copertina libro Costituzione, testi a confronto, Calogero VirzìNiente proclami e nessuna retorica. Calogero Virzì ha scelto uno stile asciutto e senza enfasi per l’agile libretto in cui ricostruisce gli interventi operati sulla Costituzione, dalle sue origini fino alla riforma che verrà sottoposta a referendum ad ottobre.

Uno strumento utile per andare a votare con cognizione di causa.

In un piccolo formato e con un numero ridotto di pagine, “La Costituzione italiana. Testi a confronto dal 1948 al 2016”, edito da Trevisini, non si limita a mettere a confronto, su tre colonne, il testo originario, quello attualmente in vigore e la versione su cui presto dovremo esprimerci.

Propone anche una interessante ricostruzione storica con alcune puntualizzazioni che rettificano le “inesattezze” circolanti.

Prima fra tutte la tesi secondo cui finalmente si voglia oggi modificare una Costituzione, ormai ‘vecchia’, non adattata all’evoluzione dei tempi.

Virzì dimostra che il testo del 1948 è stato modificato continuamente e che ben quaranta leggi costituzionali lo hanno aggiornato adeguandolo ai cambiamenti della società, pur senza sconvolgerlo.

L’unica parte mai modificata è quella che contiene i primi 12 articoli, i Principi fondamentali.

Modifiche sono state apportate alla Prima Parte, che riguarda i diritti e i doveri dei cittadini, introducendo l’abolizione della pena di morte, l’estensione del diritto di voto agli italiani residenti all’estero, la promozione delle pari opportunità tra uomini e donne, sempre in risposta ad esigenze maturate nel tempo.

Ancora più consistenti le modifiche apportate alla Seconda Parte, che stabilisce l’Ordinamento della Repubblica. Sono stati modificati 16 articoli, dalle autorizzazioni a procedere nei confronti dei parlamentari inquisiti alla regolamentazione di amnistia e indulto, dalle norme sul giusto processo alla definizione degli organi regionali e locali. E così via discorrendo.

Un aggiornamento continuo, con modifiche che hanno interessato il 13% della intera Costituzione e il 18% della sola Parte II.

L’idea di una modifica radicale, una sorta di “febbre del cambiamento” – scrive Virzì – è cresciuta sia nel Centrosinistra sia nel Centrodestra agli inizi del nuovo secolo.

Si voleva soprattutto cambiare l’equilibrio dei poteri a favore dell’esecutivo, ma si doveva tenere conto del consenso ampio, quantitativo e qualitativo, che l’articolo 138 della Costituzione impone per cambiare la Carta.

La prima condizione è quella di “due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi”. Il Costituente ha ritenuto quindi necessario che ci fosse un “tempo disteso” di almeno tre mesi per riflettere.

E ha preteso che fosse presente un coinvolgimento ampio delle varie forze politiche e dei cittadini.

Il testo modificato, infatti, se approvato – dalle due Camere – a maggioranza assoluta, deve poi essere sottoposto a referendum popolare, in modo che si esprima il Popolo sovrano.

Il referendum può essere evitato se le modifiche sono state approvate, nella seconda votazione di Camera e Senato, con una maggioranza dei due terzi.

Invece che cercare l’ampio consenso indicato come via maestra dai padri costituenti, Centrosinistra e Centrodestra hanno voluto mettere mano alla Costituzione basandosi su maggioranze “autosufficienti”.

Cominciò, nel 2001, il Centrosinistra approvando – senza il coinvolgimento di altre forze politiche – la legge costituzionale n. 3, concentrata soprattutto sul Titolo V della Costituzione, di cui sono stati modificati 19 articoli.

Si rese necessario un referendum popolare confermativo che registrò il 64% dei consensi.

Il modo non lineare in cui la legge era espressa e l’ostilità della parte politica avversa, non coinvolta nella elaborazione, resero difficile l’applicazione della riforma, tanto più che si aprì un contenzioso inarrestabile, relativo ai rapporti tra Stato ed Enti Locali, presso il Consiglio di Stato e la Corte Costituzionale, con rallentamenti dell’attività legislativa centrale e periferica.

La risposta del Centrodestra non si fece attendere. Sempre contando solo sulla propria maggioranza, elaborò e approvò un proprio progetto di riforma, bloccato però dalla bocciatura subita nel referendum del 2006.

Proprio questo progetto viene in parte ripreso dall’attuale proposta del Centrosinistra, portata avanti anche questa volta senza il coinvolgimento dell’opposizione, ad eccezione di alcuni transfughi.

Dei 46 articoli che si intendono modificare, 37 (l’80%) sono infatti gli stessi del progetto bocciato nel 2006.

Tra gli obiettivi, l’abolizione del bicameralismo paritario con la nascita di un Senato con un numero ridotto di membri che non saranno più eletti dal popolo ma scelti dai Consigli regionali.

Se a questo si aggiungono gli effetti della legge elettorale Italicum, con i capilista bloccati, nominati dai segretari di partito, e un numero insignificante di eletti con le preferenze, “si riduce drasticamente l’area complessiva degli eletti dal popolo” (Virzì).

Con tutto ciò si continua a dichiarare che la sovranità popolare è stata rafforzata, affermazione contraddetta anche dal fatto che sia aumentato il numero di firme necessario per le leggi di iniziativa popolare.

Sul Senato, non più soggetto a scioglimento perchè si rinnova parzialmente ad ogni scadenza elettorale regionale, c’è da dire che concorre ancora alla funzione legislativa ma in modo ‘articolato’, secondo i casi.

“Quello che era semplice è diventato complicato” scrive Virzì “Qualche volta monocamerale, altre volte bicamerale” con l’implicazione di un negoziato estenuante tra Camera e Senato. Altro che semplificazione del procedimento legislativo.

Inquietante, secondo l’autore, che venga svilita la figura del Presidente della Repubblica che, dopo la settima voltazione, può essere eletto dai due terzi dei votanti. Votanti, e non aventi diritto al voto. Se votassero 50 deputati, basterebbero poco più di 30 voti per eleggere il Presidente. E se paradossalmente i votanti fossero dieci?

Ancora. Tutte le modifiche contenute nella riforma sono espresse in un linguaggio ben lontano da quello semplice ed efficace, strutturato in periodi brevi, comprensibile a tutti e che non pone problemi di interpretazione, della Costituzione del 1948.

Linguaggio impreciso, contenzioso assicurato” è il titolo di uno dei capitoli del libro.

Gli articoli della riforma sono scritti in linguaggio burocratico, senza alcun interesse a renderli comprensibili, tanto più che ai periodi complessi e pieni di frasi incidentali, si aggiungono continui riferimenti ad altri articoli e commi.

Il cittadino comune, anche se adeguatamente alfabetizzato, non avrà più nella Costituzione un riferimento chiaro ed immediato. Dovrà andare a cercare faticosamente i riferimenti al comma x, periodo y dell’articolo z. Dovrà ricorrere ad esperti del diritto e consulenti legislativi.

E non sarà sufficiente. Dietro alcuni articoli, come ha affermato Zagrebelsky, già presidente della Corte Costituzionale, a proposito dell’art.57, traspaiono anche “logiche diverse”.

Inevitabile quindi un contenzioso infinito legato alla pluralità delle possibili interpretazioni.

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