Forse il suo viaggio non è stato proprio ‘cheap’, economico, come egli lo definisce, considerato il costo dei pernottamenti (100 dollari a notte) nell’hotel del centro in cui ha alloggiato.

Comunque Lucas Peterson, che ha descritto Catania nell’articolo pubblicato sul New York Times de l’11 maggio 2018, ha cercato di cogliere alcuni aspetti caratteristici della nostra città mettendosi dalla parte dell’uomo comune e non del turista danaroso.

L’autore di The Sights and Smells of Sicily’s Second City ha avuto qualche ‘botta di fortuna’, ma è comunque arrivato alla conclusione che la nostra città non solo meriti di essere visitata ma si prepari a vivere quello che egli definisce il “suo momento”. Sempre che il degrado, a cui purtroppo ci andiamo abituando, non cresca.

Dell’articolo proponiamo oggi la libera traduzione di ampi stralci.

Ci troviamo sul ponte di una grande nave merci, frustati dalla pioggia e dal vento dello Stretto di Messina, sentendoci un po’ come marinai che arrivano per la prima volta in un porto sconosciuto. La mia nuova conoscenza, un dottorando in antropologia di nome Giacomo, di origini genovesi, mi confessa di essersi di rado avventurato a sud di Roma e meno che mai in Sicilia.

Anche lui, come me, è emozionato alla vista della statua dorata della Madonna della Lettera che si fa sempre più vicina, mentre un tenue arcobaleno avvolge il porto con il suo arco a 180 gradi. La sua filosofia di viaggio, mi spiega, è che il nostro corpo sia una nave, che svuotiamo quando torniamo a casa e che riempiamo con le esperienze fatte durante il viaggio.

Mi sembra una bella immagine per cominciare il mio, di viaggio, verso Catania, la seconda città più grande della Sicilia, situata all’ombra dell’Etna sulla costa orientale dell’isola.

Anche se non attira le stesse attenzioni riservate a Palermo, le inattese meraviglie di Catania meritano di essere esplorate: l’architettura raffinata, i mercati frementi, i vivaci eventi culturali e i secoli di storia che fanno risalire gli albori della città ai tempi in cui essa non era altro una modesta colonia greca.

E dato che nell’ultimo anno si è registrata un’ascesa dell’euro a discapito del dollaro, un viaggio a Catania potrebbe comportare una spesa relativamente modesta.

Avrei potuto prendere un aereo, ma ho scelto il più scenografico viaggio in treno, compiuto con un biglietto in seconda classe costato 69,50 euro (circa 86$). Anche se i sedili non erano reclinabili, fatto terribile per un viaggio di dieci ore, il treno era mezzo vuoto e i posti accanto a me erano liberi. [non ha probabilmente viaggiato in estate o è stato abbastanza fortunato da non beccare una carrozza senza aria condiziona. NdT]

Alla piacevolezza del viaggio in treno, ebbi modo di aggiungere un’esperienza nuova: quando arrivammo a Villa San Giovanni, sulla punta dello stivale d’Italia, l’intero mezzo fu caricato – passeggeri e tutto – su un grossa nave che traghettò lo Stretto che ci separava dalla Sicilia. Una svolta sbarcati a Messina, il viaggio continuò a bordo dello stesso treno lungo la costa siciliana, passando per Taormina e giungendo infine alla Stazione di Catania Centrale.

La vista della città e i suoi odori mi investirono non appena misi piede sulle pietre diseguali del marciapiede: i venditori ambulanti di gelati e granite ghiacciate, i negozi pieni di pasta fresca, i motorini che sfrecciavano in mezzo a file di macchine e i muri ricoperti di graffiti colorati. Camminai per un po’ a fianco del mare, assaporando la brezza salmastra, prima di dirigermi verso il mio alloggio in centro città.

Una delle cose che apprezzai particolarmente dell’hotel, fu la possibilità di fare colazione su una grande terrazza che si affacciava su piazza Mazzini.

