Pippo Fava ricordato da uno dei suoi “carusi” nel giorno in cui è stato assassinato ma non ucciso, trentaquattro anni fa.

Da più di trent’anni, ogni volta che penso al Giuseppe Fava che ho conosciuto, non penso mai ai potenti che vollero vederlo morto, o al Santapaola che sbrigò il lavoro sporco, o ai magistrati corrotti e ai giornalisti collusi che vigliaccamente, per decenni, insabbiarono e depistarono le indagini sul suo omicidio.

Non penso, insomma, alla pletora di uomini che componevano il corrotto governo della Catania di quei tempi, e che il nostro giornale mise per un breve tempo con le spalle al muro.

Io quando penso a Giuseppe Fava penso ad una giornata al mare in ottobre, o a una gita di domenica a Chiaramonte Gulfi, in quel posto in cui si magnifica il porco, dove ci portava ogni tanto, e che spero sia ancora lì, con l’enorme braciere all’ingresso e la sala piena di fumo. Penso alla carne di cavallo che andavamo a mangiare sotto il Castello Usino, o a certe passeggiate notturne tra Aci Castello e Capo Mulini, quando mi raccontava della sua giovinezza in un modo che faceva desiderare di essere stato lì con lui, a respirare i profumi che aveva respirato, a conoscere le persone che descriveva con tanta appassionata nitidezza.

Perché Giuseppe Fava era soprattutto questo. Un uomo che amava la vita di un amore carnale e vivissimo, e faceva ogni cosa con estrema passione per le vicende, i luoghi e gli esseri umani che incrociava nella sua vita.

A muoverlo non era l’odio contro qualcuno, fossero pure i mafiosi e i loro potenti complici. E anzi io penso che essi sentirono l’urgenza di fermarlo con le armi proprio perché lui, invece che semplicemente odiarli, come facemmo dopo la sua scomparsa, ne comprese le passioni umane, persino le mostruose ragioni, e le svelò mettendole a nudo, lasciandoli nudi.

A muoverlo erano la sconfinata simpatia – non trovo una parola migliore – per gli esseri umani e la compassione per gli ultimi, che per lui non fu lo sterile pronunciamento dell’intellettuale o del politico, ma carne e sangue, il suo sangue e la sua carne.

E anche la battaglia contro la mafia, che condusse su “I Siciliani” negli ultimi anni della sua vita di artista e intellettuale, non fu altro che una forma di amore per la sua gente, che sognava di risvegliare da un sonno profondo di secoli, perché si riprendesse un destino migliore, più degno della terra bellissima che i siciliani calpestano.

I siciliani, e i catanesi in particolare – la maggioranza di essi – non hanno saputo ricambiare il suo amore. Per ignoranza, per atavica indifferenza, per paura. Molti, anche, perché non seppero perdonargli di essere tanto migliore di loro. Ma sono sicuro che lui, se potesse farlo, saprebbe capire e perdonare tutti, perché questa era la sua splendida natura.

A noi, “carusi” di Fava ormai invecchiati, e più grandi di lui quando se ne andò, resta la fortuna di aver avuto un maestro eccezionale, l’orgoglio di essere stati al suo fianco, e il rimorso di non essere stati fino in fondo alla sua altezza. Ma questo, probabilmente, non era possibile in nessun caso.

Con Claudio ho scritto un libro, “Prima che la notte”, che cerca di raccontare Giuseppe Fava oltre l’etichetta di giornalista antimafia che gli è stata sbrigativamente attribuita.

Il libro è diventato un film, scritto insieme a Monica Zappelli e al regista Daniele Vicari. Andrà in onda nel corso di questa stagione su Rai 1, e per quanto mi riguarda sarà soprattutto, finalmente, l’occasione di far conoscere a molti italiani un grande uomo.

Michele Gambino

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One Response to “L’amore per la vita di Pippo Fava”

  1. Forse di Giuseppe Fava questo è stato già detto: che, se avessse potuto, avrebbe barattato tutta la carriera di giornalista e scrittore, con quella di un bravo calciatore.
    Insomma Fava amava lo sport più della letteratura stessa.
    Anche il tennis, e al tempo del “tragico” Giornale del Sud, spesso la mattina andavamo a giocare nei campi del maestro X. Questo maestro era alto, prestante e sempre abbronzato: “Andavamo in coppia -raccontava Fava- io e il maestro, a caccia di turiste: lui le agganciava, poi intervenivo io con la mia vena dialettica: non fallivamo un colpo”
    E a proposito del tennis -dove certo non brillava tecnicamente- in una nostra partita, riuscì a perdere 3 set a 0 (e questo può succedere a chiunque), ma il fatto straordinario fu che non riuscì a fare neppure un 15 (invece questo credo non sia mai accaduto nella storia del tennis) e in un servizio finale si diede una racchettata sul ginocchio.
    Inutile aggiungere che il primo a ridirci su questa indimenticabile partita, fu proprio lo stesso Fava, che spesso la ricordava con la sua nota autoironia; non solo, ma colorandola ogni volta di particolari sempre diversi e sempre divertenti.
    A me piace ricordarlo così

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