Emergenza sbarchi?  NO, grazie! Da tempo ormai l’emergenza ha trovato radici, trasformandosi in problema quotidianoNon sembra volersene fare una ragione, però, l’amministrazione pubblica italiana, che continua a gestire la questione migratoria in modo emergenziale sotto tutti gli aspetti, salute dei migranti compresa.

Questo è quello che si evince in Traumi ignorati,  report di Medici Senza Frontiere che analizza i

bisogni di salute mentale dei migranti e i gap nell’intervento e nelle modalità di cura dei problemi riscontrati.

Le patologie diagnosticate, scrive l’organizzazione, sono per lo più di natura psicologica e strettamente connesse all’esperienza migratoria che, se da un lato rappresenta un’opportunità per i migranti, dall’altra espone chiunque a sollecitazioni difficili da gestire: separarsi dalla famiglia, perdere ogni contatto con il proprio contesto di origine e dover contemporaneamente affrontare barriere linguistiche e culturali in condizioni socio economiche difficili sono fattori che mettono a rischio la salute mentale dell’essere umano.

Psicosi, depressione, ansia, disturbi post traumatici da stress. Questi dunque i problemi di salute mentale  più diffusi tra i richiedenti asilo.

Ma quali sono i rimedi utilizzati per garantire ai migranti cure adeguate ai loro bisogni di salute mentale?

Per trovare risposta a questa domanda, MSF ha concentrato la sua ricerca sui richiedenti asilo ospitati nei Centri di Accoglienza Straordinaria (conosciuti come CAS) delle province di Trapani, Ragusa, Roma e Milano.

Già nel nome delle strutture sotto analisi si palesa l’approccio emergenziale dell’accoglienza: i CAS sono idealmente strutture temporanee che dovrebbero ospitare i richiedenti asilo solo per brevi periodi nei momenti in cui i centri di prima e seconda accoglienza sono saturi. Proprio per la loro natura straordinaria, prevedono uno standard qualitativo più basso rispetto agli altri centri: sorgono solitamente in zone isolate, non sono orientati a costruire programmi di inclusione dei migranti nei territori di accoglienza e il personale è scarsamente qualificato.

Tuttavia questi centri, che dovrebbero rappresentare solo una boccata d’ossigeno nei momenti di massima apnea del sistema di accoglienza, ospitano il 74% dei richiedenti asilo e sono costantemente pieni,  non avendo dunque nulla di extra ordinario fuorchè il nome.

La maggior parte dei CAS, si legge nel report, non dispone di un servizio di supporto psicologico e la figura del mediatore, che dovrebbe aiutare il migrante a interpretare il sistema culturale del paese di arrivo, spesso svolge una mera funzione di traduzione.  Le strutture sono spesso poco accoglienti, con finestre sbarrate e porte blindate che non aiutano le vittime di reclusioni traumatiche a superare lo shock e sentirsi al sicuro.

Non sempre, continua il report, i migranti vengono informati sulla procedura giuridica in corso e ciò acuisce l’insofferenza, le sensazioni di precarietà e solitudine che incidono sulla salute mentale dei richiedenti causando traumi secondari.

Il centro diviene così mero erogatore di pasti, posti letto e sorveglianza, trasformando un’accoglienza idealmente volta a guidare il richiedente asilo nell’avvio di un progetto ragionato di inclusione in un sistema meramente assistenzialista, che fornisce solo i servizi essenziali per la sopravvivenza.

Per quanto riguarda l’accesso alle cure mediche, secondo quanto previsto dalle convenzioni stipulate con le Prefetture, l’assistenza sanitaria per i migranti è garantita dalle strutture del Sistema Sanitario Nazionale il cui collegamento con i pazienti dovrebbe essere facilitato dagli enti gestori dei CAS.

Cosa che, tuttavia, avviene di rado: MSF ha infatti identificato un “sostanziale scollamento tra i CAS e i servizi territoriali e  una conseguente scarsa, quando non assente, interazione tra ASL e Prefetture”. Inoltre, l’accesso ai servizi sanitari avviene soprattutto tramite pronto soccorso, cioè solo quando il problema di salute esplode e non è più gestibile: “quello che di fatto manca è seguire il paziente e prendersi cura della salute mentale anche in assenza di grosse crisi psicopatologiche”.

A complicare il quadro, il fatto che i servizi sanitari non sono dotati di professionisti della clinica transculturale e dunque non riescono a offrire servizi aderenti ai reali bisogni di queste persone. I mediatori sono totalmente assenti negli ospedali e si tende a curare patologie psicologiche con cure psichiatriche.

Eppure migliorare gli standard del sistema di accoglienza non sarebbe difficile. Come si legge nella parte conclusiva di “Traumi ignorati”, sarebbe sufficiente, da un lato, che le Prefetture formulassero criteri severi per selezionare gli enti gestori dei centri di accoglienza e monitorassero sia le strutture che la qualità dei servizi erogati; dall’altro,  che le strutture sanitarie pubbliche si dotassero di personale formato in materia di psicologia transculturale e etnopsichiatria, designando inoltre una persona di riferimento responsabile di coordinare i rapporti tra servizio sanitario, dipartimento di salute mentale e centri di accoglienza.

Invece accoglienza assistenzialista, assenza di supporto psicologico, interpreti travestiti da mediatori, abuso dei pronto soccorso, errate cure mediche, risorse umane e finanziare inadeguate sono le uniche soluzioni che abbiamo scelto di trovare a un problema estremamente complesso, pensando con presunzione di poterlo gestire sottocosto, in modo facile e poco professionale.

A pagarne le conseguenze, uomini e donne cui nessuno dà voce.

Una breve nota positiva: a Catania esiste da diversi anni, ed è molto attivo,  un Centro di psichiatria transculturale con la presenza di specialisti (psichiatra e psicologo). E’ un servizio dell’Azienda Sanitaria Provinciale di Catania e si trova in via Sardo 20, all’interno dell’Ufficio Territoriale Immigrati.

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