La Palestina torna a bruciare, sono esplosi i ‘giorni della collera‘ dopo l’annuncio dell’amministrazione Trump di voler riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele.

Si torna a parlare di morti e feriti, di razzi e raid aerei, e dietro il racconto dei fatti di cronaca riemergere la tentazione di presentare israeliani e palestinesi come due popoli alla pari, entrambi vittime ed entrambi carnefici.

Una lettura non condivisa da Giuseppe Strazzulla – che oggi firma un suo intervento sulla attuale situazione di questa terra martoriata – co-autore del testo “Educare alla pace. La questione palestinese” di cui Argo ha già parlato e che verrà ripresentato sabato 16 dicenbre alle ore 18 presso la libreria Catania Libri di piazza Verga,2.

Il libro descrive, senza mezzi termini, l’apartheid di cui il popolo palestinese è oggetto, ma valorizza nel contempo alcune esperienze di solidarietà e di resistenza non violenta che permettono ancora di sperare.

Oggi che la Palestina è tornata al centro dell’attenzione, afferma Strazzulla, il ‘lumicino’ della speranza può essere alimentato solo da una convinta mobilitazione dell’opinione pubblica mondiale.

Una terra senza pace

L’annuncio dell’amministrazione Trump di voler riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele trasferendovi l’ambasciata statunitense riporta l’attenzione del mondo sulla “questione palestinese”, ma non può essere considerata una nuvola a ciel sereno.

Esso, infatti, conferma (e, purtroppo, mette in atto) la strategia geopolitica già prospettata in campagna elettorale dall’attuale presidente degli Stati Uniti (e, non dimentichiamolo, votata da milioni di americani).

I molteplici interessi, economico-finanziari da un lato e di politica interna dall’altro, causano l’improbabile coalizione tra Israele e Arabia Saudita in contrapposizione all’Iran, unico vero ‘nemico’, nell’area mediorientale.

L’ “uomo di fiducia” di Trump in quella zona del mondo è suo genero, Jared Kushner. La sua Fondazione ha regalato almeno 38.000 dollari per la costituzione del seminario ebraico in Cisgiordania a Beit El (fonte: Newsweek): possiamo aspettarci una giusta mediazione dei colloqui di pace israelo-palestinesi?

Emerge piuttosto l’ideologia della “guerra perpetua”, del perpetuarsi di una situazione di conflitto che favorisca l’industria delle armi e la divisione del mondo arabo.

A danno, ancora una volta, di qualsivoglia accordo internazionale, a cominciare dall’occupazione di Gerusalemme Est da parte israeliana (mai riconosciuta da alcun paese al mondo) subito dopo gli accordi del 1967 seguiti alla guerra dei Sei giorni.

Le provocazioni americane ridicolizzano il ruolo dell’Onu e ignorano il potenziale (in verità, già avviato) accentuarsi della reazione violenta in tutto il mondo e dell’ulteriore limitazione dei diritti umani per i palestinesi.

Sarebbe però sbagliato addossare a Trump l’esclusiva paternità di quanto accade. La politica statunitense di appoggio ad Israele è responsabile da decenni dell’impunità di cui hanno goduto tutti i governi succedutisi nel tempo: miliardi di dollari di finanziamento per le forze armate, tolleranza nei confronti delle occupazioni abusive di terre palestinesi (e, come abbiamo detto, della stessa Gerusalemme), configurazione di una sostanziale impunità presso le Nazioni Unite.

Il lumicino della speranza ancora viva è legato alla nuova centralità che la questione palestinese può assumere nella coscienza collettiva mondiale. Non ci si riferisce tanto all’Unione Europea, la cui flebile vocina si dimostra politicamente impotente non appena si tratti di incrinare appena gli interessi dei suoi Stati più influenti.

E’ necessario invece mobilitare l’opinione pubblica, tornare a lottare anche per la giustizia e il riconoscimento dei diritti degli “altri”: ne sono capaci, per esempio, i partiti e le coalizioni della sinistra italiana che si preparano alla competizione elettorale?; sono in grado essi di trovare il coraggio per guardare oltre i confini nazionali, per indicare una strada comune di riscatto dell’umanità?

Per chi, come noi, si è lasciato prendere dal viaggio in Palestina, e vi ha conosciuto intellettuali arabi ed ebrei dissidenti, sacerdoti cattolici, medici che operano in condizioni disperate, contadini resistenti, tanta gente povera nelle città della Cisgiordania come nei campi profughi, il dolore e la rabbia sono grandi.

E’ necessario far sapere a più gente possibile quanto sia falsa la convinzione che in quella terra si scontrino due paritetici drammi: da una parte il progredito Stato d’Israele, dall’altro quello arretrato palestinese, alle prese con le loro diatribe religiose.

Le cose non stanno così: si tratta invece di un popolo occupante e di un popolo le cui terre, i cui beni, la cui vita quotidiana sono occupati con criteri di ingiustizia e di continua violazione dei diritti.

Ci sembra già grave che il mondo vada dimenticandosi di questa situazione. Intollerabile, poi, che la Nazione che considera se stessa nobile rappresentante della democrazia soffi sul fuoco della guerra perpetua.

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