E’ in provincia di Agrigento il paese con il più alto tasso di emigrazione d’Italia, quello in cui per 9.500 residenti ce ne sono altri 8317 iscritti nei registri Aire (Anagrafe degli italiani residenti all’estero).  Ma Aragona è anche il paese delle macalube e delle zolfatare di pirandelliana memoria.

Analoghe emorragie demografiche hanno subito Villarosa e Lercara Friddi, tutti centri situati nel triangolo minerario (Enna, Agrigento, Caltanussetta), da cui nell’800 proveniva lo zolfo di cui questo territorio era il maggior produttore mondiale.

Riportare alla superficie la memoria del passato ci può aiutare a capire perchè, dalla seconda metà del ‘900 al 2014, molti isolani, per lo più minatori di quelle provincie, sono emigrati verso paesi europei ed extraeuropei in cerca di lavoro.

La storia

Fino al 1904 la Sicilia ebbe il monopolio dello zolfo con una produzione pari al 91% del fabbisogno mondiale. Dalle poche migliaia di tonnellate (480 miniere attive) degli inizi del XIX secolo si passò a milioni di tonnellate alla fine del secolo, con 900 miniere e 40.000 occupati.

La scoperta delle applicazioni chimiche farmaceutiche di questo minerale a cui erano fortemente interessate le nazioni europee e gli Stati Uniti, ove era in atto un processo di crescente industrializzazione, e la facilità con cui inizialmente venne trovato questo minerale nelle terre siciliane provocarono una vera corsa allo “oro giallo”, cambiando la vocazione occupazionale dei tanti contadini delle provincie di Enna, Agrigento, Caltanissetta, che passarono da agricoltori a minatori.

Proprietari delle miniere erano i grandi proprietari terrieri che per legge possedevano anche il sottosuolo (solo nel 1927 fu varata una legge che prevedeva l’abolizione della proprietà privata del sottosuolo) e che affidavano ai gabelloti la gestione ricevendo in cambio l’estaglio, che corrispondeva al 30% della vendita del prodotto.

A seguire in questa scala sociale c’erano sborsanti, carrettieri, fabbri, bottegai, calcaronai, arditori, vagonai, picconieri e infine la massa enorme di carusi.

I bambini e le donne

Questi ultimi, bambini di tenera età tra i 5 e i 12 anni, venivano affidati dalle famiglie estremamente povere ai picconieri in cambio di una somma da 100 a 200 lire, chiamata “soccorso morto”, per farli lavorare nelle miniere in condizioni simili ai lager.

La restituzione di quella somma era molto difficile per cui tanti bambini rimanevano a vita carusi senza più rintracciare o rivedere i propri genitori.

Tuttavia dai miseri centri dei feudi dove da secoli le possibilità di lavoro dipendevano dal capriccio del gabelloto, dove le giornate lavorative si riducevano a poche nell’arco dell’anno, dove il contadino era angariato da tasse, decime e balzelli, la miniera apparve come un miraggio nel deserto e offrì una speranza di riscatto a una moltitudine di diseredati.

Tutto il prodotto, allo stato grezzo, era destinato all’estero e la commercializzazione era in mano ad operatori stranieri, per lo più inglesi.

I sistemi di estrazione rimasero per lo più arretrati e lo sfruttamento del lavoro operaio fu sempre più selvaggio: uomini, bambini, donne.

Delle donne si è detto poco o nulla, neanche la letteratura siciliana ne fa cenno.

In un opuscolo curato da Vittorio Savorini nel 1881, frutto di una inchiesta disposta dal prefetto Giorgio Tamajo, già senatore del Regno d’Italia, si trovano alcune informazioni sul lavoro di circa 114 donne nell’agrigentino, di età compresa tra i 9 e 17 anni, le quali trasportavano il minerale dalla bocca della solfara fino alla catasta del minerale.

Abituate a portare pesi sulla testa, secondo una usanza di origine araba, erano più veloci ed efficienti degli uomini.

La promiscuità con i minatori nudi o seminudi, in quanto d’estate il caldo nelle miniere era insopportabile, le condannava al marchio infamante di poco serie e, per la disistima in cui erano tenute, si davano spesso alla prostituzione.

Gli incidenti

L’alta concentrazione di miniere di zolfo e l’arcaico metodo di estrazione furono causa dei tanti incidenti in miniera, come quella di Gessolungo in provincia di Caltanissetta.

Il 12 novembre 1881 vi morirono 65 operai a seguito di uno scoppio di grisù. Tra le vittime vi furono 19 carusi di cui 9 rimasti senza nome. A loro è dedicato il Cimitero dei Carusi, oggi visitabile vicino alla miniera.

