Ci risiamo con i rifiuti, ed ancora una volta la Sicilia dimostra di essere il fanalino di coda di un’ Italia che comunque non brilla rispetto ai paesi dell’UE.

Anziché promuovere ed attivare comportamenti virtuosi in merito alla raccolta differenziata ci si adegua – con varianti – al decreto Renzi, lo “sblocca Italia”, favorevole alla costruzione di due mega-termovalorizzatori nell’isola, dieci in tutta Italia.

A dirsi soddisfatta di questa scelta fatta alla Conferenza Stato Regioni, che si è tenuta a Roma lo scorso 4 febbraio, è stata innanzi tutto l’assessora Mariella Lo Bello. Il testo prevede infatti che possano essere costruiti più di due inceneritori e apre la porta ai sei mini impianti proposti da Crocetta.

Nessuna seria valutazione dei problemi di gestione e controllo posti da questa tipologia di impianti che necessita di personale altamente specializzato. Quali sarebbero i vantaggi delle piccole dimensioni?

Si dice soddisfatto anche il ministro dell’ambiente Galletta perché così ‘si creerà una rete unica di smaltimento a livello nazionale e si imposterà un lavoro serio e coordinato’ che servirà a “contrastare le infrazioni comunitarie cui l’Italia è esposta”.

Sullo sblocca Italia pende tuttavia la questione di legittimità costituzionale. La legge infatti è stata impugnata davanti alla Corte Costituzionale da 7 regioni (Lombardia, Veneto, Abruzzo, Campani , Calabria, Marche e Puglia, regioni autonome di Trento e Bolzano).

Significativa l’assenza della Sicilia, e comunque si aspetta ancora il parere della Corte.

I sostenitori dei ‘termovalorizzatori’ ritengono che si debba, obtorto collo, ricorrere a questa soluzione,  considerato che la Sicilia non è stata in grado fino ad oggi di ottenere risultati soddisfacenti nella raccolta differenziata. Sono state anche individuate delle zone come la Valle del Mela o l’ex centrale di Tifeo di Siracusa dove esistono impianti che potrebbero essere convertiti in inceneritori .

A questo punto si potrebbe obiettare che la direttiva comunitaria sui rifiuti del 19 novembre 2008 invitava gli stati membri ad elaborare, entro il 2013, programmi di prevenzione dei rifiuti basati sulla gerarchia: riduzione, riutilizzo, riciclo, recupero energia, smaltimento in discarica.

Anche la normativa regionale, “Gestione integrata dei rifiuti” (n.9, 8/04/ 2010),  al Titolo I recita “…promuovere il riciclaggio, recupero dei rifiuti urbani e speciali […], promuovere la raccolta differenziata dei rifiuti urbani adottando in via prioritaria il sistema di raccolta porta a porta, […], favorire la riduzione dello smaltimento in discarica”.

Questo sulla carta. Nel concreto il giudizio sul sistema dei rifiuti siciliani è pessimo.

Così in un articolo del Sole 24 ore (28/03/2015) si esprime Nino Amadore . “L’isola è in emergenza e i commissari hanno registrato un sostanziale immobilismo da parte della Regione Sicilia. Permane l’utilizzo delle discariche come unico sistema, mentre la raccolta differenziata non raggiunge il 10% . Senza dimenticare la grave situazione debitoria degli ATO.”

In Sicilia manca un Piano di gestione ordinaria del sistema di raccolta e smaltimento dei rifiuti solidi urbani. Fino ad oggi si è andati avanti con piani di emergenza come il Pier, piano di emergenza rifiuti, varato nel 2000, o come il piano di gestione del 2002, elaborato durante il governo Cuffaro, allora commissario delegato ai rifiuti, che prevedeva la costruzione di 4 termovalorizatori … (Tutto torna!) .

Questa emergenza prolungata ha permesso al governatore Crocetta, con ripetute ordinanze, di autorizzare lo scarico rifiuti nella discarica “Valanghe d’Inverno” a Misterbianco, sebbene da oltre un anno la Regione stessa avesse dichiarato illegittimo questo impianto di smaltimento.

