Abbiamo ricevuto una serie di critiche all’articolo sulle trivelle, pubblicato il 12 aprile da Argo. Il  commento, firmato Carmelo Franceschino, contesta vari punti affrontati nell’articolo.
Proviamo oggi a rispondere, cogliendo l’occasione per approfondire alcuni temi, dalle fonti alla indipendenza energetica, dall’impatto occupazionale allo mancato smantellamento delle strutture non in uso.

Ci proviamo, consapevoli di quanto sia difficile dare una risposta esaustiva. Non perchè manchino gli argomenti, ma perchè sono troppi.

Le “fonti”

Premesso che molte fonti non sono state citate per non appesantire un articolo già molto lungo e piuttosto tecnico.
C’è, soprattutto, da dire che, tranne per le lacunose ed arretrate fonti governative, non vi sono in genere “fonti” la cui attendibilità sia soddisfacente. L’affermazione è forte, proviamo a motivarla.

Il petrolio non inquina solo l’atmosfera ed il mare, inquina moltissimo l’informazione.

Le grandi compagnie petrolifere investono da almeno mezzo secolo milioni di dollari per azioni di lobbyng e gestione delle informazioni

Gli unici detentori delle informazioni, le vere fonti, sono i petrolieri stessi: la reale consistenza dei giacimenti, i costi di estrazione, la portata e l’entità degli inquinamenti e dei danni ambientali, i rischi di incidenti rilevanti e la possibilità di farvi fronte.

Anche i dipendenti di tali società hanno scarsa conoscenza delle cose che non servono per eseguire bene il loro specifico lavoro ed è raro, molto raro che qualche tecnico di buon livello divenga una gola profonda

Essendo le informazioni accuratamente “gestite”, ben difficilmente un articolo di giornale, anche di testate importanti e serie, è in grado di uscire da questa trappola.

Ancora. Presso la comunità europea ciascuna grossa azienda o consorzio di aziende ha il suo team di lobby che mettono a disposizione gentilmente specialisti e tecnici per l’elaborazione delle norme e dei provvedimenti.

La Exxon ha un gruppo di persone, tecnici di alto livello, che da solo somma più di tutti gli altri gruppi messi assieme. Da diversi decenni portano “prove” per negare l’effetto serra dovuto ai combustibili fossili ed attribuirlo a cause naturali come i gas emessi dagli allevamenti di bovini. Oppure attribuire l’inquinamento da SO2 e da polveri sottili ai vulcani.

Per questa pluriennale e sistematica azione di “depistaggio”, la compagnia è’ stata denunciata ed è sotto inchiesta.

E allora come fare a capire, a farsi una idea realistica delle cose dette e raccontate ?
L’unico sistema che abbiamo trovato utile è quello di incrociare i dati, utilizzare le informazioni date in un articolo per riconsiderare quelle date in un altro.

Breve nota su National Gegraphic, una bellissima rivista cui siamo stati abbonati per anni. La stessa che licenziò il suo reporter Peter Arnett (premio Pulitzer 1966 per i suoi report dal Vietnam) perche faceva report in diretta dall’Iraq, ma fuori dal coro, non da embedded, quando Bush/Cheney vi importavano democrazia e  vendicavano le twin tower su popolazioni che avevano il torto di stare sopra i giacimenti petroliferi più importanti, dopo quelli arabi.

L’indipendenza energetica

Secondo quanto scritto su l’Espresso nell’articolo citato dal lettore, le trivelle entro le 12 miglia nel 2015 hanno contribuito a soddisfare fra il 3 e il 4 per cento dei consumi di gas e l’1 per cento di quelli di petrolio. Viene ancora precisato che dell’ENI lo stato detiene ormai il 30 % e si aggiunge “fermando progressivamente queste produzioni, l’Italia dovrebbe quindi aumentare le importazioni da altri Stati, alcuni dei quali – come Egitto e Libia – perforano nello stesso Mediterraneo.”
Altre fonti riportano numeri leggermente diversi, ma non è questo il punto.

