Sono il 30% della popolazione carceraria siciliana, anche il 60% vicino ai luoghi di sbarco. Parliamo dei detenuti stranieri della nostra Regione, dei quali non si occupa nessuno, o quasi.

Non hanno in loco famiglie a cui appoggiarsi, anche solo per un cambio di biancheria, non conoscono la lingua (nella maggior parte dei casi) e stentano a capire le rigide regole interne alla struttura carceraria, sono inevitabilmente spaesati.

La situazione di questi ‘dimenticati’ è stata oggetto di attenzione per circa due anni all’interno del progetto “Oltre i confini”, finanziato dalla fondazione Con il Sud e avviato nel giugno 2014 per iniziativa di una vasta rete di partner istituzionali e del privato sociale, con capofila Cooperativa Prospettiva Futuro di Catania.

Obiettivo, individuare percorsi personalizzati di reinserimento sociale e lavorativo e offrire ai detenuti stranieri informazioni e consulenza sulle normative che li riguardano.

A progetto concluso, i risultati sono stati presentati sia a Palermo nello scorso dicembre, sia a Catania una settimana fa, presso il salone del Crocifisso dei Miracoli, in un incontro organizzato dal Centro Astalli e da Cooperativa Prospettiva.

Non analisi a tavolino quelle fatte da avvocati, educatori, psicologi e mediatori culturali impegnati nel progetto, ma un continuo confronto e una stretta collaborazione con gli enti e gli uffici deputati a questa complessa materia, questure, prefetture, tribunali di sorveglianza e personale degli Istituti penitenziari, direttori, assistenti sociali, agenti.

E soprattutto il coinvolgimento dei detenuti stranieri, 1200 in 23 Istituti della Regione. Da una serie di colloqui individuali, con 660 detenuti che ne hanno fatto richiesta, sono emersi sia i bisogni individuali sia le problematiche più generali, legate ad alcune criticità del sistema penitenziario

“Oltre i confini” non si è limitato ad accendere i riflettori su questi problemi, ma ha avanzato proposte concrete, sintetizzate nel report finale che qui alleghiamo.

Primo problema individuato è quello della difficoltà di comunicazione. Come stabilire infatti un canale di comunicazione con persone che non parlano la nostra lingua in assenza di mediatori culturali?

Ed ecco la prima proposta, introdurre nella pianta organica delle strutture penitenziarie questa figura professionale, attualmente del tutto assente. Questo renderebbe più proficuo il lavoro degli operatori, permetterebbe di tutelare i diritti fondamentali dei detenuti stranieri e garantirebbe anche una maggiore sicurezza.

La comunicazione manca anche nei rapporti tra i ministeri, in particolare quello della Giustizia e quello dell’Interno. Si verificano oggi situazioni paradossali, con il Ministero dell’Interno che considera irrintracciabili persone che sono in realtà detenute e di cui quindi il Ministero della Giustizia ha contezza e ha rilevato le impronte. Eppure basterebbe – come leggiamo nel report – la condivisione della “piattaforma informatica di gestione della procedura di identificazione degli stranieri”.

A proposito della protezione internazionale, a cui molti detenuti vorrebbero accedere, emerge un altro paradosso. Le richieste non possono essere formalizzate perchè gli appositi modelli vanno compilati presso gli Uffici Immigrazione. Gli uffici non dispongono di personale sufficiente che possa recarsi all’interno delle carceri, ma ai detenuti stranieri viene negata l’autorizzazione a recarvisi.

Un circolo vizioso che blocca la possibilità di accedere alla misura e quindi essere considerati “richiedenti” iniziando il relativo percorso di accoglienza.

Non è un caso che un’altra concreta proposta scaturita dal progetto sia quella di formare gli operatori del sistema penitenziario in modo che siano in grado di supportare i detenuti stranieri nell’esercizio dei propri diritti. Ad esempio li informino sulla normativa che li riguarda, li assistano nella compilazione delle istanze di rilascio/ rinnovo del permesso di soggiorno, che si possono fare dal carcere mediante un kit postale, o nell’avviare il procedimento per ottenere i documenti d’identità personali.

C’è da tenere presente che molti detenuti sono stati tratti in arresto subito dopo lo sbarco, accusati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Sono i cosiddetti “scafisti”, ormai sempre più giovani, talora minorenni, in genere coinvolti nella guida dei barconi in cambio di vantaggi, ma estranei al traffico di esseri umani e ai grossi interessi che lo governano.

Per costoro vale, a maggior ragione, il diritto a ricevere informazioni sulle norme relative all’immigrazione e sulla possibilità di accedere alla protezione internazionale.

Ma c’è di più. Sarebbe opportuno un intervento legislativo sul reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina in modo che possano essere colpiti i veri trafficanti.

L’isolamento dei detenuti stranieri è aggravato dalla difficoltà di comunicare con le famiglie. Le telefonate vanno autorizzate dalle Ambasciate che devono controllare le utenze di destinazione, cosa non facile essendo le persone interessate in genere prive di utenze fisse. Come accertare che il contattato sia veramente un familiare? Quindi tempi lunghissimi o assenza di risposta.

Per chi è fuggito da persecuzioni politiche si aggiunge un’ulteriore difficoltà, il rifiuto – dettato dalla paura – di avere contatti con Ambasciate e Consolati.

Un’altra richiesta ricorrente dei detenuti extracomunitari riguarda il lavoro, fondamentale non solo come fonte di reddito ma anche come mezzo di integrazione.

Il progetto prevedeva di rispondere a questa esigenza con l’attivazione di 16 tirocini di inserimento/reinserimento lavorativo all’esterno degli istituti penitenziari.

In pratica, visto che i detenuti stranieri difficilmente ottengono misure alternative alla detenzione o permessi di lavoro all’esterno, sono stati organizzati otto tirocini interni alle carceri e altri otto esterni, realizzati presso aziende locali e destinati a coloro che potevano accedere all’esecuzione penale esterna, alla messa alla prova o all’affidamento al servizio sociale.

Questo progetto, che per la sua concretezza e serietà meriterebbe di essere riproposto, non ha avuto risonanza mediatica nonostante il tentativo di farne circolare contenuti e proposte anche attraverso un documentario, incentrato su alcune storie personali, che qui riproponiamo.

Per realizzarlo sono stati impegnati tempo e risorse, nella speranza che abbia senso e valore riproporre il tema dell’inclusione, anche andando controcorrente rispetto all’attuale clima culturale in cui prevalgono sospetto e rifiuto.

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