Vania Contraffatto, assessora all’ambiente, sta lavorando alla stesura di un nuovo piano di emergenza, ma finchè non si avrà un piano di gestione ordinaria dei rifiuti, la Sicilia non potrà usufruire dei fondi europei 2014/2020 destinati al settore.

Anche in ambienti istituzionali molte voci, come quella del Sindaco di Palermo e dell’Assessore all’Agricoltura, hanno espresso la loro contrarietà alla realizzazione degli inceneritori.

Il presidente regionale di Legambiente, Gianfranco Zanna ribadisce che “gli inceneritori sono superati e inutili a risolvere il problema dei rifiuti . Nella migliore delle ipotesi sarebbero pronti tra 5 anni . Nel frattempo che si fa ?” (Repubblica Palermo, 21/01/2016)

Ma chi ha meglio espresso il proprio disappunto è stato il presidente di Zero Waste Sicilia, Beniamino Ginatempo, docente di fisica all’università di Messina. In una lettera aperta inviata nell’agosto del 2015 al sottosegretario all’istruzione Davide Faraone, fautore dei termovalorizzatori ad emissione O, egli ha definito questa proposta antiscientifica ed inquinante.

In natura, lo disse Lavoisier già nel settecento, “nulla si crea e nulla si distrugge, [..] e gli inceneritori non trasformano la spazzatura solo in energia, ma in ceneri, scorie, gas serra, macroinquinanti e microinquinanti, polveri sottili nocive alla salute”

Costruire gli inceneritori è quindi una scelta “contraria alle politiche europee che da anni indicano nella gestione dei materiali post-consumo e nel recupero di materie prime seconde la strada da perseguire per il futuro del vecchio continente, fino a suggerire il concetto di economia circolare (ultima risoluzione del 09/07/2015) per una economia sostenibile ed inclusiva”

Il sistema degli obiettivi proposti dalla UE sposta radicalmente l’attenzione sul riutilizzo e riciclo della materia (per il 2020 è previsto il 50% di riciclo di materia dai rifiuti, per il 2030 il 70%), mentre il recupero energetico diventa una variabile secondaria.

Ma c’è di più. Il docente di fisica parla di “manifesta sudditanza verso i potentati economici“. Gli inceneritori sono un grosso affare per chi li gestisce facendosi pagare 180 € /ton per accettare i rifiuti da bruciare e rivendendo a caro prezzo la poca energia prodotta.

Non manca il riferimento al buonsenso e l’affermazione che questi inceneritori sono l’espressione della nostra società consumistica tanto criticata da papa Francesco nell’enciclica “Laudato si”.

La vera rivoluzione deve partire dai comportamenti dei singoli cittadini, delle famiglie, dei produttori, della grande distribuzione sulla base.

Bisogna partire dalla realizzazione di beni di consumo concepiti nella filosofia del Life Cycle Assessement (valutazione del ciclo di vita), strumento utilizzato per analizzare l’impatto ambientale di un prodotto, di un’attività o di un processo lungo tutte le fasi del ciclo di vita.

Le etichette ambientali sui cibi, ad esempio, raccontano ai consumatori la storia del prodotto acquistato in termini di emissioni di CO2, consumo e inquinamento acque e suolo.

Ancora in Sicilia siamo all’anno 0, però sarebbe opportuno avviare una massiccia e capillare campagna di informazione e sensibilizzazione per educare i cittadini a considerare il rifiuto come ricchezza e risorsa preziosa, da valorizzare.

Non dovrebbero mancare forme di premialità per chi consuma e inquina meno, accanto a sanzioni pecuniarie efficaci.

Da qualche giorno a Catania è partito il terzo step di raccolta porta a porta. La città è ancora al 10% di differenziata, il restante 90% finisce ancora in discarica. Stando all’indagine condotta dalla CISL siciliana nel maggio 2015, si tratta di circa 2 milioni di tonnellate di rifiuti che altrove sono preziose materie prime.

Nel frattempo la società civile lancia una petizione. E chiede che il trattamento dei rifiuti differenziati e indifferenziati avvenga all’interno della regione dove si producono, con impianti che permettano di chiudere il ciclo dei rifiuti per recuperare materia.

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