Una manifestazione nazionale, sostenuta da oltre 300 organizzazioni e sindacati e da oltre 50 comitati locali per fermare il TTIP, è stata organizzata per oggi 7 maggio a Roma.

Il trattato di libero scambio tra Unione Europea e Stati Uniti d’America, Transatlantic Trade and Investment Partnership, più brevemente TTIP, di cui Argo ha parlato più volte, continua a pendere sul nostro capo come una spada di Damocle, sebbene i tempi per la sua conclusione sembrino allungarsi.

Trapela l’esistenza di forti contrasti, a dispetto delle dichiarazioni ufficiali di Obama e commissari UE. Entrambi i candidati alla Presidenza USA mostrano, inoltre, di osteggiare il contenuto di tale accordo in quanto danneggerebbe lavoratori e prodotti USA.

Pochi giorni fa GreenPeace Olanda ha pubblicato 248 pagine di documenti sulla trattativa. Si tratta, in un linguaggio tecnicamente complesso, di 13 capitoli di “testo consolidato” del TTIP più una nota interna dell’UE sullo stato del negoziato (Tactical State of Play of TTIP Negotiations – March 2016).

Greenpeace Olanda ha lavorato assieme al rinomato network di ricerca tedesco di NDR, WDR and Süddeutscher Zeitung.

Dalle pagine emerge che non erano affatto infondati i timori dei critici del Trattato. Ora si può affermare: il Re è nudo.

Le questioni sollevate dagli attivisti di Green Peace riguardano particolarmente la tutela ambientale.

“Nessuno dei capitoli che abbiamo visto fa alcun riferimento alla regola delle Eccezioni Generali (General Exceptions) – scrive Greenpeace, come riportato dal Fatto quotidiano del 2 maggio – Questa regola, stabilita quasi 70 anni fa, compresa negli accordi Gatt (General Agreement on Tariffs and Trade) del WTO (World Trade Organisation) permette agli stati di regolare il commercio ‘per proteggere la vita o la salute umana, animale o delle piante’ o per ‘la conservazione delle risorse naturali esauribili’”.

Da qui, la conclusione: “L’omissione di questa regola suggerisce che entrambe le parti stiano creando un regime che antepone il profitto alla vita e alla salute umana, degli animali e delle piante”. Inoltre “non c’è alcun riferimento alla protezione del clima nei testi ottenuti”.

Il punto è anche politico, come sottolinea la Sueddeutsche Zeitung. “Mentre l’Ue rende pubbliche le sue proposte, gli Usa si ostinano a mantenere segrete le posizioni, garantendosi così uno spazio di manovra tattico – scrive il giornale tedesco – E Washington minaccia di bloccare le facilitazioni sulle esportazioni per l’industria automobilistica europea.”

Greenpeace ha messo in evidenza i punti più delicati: “Il principio di precauzione, integrato nel Trattato Ue non è menzionato nella parte relativa alla “Cooperazione Regolatoria”, né in alcuno degli altri capitoli del testo. Il principio di precauzione, comporta che, prima di mettere in commercio un prodotto, l’azienda produttrice debba dimostrare l’assenza di rischi nella sua commercializzazione.

“Negli Usa, invece, vale il principio dell’evidenza scientifica: il prodotto può essere posto in commercio senza problemi fino a quando, da parte di qualcuno – e a proprie spese – non venga data la dimostrazione scientifica della sua nocività. Tale principio, con un approccio “basato sui rischi”, si propone di gestire le sostanze pericolose piuttosto che evitarle, ed è evidente in vari capitoli del testo.

Il rischio è proprio che un’eventuale approvazione di tale trattato faccia cadere le vigenti protezioni europee contro OGM, carne trattata con ormoni e polli alla candeggina.

Dai documenti si evidenzia uno scontro netto tra Stati uniti e UE sulle norme per tutelare i vini e in generale sui prodotti di qualità europei, che necessitano di un’apposita denominazione che li tuteli.

Gli Europei vorrebbero escludere che un produttore americano possa usare a piacimento le 17 denominazioni di vini Ue, come gli italiani Chianti e Marsala, il greco Retzina, il portoghese Madeira e il francese Champagne.

Di fronte alla fuga di notizie, la Commissione UE ha cercato di gettare acqua sul fuoco per bocca della Commissaria al Commercio, Cecilia Malmstrom, la quale ha assicurato che in nessun modo l’accordo commerciale abbasserà il livello di tutela dei consumatori, della sicurezza alimentare o dell’ambiente. Ha aggiunto, però, che è normale che i due contraenti si impegnino ad eliminare le normative che “impediscono al mercato transatlantico di essere armonioso“.

I Francesi hanno dichiarato, per bocca del Ministro per il Commercio con l’estero, Matthias Fekl, ma anche del Presidente Hollande – ma soltanto dopo la pubblicazione del testo da parte di GreenPeace olandese – che non avrebbero accettato “la messa in discussione dei principi essenziali per la nostra agricoltura, la nostra cultura, per la reciprocità all’accesso dei mercati pubblici”.

E se la Francia dovesse sfilarsi dall’accordo appare assai difficile che il Trattato TTIP possa essere firmato dall’Unione e in tempi brevi o che si giunga ad una bozza condivisa entro l’estate.

Qualora poi si pervenisse ad un accordo fra le parti, occorrerà, oltre al via libera del Consiglio dei ministri europeo anche il voto favorevole del Parlamento, dove gli eurodeputati son pronti da mesi a dare battaglia.

Una volta ratificato il trattato a livello europeo, la parola finale spetterà ai 28 Parlamenti nazionali degli Stati membri: la bocciatura di uno solo dei legislatori nazionali potrebbe mettere in grossa difficoltà il perfezionamento del Trattato. E oggi, con il crescere del vento nazionalista, nessuno può scommettere sull’approvazione definitiva del TTIP.

Anche in Italia, nonostante le dichiarazioni favorevoli fatte dal premier Renzi, continua la mobilitazione contro la firma dell’accordo.

“La documentazione resa pubblica oggi – sottolinea Marco Bersani, tra i coordinatori della Campagna Stop Ttip Italia– “dimostra che il TTIP è un attacco generalizzato ai diritti e alla democrazia. Se ad oggi era la democrazia a definire i limiti del mercato, con il TTIP sarà il mercato a definire i limiti della democrazia”.

Senza dimenticare che, in caso di contenziosi tra investitori e stati, “è previsto che si ricorra ad una sorta di arbitrato internazionale denominato ISDS (Investor-State Dispute Settlement) davanti al quale gli inve­sti­tori pri­vati possono tra­sci­nare i governi, con gravose richieste di risarcimento, nel caso in cui riten­gano che una certa legge nuoc­cia ai loro inte­ressi“.

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