Nella miniera di Cozzo Disi, una delle più grandi della Sicilia, nel 1916 a causa del crollo di alcune gallerie persero la vita ben 89 solfatari.

La crisi

Nel 1906 vennero scoperti giacimenti di zolfo in Luisiana e nel Texas e fu introdotto un nuovo metodo di fusione del minerale chiamato Frasch, con il quale il minerale si estraeva più facilmente e con una purezza pari al 95%.

La facilità di estrazione e la purezza dello zolfo misero in crisi il settore minerario dell’isola che da quel momento cominciò un lento e inesorabile declino.

La mancanza di investimenti nelle innovazioni tecnologiche, l’errato calcolo economico per cui si pensava che lo sfruttamento del lavoro umano rendesse più che la costosa introduzione di macchine, l’inesperienza imprenditoriale e la carenza di infrastrutture nei trasporti favorirono questo declino.

Non mancarono delle iniziative imprenditoriali di un certo interesse come quella rappresentata dalla società The English Sicilian Sulphur Company, sotto la direzione di Ignazio Florio a Palermo, che per 10 anni detenne il monopolio dello zolfo siciliano.

Oppure negli anni ’70 del XIX secolo la costruzione di alcune tratte ferroviarie della PA/CT ad opera di Robert Trewella grosso imprenditore zolfifero del catanese che consentì il trasporto veloce dello zolfo alle raffinerie della città e al porto di Catania.

O ancora l’ammodernamento degli impianti di alcune miniere realizzate ad opera delle famiglie inglesi Trewella e Sarauw. Purtroppo queste iniziative rimasero circoscritte e isolate.

Negli anni 1919 venne creato l’Ente Autonomo per il progresso tecnico ed economico dell’industria zolfifera che si occupò dell’elettrificazione delle zolfare. Nel 1933 per fronteggiare la concorrenza americana fu istituita l’Italzolfi con l’intento di raggiungere degli accordi con gli USA.

Fino a quando, nel 1964, le miniere vennero rilevate dalla Regione e nacque l’Ente Minerario Sicilia con un programma di assetto che portò alla chiusura delle miniere marginali o in fase di esaurimento. Tre anni dopo le miniere residue passarono alla Società chimica mineraria siciliana.

Anche la gestione pubblica delle miniere non riuscì ad arrestare la gravissima crisi che aveva travolto il settore. Fu la legge 34/88 a sancire la chiusura definitiva di tutte le miniere di zolfo siciliane.

Turismo minerario

Oggi cosa rimane di tutto questo patrimonio? Qual è stata la destinazione di tutte queste miniere? Potrebbero diventare il volano di un’attività turistica di tipo archeologico industriale?

Esiste già un vasto patrimonio culturale legato alla copiosa produzione artistico-letteraria che si ispirò alla realtà mineraria della Sicilia, da Pirandello a Sciascia a Rosso San Secondo a Guttuso a Giusti Sinopoli, per citarne alcuni.

Per quanto riguarda i siti minerari dismessi, la legge regionale n. 17 del maggio 1991 ha istituito i musei regionali delle miniere a Caltanissetta e ad Agrigento, un ente parco minerario a Floristella, Enna e un museo parco archeologico industriale a Lercara Friddi.

Nel 2011 è nato il Distretto turistico delle Miniere con capofila Caltanissetta: esso abbraccia 33 comuni interessati dal fenomeno storico dell’estrazione mineraria con un percorso di 200 Km di strade che rimangono carenti e maltenute.

Secondo quanto riporta l’Associazione Amici della Miniera di CL, in Sicilia il recupero dei siti minerari è stato affrontato tardi e i progetti avviati rivelano mancanza di organicità e coordinamento. Oggi c’è una grande richiesta di turismo minerario ma occorre mettere in sicurezza le miniere recuperando il patrimonio di macchinari e di strumenti. Occorrono investimenti e progetti per acquisire i finanziamenti europei.

Ci sono alcune miniere come quella di Trebonella vicino a Caltanissetta, una delle più importanti del Nisseno, che – come denuncia il film documentario della Visual Voyager Sicilia – si trova in uno stato di estremo abbandono mentre potrebbe essere riconvertita in chiave turistico-museale.

Diverso il destino del Complesso minerario Trabia-Tallarita Riesi, esempio straordinario di archeologia industriale in un contesto naturale di straordinaria bellezza, acquistata nel 2000 dall’Assessorato Regionale dei Beni Culturali. I lavori di recupero hanno interessato la centrale elettrica e i fabbricati annessi, destinati ad uffici e officine. Nell’ex centrale elettrica è stato collocato il Museo delle zolfare.

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