Nell’inchiesta sulle cosiddette “spese pazze” del Parlamento regionale siciliano, risulta rinviato a giudizio anche Salvo Pogliese, candidato sindaco del centrodestra a Catania.

Si tratta della gestione dei fondi che la Regione riconosce ai gruppi parlamentari dell’Assemblea regionale siciliana, e i fatti contestati si sono svolti tra il 2008 e il 2012. Il rinvio a giudizio, su decreto del Gip del Tribunale di Palermo, risale al 16 luglio 2016.

Circa un anno prima, per decisione della Suprema Corte, erano stati prosciolti cinque degli 11 indagati.

Per altri sei, tra cui Pogliese, cadevano le ipotesi di reato relative ad alcuni comportamenti ma rimaneva pendente l’ipotesi di peculato per altre condotte.

Secondo i magistrati, i parlamentari inquisiti, che maneggiavano il denaro, utilizzavano i fondi per attività diverse dai fini istituzionali.

A quell’epoca Pogliese era vice capogruppo del Pdl, ma di fatto guidava la componente degli ex Alleanza Nazionale presente in aula e gestiva personalmente la quota di contributi riconosciuta a quel segmento del partito.

Il processo, per il reato di peculato, riguarda una cifra che si aggira intorno ai 70 mila euro.

Trattandosi di spese effettuate nella qualità di Vice Presidente del Gruppo parlamentare PdL all’ARS, Pogliese, in quanto “pubblico ufficiale” dovrà rispondere del fatto che “con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, avendo la disponibilità dei fondi derivanti dal contributo di funzionamento per i gruppi parlamentari erogati dall’ARS, se ne era appropriato o comunque li aveva utilizzati per finalità personali o comunque estranee alla previsione normativa”.

In particolare si sarebbe appropriato:

di circa 41.200 euro per rifornimenti di carburante, pasti in ristoranti, pizzerie, bar, Macdonald’s, soggiorni presso Grandi Hotels di Palermo, unitamente a moglie, suoceri e figlio minore, ed altri non appartenenti al gruppo parlamentare PDL, come l’autista personale;

di circa 31.400 euro attraverso l’emissione di assegni bancari, in gran parte a favore di se stesso;

di 280 euro per il pagamento di retta di frequenza del figlio presso la scuola d’infanzia MiniClub;

di 1200 euro per lavori di ristrutturazione (ferramenta) presso lo studio Pogliese legalmente rappresentato dal lui padre, Pogliese Antonio;

di circa 1270 euro per l’acquisto, di una quarantina di confezioni regalo composte da bottiglie di vino e panettone, in alcuni casi integrate da altre specialità alimentari (salami, formaggi, paste di mandorla, paté di pomodori e di olive), confezioni consegnate presso lo studio Antonio Pogliese di via Cesare Beccaria.

Se da un lato abbiamo la Procura di Palermo, convinta che Pogliese abbia abusato di contributi e di rimborsi, addirittura effettuando dei bonifici dal conto del partito a quello personale, dall’altro abbiamo la linea difensiva predisposta dal suo difensore, Giampiero Torrisi.

Pogliese avrebbe anticipato di tasca propria il denaro per una serie di spese del gruppo Pdl (stipendi dei dipendenti, acquisto di materiali, organizzazione di iniziative) e successivamente, quando i rimborsi venivano liquidati, avrebbe recuperato quanto anticipato, anche con bonifici sul suo stesso conto corrente.

Torrisi sostiene di possedere le carte a sostegno di questa tesi e Pogliese, fino a questo momento, ha preferito non rilasciare dichiarazioni sulla propria posizione processuale.

I sostenitori dell’aspirante sindaco temono che il processo palermitano possa venire strumentalizzato per fini politici e che toni giustizialisti usati dagli avversari potrebbe far perdere al candidato un trend che al momento sembra favorevole.

Una preoccupazione fondata perchè sappiamo che il tema dell‘uso dei fondi pubblici, particolarmente al livello regionale, ha influito pesantemente sui risultati e quindi sugli equilibri elettorali, non solo in Sicilia.

Questi toni giustizialisti, però, non ci sembra abbiano prevalso, anzi sulla faccenda si sorvola fin troppo.

Non si tratta qui di stabilire se i comportamenti siano particolarmente gravi o le cifre rilevanti (di fatto si tratta di cifre relativamente modeste).

La riflessione che si impone è soprattutto di metodo: non si può far finta di niente quando un candidato a una carica così delicata e importante risulta rinviato a giudizio per il reato di peculato.

Oltretutto, al contrario di quanto si afferma, il primo grado del processo non è giunto affatto alla fine.

Per arrivare a sentenza potrebbe occorrere anche un anno. E – a quel punto – Pogliese potrebbe anche essere divenuto primo cittadino di Catania.

Leggi il testo del rinvio a giudizio

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