Come ebbi modo di scoprire sin dalla prima mattinata trascorsa a zonzo per la città, le piazze sono una delle cose essenziali della vita catanese.

La gente – venditori e acquirenti diretti al mercato, anziani seduti intorno alla statua dell’elefante – si riversava nella piazza principale, Piazza Duomo, man mano che il sole la riempiva a sua volta. Fareste bene a prendere un espresso macchiato in uno dei tanti bar che circondano la piazza e osservare questo fotogramma della vita catanese.

Abside basilica s agata, duomo cataniaDopo aver visitato la Cattedrale di Sant’Agata – che a causa dei terremoti e dei capricci dell’Etna è stata ricostruita parecchie volte a partire dal XI secolo – attraversai la strada per dirigermi verso la Badia di Sant’Agata.

Notai la sua cupola e la vista promettente che si sarebbe potuta godere da lassù, e sperai di potervi salire per avere una panoramica della città. Ebbi fortuna. Tre euro e 170 scalini dopo, ero sulla cupola ad ammirare la magnifica vista di Catania e dell’Etna, uno dei più grandi vulcani attivi del continente che incombeva, pur lievemente minacciosa, sullo sfondo.

Sebbene Catania abbia un sistema di trasporti pubblico [c’è dell’ironia in questa affermazione o solo genuina sorpresa? NdT], il centro storico è piccolo e facilmente esplorabile a piedi e permette di stare al passo con il ritmo non frenetico della vita, godendo delle strette viuzze lastricate e lucidate da anni di traffico di pedoni e automobili, delle facciate dei palazzi abbrustolite dal sole e delle miriadi di balconi che si affacciano sulle vie principali.

Ovunque andiate, Catania è pregna di storia. A due passi dalla piazza principale vi è il complesso archeologico delle Terme della Rotonda (a ingresso gratuito), antichi bagni termali, risalenti al periodo dell’Impero romano, adibiti a chiesa cristiana all’inizio del VI secolo.

A confronto, il Teatro Massimo Bellini è un neonato: costruito nell’Ottocento e intitolato al famoso compositore, si affaccia maestoso sulla piazza che porta lo stesso nome. Ci andai un pomeriggio, nella speranza di riuscire a beccare lo spettacolo de ‘La Traviata’, solo per trovarmi di fronte un cartello che lo dava esaurito.

Senza perdermi d’animo, mi presentai alla biglietteria trenta minuti prima dell’inizio dello spettacolo, e lentamente avanzai lungo la fila. Fui fortunato. La mia poltrona in balconata non era proprio economica (52,50 euro), ma ero felice di essermi aggiudicato un posto, e il ragazzo della biglietteria mi ventilò addirittura la proposta di uno sconto del 20% (totale pagato: 42 euro). Le meravigliose decorazioni del teatro furono un contesto perfetto da cui assistere alle difficoltà e alle tragedie della cortigiana Violetta Valéry.

Il Castello Ursino, datato nel XIII secolo, sede attuale di un museo civico (12 euro con l’audioguida) merita anch’esso una visita. Al suo interno troverete tesori dei grandi maestri italiani: opere di El Greco, Battistello e la tetra Maddalena Addolorata di Caravaggio. Per lo più le opere seguono un ordine cronologico, fino ad arrivare al XX secolo con il colorato Autoritratto, in stile vangoghiano, di Antonio Ligabue.

Il museo è così grande che in alcune zone sembra quasi che i curatori non sapessero che cosa farsene di tutta quella Storia, come l’area in cui frammenti di reperti risalenti a cinquecento anni fa sono semplicemente adagiati sul pavimento.

In Italia si ha spesso la sensazione, che diviene palpabile in Sicilia, che la sovrabbondanza di palazzi e reperti antichi possano finire col sopraffarti. Come avviene nella foresta pluviale, il nuovo deve farsi largo attraverso il vecchio e lottare per trovare il proprio sostentamento.

