locandina Hebron palestina città fantasma

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Una strada vuota, senza più negozietti, senza abitazioni, senza bambini, senza più gente. Solo giovanissimi soldati a guardia del nulla, e i “turisti”, pellegrini di pace ai quali – per salvare l’apparenza nei confronti del mondo – non può essere vietato l’accesso.

E’ quanto si può vedere a Hebron, la città nel sud della Cisgiordania dove si  visita la Tomba dei Patriarchi (Hebron è l’antica Al-Khalil, che vuol dire “amico di Dio”, con riferimento ad Abramo; tra le quattro città sante sia dell’ebraismo che dell’Islam, ed uno dei principali centri commerciali dei Territori palestinesi).

La strada vuota è Shuhada Street, spettrale testimonianza dell’ossessivo controllo israeliano di un territorio che non gli appartiene (siamo nella zona “A”, a totale controllo dell’Autorità palestinese secondo quanto stabilito dagli accordi internazionali…).

Qualche anno fa, un gruppo di 500 coloni fondamentalisti ha illegalmente occupato una serie di abitazioni, protetto dall’esercito invasore: più di 600 coloni israeliani vivono all’interno della vecchia città, “difesi” da oltre 1500 soldati.

A fianco di Shuhada Street, si trova la via che ospita il mercato, sormontata da una rete metallica di protezione: da cosa? si chiedono i passanti. Basta guardare in alto, e il dubbio si chiarisce: la rete serve a proteggere chi sta sotto (i Palestinesi) da ogni genere di rifiuti che i coloni rovesciano dai piani di sopra.

A portare avanti la pratica di resistenza nonviolenta sono gruppi ed associazioni con tanti giovani attivisti. In particolare, la Youth Against Settlements (Gioventù contro gli insediamenti) si pone come obiettivi la fine delle attività di insediamento attraverso la lotta popolare nonviolenta e la disobbedienza civile, pagando spesso con arresti ingiustificati e detenzioni, nonché quotidiane provocazioni e violenze da parte dei coloni.

Il 25 febbraio di ogni anno, dal 2010, essi si riuniscono con simpatizzanti di varie parti del mondo per chiedere – in conformità all’obiettivo della risoluzione del conflitto israelo-palestinese conforme al diritto internazionale – uguaglianza, rispetto dei diritti umani a Hebron, la riapertura di Shuhada Street e la fine dell’occupazione militare israeliana.

La data è quella del massacro della Moschea (quest’anno è il 24° anniversario), quando il colono israeliano Baruch Goldstein uccise 29 palestinesi durante la preghiera del venerdì nel periodo di Ramadan.

Sabato 3 marzo avremo la possibilità di ascoltare due di questi coraggiosi giovani palestinesi: Mohanad Qufaisha, responsabile delle visite di “Giovani contro gli insediamenti”, ed il videodocumentarista Abed Amro.

Si tratta, certo, di un atto simbolico: riaprire Shuhada Street non risolverà le sofferenze e le ingiustizie patite dal popolo palestinese. Ma, oltre al dovere di informare, dobbiamo tener conto dell’importanza simbolica (e, per i piccoli artigiani della città di Hebron, anche economica) di interrompere gli atti di arroganza dell’occupazione e la negazione dei diritti umani più elementari.

Qualunque processo di soluzione del conflitto deve necessariamente passare dalla restituzione della dignità umana ai palestinesi.                                                                                                                     catanesinpalestina

 

L’incontro di sabato 3 marzo – organizzato da AssoPAce Palestina, CGIL, Libera, Osservatorio Euromediterraneo, Pax Christi, Rete della Pace e UDI – avrà luogo alle h.17 presso la Camera del Lavoro di Catania. Sarà presente Luisa Morgantini, presidente di AssoPace Palestina.

Con questo articolo inizia la collaborazione ad ‘Argo’ di catanesinpalestina, un nickname dietro il quale si celano quattro nostri amici che, innamoratisi della Palestina e della sua causa di lotta all’occupazione israeliana, provano a sdebitarsi tenendo viva l’attenzione dell’opinione pubblica sulla sua umanità, a partire dalle forme di resistenza nonviolenta che donne e uomini stanno realizzando in quella terra.

Nella consapevolezza che rompere la diffusa indifferenza è dovere nei confronti di un popolo – e in particolare di tanti bambini – che pur soffrendo continua a costituire un riferimento politico per tutte le persone di buona volontà.

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