La Libia (i cui giacimenti fanno tanto gola alla Francia) e l’Arabia, come l’Iran e l’Iraq (dove gli USA sono subentrati anche ai contratti ENI) ed il Kuwait sono i paesi da cui abbiamo importato da sempre il petrolio, come ora il gas dall’Algeria e dall’URSS. Aumentare dell’1 % queste importazioni non è con tutta evidenza una riduzione significativa della nostra dipendenza energetica dall’estero.

Lasciamo da parte il discorso che una riduzione ben più significativa può ottenersi incentivando le energie alternative ed il miglioramento dell’efficienza energetica in tutti i settori.

Chiediamoci ad esempio: se la preoccupazione è quella dell’indipendenza energetica, perchè non si è ancora fatto il regolamento che permette l’immissione del rigenerabile biogas nella rete gas nazionale? Qualcuno ha stimato questa produzione pari al 13 % del fabbisogno nazionale, ma non si riescono a varare le norme che ne consentano l’immissione nella rete nazionale. Da anni.
Chi fa resistenza e perchè ?

Nel nostro articolo si voleva comunque mettere in evidenza quanto sia falso lo slogan della indipendenza energetica con riferimento allo sfruttamento dei giacimenti italiani dati in concessione. E’ una menzogna molto usata per regalare quelle risorse a concessionari esteri.
Gli idrocarburi vengono estratti non dall’ENI ma anche dall’ENI, è questa una differenza sostanziale per capire chi sia il proprietario del petrolio estratto e quale sia l’indipendenza energetica che da esso deriverebbe.

Limitandosi solo alla Sicilia, i nomi delle compagnie che hanno chiesto le concessioni, oltre all’Eni sono Edison, ADX, BG International, Northern Petroleum, Shell Italia, Northsun Italia, Petroceltic, Hunt Oil, San Leon Energy, Nautical Petroleum, Puma Petroleum. . . .

Resta il fatto che la valutazione delle riserve dei giacimenti è molto approssimativa per sua natura e perchè dipende dalla tecnologia che si considera di applicare, dal prezzo del petrolio e da altre considerazioni non propriamente tecniche fatte dalle stesse compagnie.

Le uniche fonti per valutare la consistenza dei giacimenti sono i petrolieri stessi e sono sempre informazioni “gestite”…

Ancora. Si vuole prolungare le concessione per tutta la vita utile del giacimento. Qual è la vita utile del giacimento? chi la stabilisce? e perchè allora le piattaforme non più utilizzate (giacimento evidentemente non più “utile”) non sono state smantellate, anzi non si sono neppure programmati i lavori di smantellamento? chi ha omesso di agire?

Forse per accorciare o addirittura fare cessare immediatamente le “vite utili” dei giacimenti attuali basterebbe azzerare la franchigia ed adeguare le royalties ed i prelievi fiscali non alle medie europee, ma a quelle della Nigeria.

Perchè il governo non lo fa ? In Sicilia hanno provato a portare le royalties al 13 % eliminando la franchigia: perchè il tentativo è fallito? chi si è opposto ?

L’impatto occupazionale

La perdita dei posti di lavoro sia diretti sia nell’indotto è forse lo spauracchio agitato con maggiore impudenza per spingere verso la proroga sine die delle concessioni (unico caso in Europa e forse nel mondo) per le piattaforme entro le 12 miglia.

E’ vero, affermiamo “senza fonte” che, in caso di vittoria del sì, la riduzione dell’occupazione sarebbe di qualche decina di unità. Vi sono altri che lo affermano, ma possiamo arrivarci da soli sulla base di qualche esperienza maturata e di qualche riflessione.

A regime una piattaforma non fa operazioni dissimili da quelle fatte nei pontili di una raffineria, semmai più semplici. Perche dal pontile di una raffineria, oltre al greggio, si caricano e scaricano idrocarburi di ogni genere dal GPL al bitume

Il pontile di una piattaforma fa un’unica operazione: carica greggio sulle petroliere o invia greggio o gas a terra negli oleodotti. Sui pontili di una raffineria opera una squadra di personale in turno molto ridotta, su una piattaforma moderna le operazioni si possono completamente automatizzare.

Considerando anche 15 persone per piattaforma attiva di quante decine di persone si parla ?

