questa pratica di adottabilità, io sono andata all’udienza chiedendo che il bambino piccolo potesse andare da mia sorella; mia sorella si è resa disponibile a prenderlo. A tutt’oggi non sa ancora niente, questa cosa a me mi destabilizza in una maniera…“

E ancora da Recluse: “Stando qui ho avuto modo di pensare e ho capito quanto li ho fatti soffrire ed è brutto. Perché quando arrivi a pensare… Sì, io ho la mia sofferenza ma perché me la sono cercata, loro poverini non l’hanno cercata questa sofferenza.”

Ci sono forti legami anche tra detenute molto lontane tra loro per età, dove la maggiore diventa per la più giovane “mentore oltre che mamma”.

Ssanna Ronconi a CataniaLe donne sono una percentuale minoritaria dell’intera popolazione detenuta italiana, appena il 4%.- dice Susanna Ronconi -I due terzi delle condanne sono per reati di poco conto, puniti con pene al di sotto dei tre anni. Perché le donne vanno a finire in carcere? Non potrebbero avere altre possibilità? Gran parte della detenzione femminile forse potrebbe essere trattata diversamente”.

Quando è entrata nella sezione femminile di Sollicciano, Susanna Ronconi ha provato una forte emozione. Lei che ha militato nelle Br e in Prima Linea, quel carcere lo ha conosciuto bene, nell’isolamento di una cella del carcere duro. Cosa ha recuperato di quella esperienza? Ha potuto ricavarne qualcosa di positivo?

“Si, certo- risponde- la coscienza di me. Quell’esperienza ha messo in moto le mie risorse personali , è stata un’opportunità di riflessione. E la conoscenza di tante donne mi ha arricchito”.

Susanna Ronconi dal 71 al 74 ha preso parte al movimento femminista, a Padova. Militava in Lotta femminista. parola d’ordine: Salario per il lavoro domestico. Anche questa esperienza l’ha aiutata a ricostruire la sua vita, se stessa, così come è adesso. Anche da qui nasce Recluse.

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