Nella splendida cornice del Palazzo della Cultura di Catania, si è svolta, sabato 28 aprile, la 6° giornata formativa del Club Alpino Italiano sulla “Responsabilità dell’accompagnamento in montagna” (Ram).

In questa ultima tappa, dedicata ai soci dell’Italia meridionale, di un progetto nazionale iniziato lo scorso anno, è stato preso in considerazione anche il tema del rischio vulcanico.

Un evento importante quello di sabato, durante il quale i dirigenti locali hanno cercato anche di focalizzare questioni essenziali relative al ‘nostro’ modo di vivere il rapporto non solo con l’Etna e la montagna in generale ma con la natura stessa.

A partire dallo scarso interesse che nutrono per essa i giovani, che non conoscono e non frequentano la montagna e non sono certo incoraggiati a farlo da interventi istituzionali come i divieti di libero accesso alle zone sommitali del vulcano disposti dalla Prefettura sin dal 2013.

Alla base di tutto possiamo individuare innanzi tutto il problema della ‘responsabilità’, non solo quella legale o assicurativa, che riguarda soprattutto ‘chi accompagna’, ma quella di tutti noi che amiamo fare escursioni in ambito naturale.

Quello della responsabilità è un argomento difficile nel nostro contesto sociale e culturale, in cui si fa fatica, in genere, a riconoscere le proprie responsabilità, e spesso si tende solo alla ricerca del colpevole (sempre gli altri, in particolare le istituzioni) e alla richiesta di risarcimenti (per noi).

avv. Vincenzo Torti presidente CAIE’ stato lo stesso presidente nazionale Vincenzo Torti a sottolineare il concetto di ‘autoresponsabilità’, quella responsabilità che ognuno deve assumersi nel momento in cui si avventura in ambienti naturali che contengono di per sé una percentuale di rischio, come accade anche quando si va al mare o si praticano determinate attività sportive.

Visto che il rischio zero non esiste, la prospettiva più seria è quella di promuovere una frequentazione della montagna consapevole e attenta fornendo piuttosto agli utenti, con cartelli plurilingue o con la presenza di punti di informazione, i dati sulle condizioni climatiche e vulcaniche.

Solo in caso di fenomeni in fase parossistica si possono rendere necessarie particolari limitazioni.

Qualora ci rendessimo conto di non essere in grado di affrontare alcuni percorsi basandoci solo sulle nostre forze e le nostre conoscenze, saremo noi stessi ad affidarci a qualcuno più esperto e sceglieremo di lasciarci guidare, cedendo a chi è più esperto di noi una parte della nostra responsabilità.

Anche in questo caso, comunque, ribadisce Torti “la responsabilità dell’accompagnato fa crescere la qualità della frequentazione dei siti naturalistici”.

Al di là dei problemi tecnico-giuridici, riguardanti guide e accompagnatori, affrontati nel corso della giornata, la posizione del CAI è chiara: la fruizione della montagna, che ha un rischio intrinseco, deve essere libera, responsabile e accompagnata laddove i fruitori presentino carenze di preparazione fisica e tecnica, integrate dall’accompagnatore.

Carmelo Ferlito, vulcanologo dell’Università di Catania, pur evidenziano nel suo intervento i rischi del contesto vulcanico, dall’emissione di gas acidi, fastidiosi ma non nocivi, al campo lavico accidentato, all’attività esplosiva, ha evidenziato il dato statistico che rileva un numero di incidenti minimo rispetto al numero dei frequentatori.

In sostanza la frequentazione del vulcano non comporta, in genere, rischi particolari rispetto a qualsiasi altra montagna.

Ferlito ha evidenziato soprattutto l’importanza della visione culturale: “Altre culture diverse dalla nostra accettano l’ineluttabilità della natura acquisendo una forma di rispetto, noi abbiamo una percezione della natura come matrigna che va evitata e arginata”.

Eppure la montagna offre un’esperienza di libertà e di crescita che “va concessa, con o senza guide, a chi è preparato o integra le proprie carenza facendosi affiancare da un accompagnatore specializzato”.

Non si possono considerare i fruitori solo come coloro che “portano soldi“.

I lavori di questa giornata dimostrano che l’ossessione della sicurezza, tipica della nostra società, rischia di farci perdere la voglia di godere della bellezza e del fascino della natura. La vera scommessa è educare le nuove generazioni all’interesse per la montagna, al rispetto della sua “possanza” e quindi anche alla prudenza.

Concetti non nuovi per molte associazioni locali che, riunite nel Comitato Etnalibera, di cui fa parte anche il CAI, si battono da tempo contro le limitazioni all’accesso a quel bene unico e spettacolare che è la nostra ‘montagna’, l’Etna.

 

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