Si racconta di quache decina di migliaia di persone nell’indotto. Bisognerebbe specificare meglio perchè l’indotto può essere quello richiesto in fase di costruzione, manutenzione straordinaria, smantellamento. Si tratta di picchi di lavoro per qualche mese e, su una piattaforma, ad intervalli di diversi anni.

Ma il referendum non riguarda la costruzione o lo smantellamento di nuove trivelle, operazione che richiede l’intervento temporaneo di più persone.

Sicuramente motori e macchine hanno bisogno di lubrificazione e manutenzione ai bracci di carico, qualche volta (via via che il giacimento si esaurisce) vanno ricollocate le pompe sommerse … ma migliaia di persone dedite a queste attività per le poche trivelle attive entro le 12 miglia sembra un pochettino irrealistico.

Anche le fabbriche di tubi e saracinesche sono interessate dalla costruzione di nuove trivelle, ma il referendum non riguarda nuove perforazioni. Allora di cosa si parla?

La proroga automatica, quella sì temiamo faccia diminuire i posti nell’indotto.

Su 88 piattaforme interessate dal voto, la metà sono ferme: prolungando le concessioni le imprese non devono bonificare, un regalo di 800-900 milioni ai petrolieri con buona pace degli impatti occupazionali.

Se il Governo ha una seria preoccupazione per l’occupazione nell’indotto, perchè non obbliga i petrolieri a mettere in sicurezza e smantellare le piattaforme abbandonate? sono la maggioranza di quelli esistenti includendo anche quelle oltre le 12 miglia e lo smantellamento é operazione che richiede grande impiego di manodopera e maestranze molto specializzate, le stesse che servono per costruirle.

Peraltro lo smantellamento è un preciso obbligo contrattuale dei concessionari. Il ministro dell’ambiente ha “culpa in vigilando” per non aver fatto un programma di dismissione come ha fatto fare la gran Bretagna alla Shell. Il sindacato non ha niente da dire?

L’incidente della Paguro

Tranne per i trascurabili danni collaterali della morte di 3 persone, su cui si sorvola, viene raccontato quasi come un successo. Eppure il “ripopolamento” ittico è avvenuto dopo l’incidente e la chiusura, non durante i suo utilizzo. Il danno viene presentato come un beneficio.

Considerato che lo smantellamento di una piattaforma è operazione delicata e costosa (fonte AGIP), che implica anche bonifica delle condotte, taglio delle strutture, trasporto a terra e deposito in luogo adatto, ecco un modo molto elegante per uscirne con poca spesa: creare una bella zona di ripopolamento facendo a pezzi ed affondando in situ la trivella. Fa tanto bene alla fauna ittica…

E’ chiaro che dove cessa la pressione antropica la natura come può si rigenera! ma qual era la biodiversità e la ricchezza della fauna e flora sui fondali prima della costruzione della trivella ? Quale sarebbe stato il ri-popolamento ?

La nocività delle acque e dei fanghi di trivellazione sono attestati dal processo per Tempa rossa. In quelle offshore vengono semplicemente scaricate in fondo al mare o iniettate in un “pozzo sterile”.

A parte i liquidi usati nella fase di trivellazione, scaricati dopo aver separato per sedimentazione i solidi, anche quando la piattaforma è a regime vengono scaricati sul fondo marino o iniettati in un “pozzo sterile” sia il flusso continuo di acqua salata satura di H2S e di fanghi che salgono col petrolio sia l’acqua di zavorra delle navi.

Vi è infatti un altro scarico di cui quasi nessuno parla: le acque di zavorra delle petroliere. Nelle raffinerie hanno costruito grandi serbatoi per evitare di scaricarle a mare e poi, a seconda del caso, riciclarle su altre navi o trattarle nei depuratori. E sulle piattaforme si tiene talora anche un registro delle quantità di acqua di zavorra scaricata, sono veri e propri laghi e la loro quantità si può ritenere di poco inferiore a quella del petrolio esportato.

Il problema del controllo

Resta fondamentale comunque il problema del controllo dell’inquinamento (e quello delle quantità effettivamente estratte su cui si pagano le royalties).