Il compatto Museo di Arte Contemporanea Sicilia (5 euro di ingresso) ci riesce bene, mettendo in mostra le opere di catanesi, come Alfio Giurato, e non, come l’artista cubano Cesar Santos.

web radioInfine a Gammazita, un’associazione cultura/spazio sociale/libreria in Piazza Federico di Svevia, vidi fianco a fianco giovani e anziani che mangiavano, bevevano e socializzavano, godendosi un’esibizione artistica. L’interno del locale è un’accogliente ed eclettica biblioteca informale, con in fondo un piccolo bancone. Una coppia all’ingresso sta preparando il tavolo con il cibo, un menu scarabocchiato di fretta recita: lasagne di melanzana, insalata di rucola e un paio di altri piatti.

Un piacevole caos si riversò nella strada. Due ragazze cantavano suonando la chitarra, i clienti si godevano la cena o sfogliavano attentamente le pile di libri che erano allestite all’esterno.

Dalla parte opposta del vicolo vi era un altro negozio, anch’esso recante il nome Gammazita, specializzato in arti di strada e circensi. Un giovane alto stava dando lezioni informali di giocoleria ad alcuni ragazzi. Tutto sommato, vi era un’atmosfera festosa e accogliente.

Le lasagne di melanzane, che scelsi assieme all’insalata al prezzo di 10 euro, erano deliziose, gli spaghetti perfettamente al dente e la salsa di pomodoro cremosa. In Sicilia amano le melanzane che, come appresi durante mie avventure gastronomiche nella città, sono uno dei principali ingredienti della cucina locale.

Proseguendo a nord da piazza Duomo troviamo la Pasticceria Savia, dove per 2 euro assaggiai un ottimo ‘arancinu’ catanese, una palla di riso fritta con dentro salsa, formaggio e pezzi di melanzane. Qui fanno anche dei cremosi cannoli al pistacchio, che gustai con un espresso al bancone del bar.

Per scacciare la pesantezza del pranzo, feci una passeggiata nel Giardino Bellini subito al di là della strada.

I mercati, tuttavia, sono la parte più fulgida della città, dove potete trovare ingredienti di stagione e di alta qualità. Come la pescheria vicino piazza Duomo, stracolma di vongole fresche, cozze e altri frutti di mare, e soprattutto a ‘Fera o Luni’ in piazza Carlo Alberto di Savoia, che racchiude anche il mercatino delle pulci.

Alla ‘Fera o Luni‘, enorme e labirintica, vi si vende di tutto: da finocchi e cavolfiori alle imitazioni di borse e calzature delle migliori marche. Mi misi a scavare in mezzo a una pila di vestiti e ne tirai fuori una camicia e un maglione a un euro l’uno.

Il mio scarso italiano mi causò l’acquisto involontario di una quantità di pepato stagionato superiore a quanto avessi voluto. 6,50 euro per mezzo chilo era comunque un buon affare, e lo assaporai con una pagnotta dalla crosta bianca che comprai in un panificio per soli 25 centesimi.

Al Monastero dei Benedettini incontrai il catanese Carmelo Sidoti, che si affrettò a distinguere la Sicilia dal resto d’Italia: “Abbiamo avuto 17 dominazioni qui. In questo siamo unici”.

E ancora: “Il motto di Catania è ‘melior de cinere surgo’: dalle ceneri mi rialzo più forte”. Non si sbaglia. Sembra anche a me che Catania, dove il passato e il presente si incontrano, si stia preparando per il suo momento.

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2 Responses to “Un americano a Catania”

  1. Bello! ma siamo certi che l’articolo sia stato commissionato dall’Ente del Turismo? (ce ne sarà uno a Catania, come ci sono trasporti pubblici)
    Tutto rasenta la perfezione, prezzi ottimi, passeggiate “a fianco del mare, assaporando la brezza salmastra” (ma dove l’avrà trovato questo lungomare andando dalla stazione verso il centro?)
    Direi di ricambiare con un resoconto positivo di un viaggio in una città di US a scelta, se l’ente del turismo di là ci sovvenziona…

  2. che la passeggiata “a fianco del mare, assaporando la brezza salmastra” sia stata fatta sul “Passiaturi”?

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