assemblea Spedalieri

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Più di duecento tra docenti e personale tecnico, amministrativo e ausiliario (Ata) hanno partecipato, a Catania, al convegno di formazione/aggiornamento su: Identità culturale e sociale della funzione educativa dopo la legge 107/15, la cosiddetta Buona Scuola, promosso dal Centro Studi per la Scuola Pubblica (CESP) e dai Comitati di Base della Scuola (COBAS).

Un importante segnale divita democratica‘, nonostante nelle scuole si stia tentando, concretamente e pervicacemente, di costruire un sistema di relazioni sempre più piramidale, che prevede  una sola persona al comando: il/la dirigente scolastico/a.

Nell’introdurre i lavori, Antonio Condorelli (docente, CESP Catania), aveva stigmatizzato il fatto che i sindacati “più rappresentativi” e molti docenti, dopo il riuscitissimo sciopero del 5 maggio 2015, avessero “tirato i remi in barca”, rinunciando anche a firmare la richiesta dei referendum abrogativi.

Una dialettica democratica è tuttavia ancora possibile. Lo ha sostenuto Nino De Cristofaro, docente del Boggio Lera, ricordando come l’unica vittoria ottenuta con le mobilitazioni, la mancata abrogazione degli Organi Collegiali, abbia lasciato una porta aperta, una possibilità, a quanti credono ancora in una gestione democratica e condivisa della scuola.

Per questo motivo, ha proseguito, tornare a riflettere sul senso dei progetti educativi, e quindi del fare scuola, deve rappresentare un impegno prioritario.

Impegno necessario per evitare che Docenti ed Ata rimangano ‘chiusi’ nella gabbia di una scuola-fabbrica, dove il lavoro ‘mentale’ viene trattato come il lavoro manuale nell’industria, e cioè standardizzato, reso massimamente flessibile, uniformemente precarizzato e buono per ogni uso necessario alla ‘azienda’.

Bisogna, perciò,  ritornare a un’idea di educazione come strumento che permette all’individuo di diventare membro attivo della comunità, contrastando il senso della cosiddetta  scuola 2.0, dove le attività devono essere veloci e fugaci, mai ripetitive, divertenti nella loro banale superficialità.

Senza il ‘saper essere’ e il ‘saper vivere’ l’individuo apparirà infatti efficiente, ma incapace di riflettere e pensare in piena autonomia.

In sostanza, occorre rimettere in discussione la scuola della ‘società flessibile’  dove prevale la dimensione di ‘progettificio’ e viene gratificato, anche economicamente, chi si sottrae alla fatica del lavoro in classe con gli studenti.

Senza dimenticare che l’istruzione è parte dell’educazione mentre le competenze negli ambienti lavorativi (la formazione) hanno una più rapida obsolescenza proprio perché connesse a tecnologie e metodi che variano con lo sviluppo degli strumenti tecnologici.

Ovviamente, questo non significa cadere nell’errore di svalutare il lavoro manuale. Ma ciò è possibile solo se si dà la giusta dignità a quest’ultimo, se, cioè, le conoscenze interagiscono positivamente con le competenze, il sapere con il saper fare.

Il MIUR (si veda il recente accordo firmato con McDonald) va nella direzione opposta. Cosa hanno da imparare i giovani studenti lavorando per questa multinazionale, simbolo peraltro di una discussa cultura alimentare?

Il relatore ha concluso citando Gramsci, secondo cui la cultura generale è la potenza fondamentale di pensare e di sapersi dirigere nella vita e fa sì che ogni cittadino possa diventare ‘governante’.

Stefania Pisano (docente del Liceo Spedalieri) si è interrogata su chi siano, nella Buona Scuola, i buoni maestri, cioè sulla funzione dell’educatore e sul rapporto che esso ha con la società e con l’istituzione che rappresenta.

Secondo la relatrice, occorre anche domandarsi cosa chiedono oggi alla scuola genitori e alunni, che subiscono la contraddizione tra un ideale di scuola ‘formativa’ nel senso più alto del termine, che insegni ai nostri ragazzi l’esercizio critico, l’autonomia dei giudizi e la libertà di scegliere e una scuola che addestri al quiz, affastelli conoscenze precarie e superficiali, ma utili al rinvenimento della risposta giusta.

Bisogna ribadire che nell’incontro tra insegnante e allievo, non si tratta di riempire le teste con un sapere già costituito, ma di fare spazio in quelle teste perché si avvii un movimento verso il sapere. Questa è la strategia educativa fondamentale, che trova la sua matrice nel gesto che Socrate compie nei confronti di Agatone. “Io sono vuoto come te e come te desidero sapere”.

Ieri come oggi, questo insegna il buon maestro, il gusto, il piacere del sapere. Per questo va contestato il nuovo modello educativo psicopedagogico, fondato sul principio di prestazione il cui obiettivo è quello di rafforzare le competenze a risolvere i problemi piuttosto che a saperseli porre.

Per questo “va rifiutata una scuola che ha trasformato la passione in mestiere (compiliamo, strutturiamo, digitiamo), la condivisione del principio educativo nella frammentazione degli incarichi e la retribuzione in premio”.

C’è, perciò, bisogno di altro, ha concluso la relatrice, del ‘cattivo’ maestro, che è mosso a filosofare dall’indignazione. Spinoza definisce l’indignazione come “l’odio verso colui che ha fatto male a un altro”, una passione negativa innervata dall’amore, quella passione che fatto scegliere a tutti i cattivi maestri di battersi per la libertà, anticipando nuove idee, un nuovo mondo.

Nella seconda parte del convegno, confermando l’idea che ci sia ancora spazio per rimettere in discussione la scuola della 107, l’avvocata Filippa Di Marzo ha illustrato le linee generali della diffida che il sindacato COBAS invierà nei prossimi giorni ai Dirigenti Scolastici catanesi, per  contestare la gestione del cosiddetto premio per i “docenti meritevoli”.

Sebbene i Cobas confermino tutte le critiche espresse nei confronti della legge 107/2015 e del  “bonus economico” dalla stessa istituito,  auspicando che la legge venga abolita, ritengono nel frattempo doveroso denunciare le irregolarità commesse dai dirigenti scolastici  nell’erogazione  del  “bonus”.

In  qualità di amministratori pubblici, essi debbono infatti uniformare la loro attività ai principi  del “buon andamento” e dell’“imparzialità” (art. 97 Carta Costituzionale).

L’avvocata ha quindi sottolineato la tardività con la quale sono stati definiti i criteri per accedere al premio (fra aprile e maggio 2016) e la mancanza, quasi assoluta, di trasparenza, tanto più grave visto che la stessa legge indica il bonus come “salario accessorio”.

Nei prossimi mesi si vedrà quali saranno gli esiti della diffida e delle
richieste di accesso agli atti che i docenti inoltreranno alle scuole di appartenenza.

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One Response to “Scuola, c’è chi non si arrende”

  1. apprezzo l’avvocato Filippa Di Marzo ma non conosco a fondo i problemi della scuola anche se attingo, dall’esterno, a critiche feroci contro la cosiddetta legge della Buona Scuola.Un dato negativo è costituito credo dalla rovinosa situazione di molte famiglie che hanno doivuto subire trasferimenti costosi ed inutili. Tuttavia un dato mi colpisce e cioè il fatto che l’opinione pubblica è scarsamente impegnata nella denuncia dei vizi della scuola così come è stata da recente disciplinata. Perchè? Perchè non promuovere una rottamazione integrale di tutti i nostri politici che siedono nelle sedi legislative? E’ tempo che vengano fatti fuori.

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