I protagonisti della storia chiamati per nome, anche se con “nomi d’arte” e raccontati come se si trattasse di compagni di scuola, o addirittura di classe. Persino un intero popolo, quello americano, ridotto a un unico personaggio.

La Storia, insomma, ridipinta con il pennello dell’ironia e i colori di un racconto che possa farsi ad un amico.

Cent’anni di burle e fregature, di tragedie e farse”. E‘ questo il titolo dell’ultimo libro di Giuseppe Amata, che esce per i tipi di “Aracne editrice.”

Giuseppe Amata, Pippo o Peppino per gli amici, docente in pensione di Economia ed Estimo ambientale all’Università di Catania, non ha mai smesso di abbinare la passione politica a quella per l’insegnamento, tanto da avere ricoperto le cariche di membro della direzione nazionale dei giovani del PSIUP tra il 64 e il 68 e di componente del Comitato politico nazionale del Partito della Rifondazione Comunista tra il 1991 e il 1996.

Ma qui si presenta nelle vesti di storico, anche se, appunto, di uno storico particolare che rivisita gli avvenimenti e ridescrive i personaggi con graffiante ironia e, talora,  con una buona dose di comicità.

Il libro di Amata racconta le vicende politiche italiane degli ultimi cento anni, dai primi vagiti del neonato Mussolini alla ingloriosa sconfitta referendaria dell’ultimo Renzi, che Amata chiama Silvio, così come chiama Matteo, Berlusconi, con evidente giudizio di uguaglianza delle politiche dei due. 

Di cognomi, comunque, nel  testo di Amata non ve ne sono perché la trama si svolge come un agile racconto affabulatorio, ricco di taglienti giudizi su persone e fatti, tutti comunque facilmente identificabili.

Scorrono così gli anni del fascismo, della clandestinità dei  capi dei partiti antifascisti, della lotta di liberazione nazionale che a giudizio di Amata non si trasformò in rivoluzione socialista per l’eccessiva prudenza dei capi, E poi De Gasperi, Nenni, Togliatti, Berlinguer,  Fanfani, Andreotti e, via via, fino a Berlusconi e le sue escort, a Renzi e le sue “sexiministre”.

Ecco come viene raccontato l’incontro tra Mussolini e Gabriele D’Annunzio in quel ventennio che Amata definisce Antico Impero.

Benito, quando la porta della sala dov’è riunito il consolato si apre con impeto, ha uno scatto di rimostranza, pensando di redarguire la persona che si permette di entrare senza bussare, ma alla vista del suo profeta si ricompone e scatta in piedi, e altrettanto fanno all’unisono i suoi collaboratori, salutando con deferenza e con il braccio destro alzato e il palmo della mano aperto, secondo la forma di saluto che si praticava nell’Antico impero.

«Ave, oh fante alato!» declama Benito (il profeta era stato, come già detto, nel corpo degli avieri).
E il profeta, osannato come maggior poeta nazionale, prontamente ribatte con la sua abituale ironia:«Salve, oh lesto fante, chi son costoro?» (Benito, quando era stato costretto a fare, dopo la fuga giovanile, l’amnistia e il rientro in Esperia, il servizio militare, era stato assegnato ai bersaglieri). E Benito risponde: «Anche loro fur-fanti!»

Così vengono definiti i leghisti:  “…quelli che si considerano ad alta voce i discendenti dei celti e si propongono di costituire un piccolo regno autonomo, pur non sapendo nulla della civiltà celtica, ma con la loro suprema ignoranza e la loro bocca sempre spalancata potevano urlare quello che volevano a un pubblico ancor più ignorante di loro che li esaltava. E, infatti, ne dissero di cotte e di crude, quasi fino alla nausea contro i ladroni della capitale dell’Antico impero. Anzi i ladroni, secondo loro, non sono individuati soltanto negli uomini di potere, ma nella capitale stessa come istituzione”.

E la cosiddetta discesa in campo di Berlusconi: “Se devono sfacciatamente comandare gli uomini dei potentati, senza la mediazione politica, a differenza di quanto è avvenuto nei decenni precedenti, considerato che ho creato dal nulla con la mia abilità imprenditoriale un grande regno finanziario ed economico, sappiano costoro che nella competizione per il primato mi ci butto anch’io».

Un racconto puntuale di politica e di storia, insomma, reso con leggerezza e che si legge facile facile, tutto d’un fiato.

Dopo le “Sei fiabe che sconvolsero il mondo” e “Il cavallo di Ping”, con questo suo “Cent’anni di burle e fregature, di tragedie e farse”, Giuseppe Amata continua a dimostrare che si può scrivere di Storia e di Politica senza essere seriosi ma divertendosi e divertendo.

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