Le dita di Davide Grassi aperte in segno di vittoria mentre trasporta a spalle, insieme ad amici, la bara del padre ucciso dalla mafia per essersi rifiutato di pagare il pizzo.

E’ un fotogramma del filmato di repertorio inserito nella docu-fiction ‘Io sono Libero’, trasmesso su Rai 1 la sera del 29 agosto, 25° anniversario della morte del coraggioso imprenditore siciliano.

Un film diretto da Giovanni Filippetto e Francesco Miccichè che hanno scelto di alternare parti sceneggiate, in cui recitano veri attori interpretando anche personaggi inventati, talora invero eccessivemente edulcorati, a filmati di repertorio e ad interviste a giornalisti e uomini politici che hanno conosciuto Grassi e gli sono stati in vario modo vicini.

La morte del padre non è quindi vissuta dal figlio Davide come una sconfitta perchè “se ognuno di noi fa il proprio dovere senza piegarsi, saremo noi a vincere”, come diceva Libero.

Neanche Davide vuole ‘piegarsi’ e, come lui, la sorella Alice e la madre Pina Maisano.

Una Pina resa nella sua umanità dall’attrice catanese Alessandra Costanzo, che si è detta emozionata e commossa dal ruolo, consapevole della difficoltà di interpretare una persona – scomparsa da poco – che molti hanno conosciuto e apprezzato e che, con le sue battaglie, ha contribuito a portare avanti la battaglia di legalità iniziata dal marito.

Nel film viene ricordato anche il discorso introduttivo tenuto da Pina/Alessandra al convegno organizzato dai Grassi per tentare di coinvolgere gli altri imprenditori nella resistenza alla mafia.

Un tentativo non riuscito, non solo perchè a partecipare al convegno furono pochissimi, ma perchè divenne chiaro l’isolamento di quest’uomo onesto e coraggioso che voleva svolgere la sua attività in modo ‘libero’, con dignità, e che -proprio per questo- cominciava ad essere visto come un pericolo.

Pur rifiutando la scorta, Libero Grassi aveva chiesto la protezione della polizia per la sua azienda tessile, la Sigma, che dava lavoro a un centinaio di operai. Aveva fiducia nello Stato.

Tentò anche, per superare l’isolamento e per coinvolgere l’opinione pubblica, la carta della ‘comunicazione’. Dalla Lettera ad un estortore, pubblicata sul Giornale di Sicilia, alla presenza in trasmissioni televisive come Samarcanda, volle lanciare un messaggio pubblico.

«Caro estortore, volevo avvertire il nostro ignoto estortore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere… Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al “Geometra Anzalone” e diremo no a tutti quelli come lui». Libero Grassi, Giornale di Sicilia del 10-01-1991

Aveva scritto anche al Corriere della sera che pubblicò la sua lettera solo il giorno successivo alla morte. Otto mesi dopo la sua prima uscita allo scoperto, Grassi aveva altre cose da denunciare, innanzi tutto le prese di posizione della Associazione industriali di Palermo, che lo accusava di aver fatto troppo chiasso e non intendeva prendere in considerazione la sua proposta di proteggere gli imprenditori con delle assicurazioni collettive.

La Confindustria siciliana preferiva che si pagasse in silenzio. E persino un giudice di Catania, Luigi Russo, aveva emesso una sentenza in cui affermava che i rapporti con la mafia non erano reato, essendo figli di uno ‘stato di necessità’.

Se, per bocca di un rappresentante dello Stato, si stabiliva che pagare il pizzo non era reato, che senso aveva la battaglia di Libero?

Proprio questa sentenza permette di misurare la distanza con quegli anni, oggi nessun magistrato giustificherebbe come necessari comportamenti sicuramente illegali e la scelta di Grassi, la sua decisione di rompere il silenzio attorno a questo fenomeno ha sicuramente contribuito ad un cambiamento di mentalità.

Purtroppo, però, i comportamenti dei singoli imprenditori e dei commercianti non sono cambiati di molto. La paura, la ‘lontananza’ dello Stato, la lentezza delle procedure in caso di denuncie  fanno sì che il pizzo venga ancora estorto e pagato.

Ricordare Libero Grassi è quindi un fatto di impegno civile, particolarmente importante perchè i giovani sappiano e ricordino, anche perchè c’è il rischio che il fermento nato dopo la morte di Libero si spenga.

Dopo la sua uccisione, anche per l’infaticabile attività della moglie Pina e la battaglia dei figli per salvare l’azienda, sono nate le associazioni antiracket, e non solo quella di AddioPizzo, ricordata nel film.

Il Parlamento ha adottato una serie di norme che “prevedono un risarcimento per tutti coloro che abbiano subito danni a causa di attività estorsive, per aver deciso di collaborare con le istituzioni”

Con il Fondo di solidarietà per le vittime del racket (poi unificato con quello per le vittime dell’usura), si vuole permettere, a chi ha subito danni alla persona o alla propria impresa, per essersi opposto agli estorsori, di riprendere l’attività.

Questo percorso virtuoso appare oggi in crisi.

Le associazioni antiracket si sono moltiplicate, ma non le denunce. Qualcosa non va. Sarà l’eccessiva ricerca di protagonismo degli operatori di queste associazioni, sarà che dove arrivano finanziamenti si perde la limpidezza delle finalità, sarà che in tempi di difficoltà crescono le incertezze e si indebolisce la fiducia nello Stato.

Ben vengano quindi le occasioni di riflessione e il recupero della memoria di quello che si è fatto per costruire una società che permetta di conservarsi onesti e dignitosi.

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