manifesto giro d'ItaliaMancano ormai pochi giorni, il quattro maggio inizierà la più attesa delle corse ciclistiche della nuova stagione, il Giro d’Italia, vera festa popolare ed uno dei pochi avvenimenti che riescano a compattare lo spirito nazionale. Se infatti il campionato di calcio divide, il Giro unisce i tifosi di tutti i ciclisti.

Anche la circostanza che sempre più spesso il Giro parta da luoghi fuori dai confini nazionali (solo negli ultimi dieci anni: 2010 Amsterdam, 2012 Herning [Danimarca], 2014 Belfast, 2016 Apeldoorn [Paesi Bassi]) non è mai stata vista come uno snaturamento, perché da sempre la “corsa rosa” ha avuto un carattere internazionale, inferiore in questo solo al Tour de France, gigantesco circo di risonanza mondiale.

Né appare del tutto sostenibile la critica dei tanti soldi che le sedi di tappa (in particolare quella iniziale) devono sborsare per ospitare la manifestazione (per avere un parametro locale: la Regione Sicilia ha investito 350.000 euro per le tre tappe di quest’anno, ma va tenuto conto di una serie di “ritorni” come indotto turistico, pubblicitario, ecc.).

La vera ragione per cui ci procura scandalo la partenza del Giro 2018 da Gerusalemme non riguarda lo sconfinamento (per la prima volta extraeuropeo), né le cifre elevatissime sborsate dallo stato d’Israele (oltre 10 milioni di dollari per “La Gazzetta dello Sport” e RCS Media Group, organizzatore dell’evento: è il business sportivo, bellezza!); bensì il piano simbolico-culturale al quale il giornale rosa è sempre molto attento: anniversari, ricorrenze, memorie civili e sportive sono spesso alla base degli itinerari prescelti, contornati di premiazioni, riconoscimenti, ricordi…

E’ per questo che la scelta di “festeggiare” il 70° anniversario della proclamazione dello Stato d’Israele suona offensivo per tutte le persone di buona volontà che credono alla pace e in particolare per il popolo palestinese, per il quale quella data rappresenta la Nakba (la catastrofe), con oltre 10.000 persone uccise e circa 800.000 cacciate dalle loro terre.

Né l’oggi ci conforta, anzi: i territori palestinesi vengono sempre più ridotti dall’occupazione dei coloni israeliani, protetti dallo Stato che tollera (spesso favorisce) atti di violenza per i quali la giustizia è amministrata a senso unico.

Non è facile capire come possiamo far sentire la nostra voce di protesta.

Alcune organizzazioni pensano di organizzare manifestazioni in coincidenza con le prime tappe italiane (per l’appunto, quelle siciliane), quando il “misfatto” sarà già compiuto, fino addirittura a bloccare la corsa o almeno a ritardare la sua partenza: atto in sé abbastanza facile da compiere (il ciclismo si svolge su strada, basta mettersi di traverso…) e forse anche di una certa visibilità, ma probabilmente poco gradito proprio dai tifosi-fruitori dell’evento sportivo…

Un altro modo, forse di scarso appeal ma in grado di causare un dibattito laddove fosse sposato da associazioni a livello nazionale, potrebbe essere il boicottaggio delle trasmissioni televisive delle prime tre tappe, con ricadute sul piano degli interessi pubblicitari degli organizzatori.

L’abilissima retorica della “Gazzetta” imposta buona parte della sua costruzione immaginifica sulla figura di Gino Bartali, “giusto” di Israele per aver contribuito a salvare tante vite grazie alla sua fama di corridore già plurivincitore negli anni delle odiose leggi razziali. Ma lui, Bartali, non si vantava mai con nessuno di quel coraggio e di quell’umanità che aveva esercitato con tanta naturalezza.

Si trattava di un senso della giustizia e dell’amore per gli esseri umani così profondo da indurci a pensare che oggi “Ginettaccio” sarebbe un giusto del sofferente popolo palestinese…

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