In Sicilia, l’Arpa, a cui spetterebbero i controlli, è venuta spesso alle cronache non per procedimenti ottimali.

Ma c’è anche il caso segnalato dal WWF che fa notare come “per la strana normativa italiana l’ente controllore – l’Ispra, Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale – vigilato dal ministero dell’Ambiente, affida proprio all’Eni, il controllato, come principale player nazionale nel settore idrocarburi commesse sul monitoraggio ambientale delle piattaforme.” Non sono necessari commenti.

Ma non è l’unico caso un po’ originale, per esempio l’Huffington post racconta in questi giorni “Il caso della piattaforma “Vega” di Edison. Il Ministero Ambiente chiede danni, Il Governo autorizza raddoppio. E il processo finirà in prescrizione”. Vega, costruita nel 1987, è la più grande piattaforma petrolifera off-shore realizzata in Italia dalla Edison, compagnia prima italo-francese, ora 100% francese. Ad un soffio del limite di 12 miglia dalla costa di Pozzallo, di fronte alla riserva naturale dell’Irminio, estrae ad una profondità di 2800 metri circa 800 barili di greggio al giorno.
Il “piano di lavoro” prevede la realizzazione di un’altra piattaforma (Vega B) e la trivellazione di altri 12 nuovi pozzi: che si faranno nonostante il divieto di trivellazione entro le 12 miglia perché autorizzati prima.
Edison in Sicilia ha il 25% del permesso di ricerca Tresauro, il 100% del permesso di ricerca Paternò, la totalità della concessione di coltivazione Comiso 2, attualmente in attesa di proroga, e il 25% della concessione Sant’Anna.

Il rischio di incidenti rilevanti

Sulle cause del disastro della Deep Horizon rinviamo a quanto riportato su wikipedia e mai smentito.
Anche se la versione inglese di wikipedia è molto più specifica sulle cause e le responsabilità del disastro, citiamo qui di seguito quella italiana: “mentre la trivella della Deepwater Horizon stava completando il Pozzo Macondo su un fondale profondo 400 metri al largo della Louisiana, un’esplosione sulla piattaforma ha innescato un violentissimo incendio; 11 persone sono morte all’istante, incenerite dalle fiamme”

Il punto importante non è però la causa, ma il fatto che nessuno dei paesi che si affacciano nel bacino del Mediterraneo -che, non dimentichiamolo, è un bacino chiuso- è attrezzato per far fronte a simili “incidenti rilevanti”, quale che ne sia la causa iniziale e vi sono serie preoccupazioni per questo nella Comunità Europea. Ma qui apriremmo un discorso piuttosto lungo. Per iniziare ad approfondire l’argomento riviamo i lettori alla lettura del dossier (2013) “Trivelle in vista – La mappa aggiornata del rischio piattaforme offshore nei mari italiani

Conclusione

Carmelo, il nostro lettore, ha ragione il referendum è un problema marginale, ma se servisse per far discutere e far prendere coscienza di questi problemi ad un po’ più di persone avrebbe già sortito un grande risultato.

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2 Responses to “Trivelle, un commento critico e la risposta di Argo”

  1. Pensando al referendum e leggendo qua e là, Argo ed altro, mi è venuto in mente questo passo da un romanzo di Amitav Gosh : “La democrazia è una cosa magnifica, Mr Burnham -disse assorto- é un magnifico tamasha (confusione, casino..qualcosa del genere) che tiene occupata la gente comune in modo che le persone come noi possano occuparsi di tutte le questioni importanti” .
    Le questioni importanti vanno avanti: noi votiamo.

  2. Il quadro che emerge da questo articolo è davvero deprimente. L’idea che possa non passare il quorum sembra incredibile, anche se a quanto pare è la più vicina alla realtà. Si evidenzia sempre una miopia di fondo degli esseri umani. Non ricordo dove ho letto di recente una domanda retorica del tipo: “Ma Renzi parla mai ai propri figli dei problemi ambientali?”, e tutti gli altri parlano mai ai loro figli di questi problemi e di quello che loro stessi (non) stanno facendo per miglioralo?

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