Pubblichiamo anche oggi un testo di riflessione di Salvatore Distefano, docente di storia e filosofia in un liceo catanese e presidente della Associazione Etnea di Studi Storico-Filosofici.

Facendo memoria di un evento storico preciso, in questo caso la data della caduta del regime fascista, il docente prova a rinnovare il ricordo del passato per capire meglio il presente.

Ricostruire le modalità con cui la monarchia sabauda, totalmente compromessa con la dittatura, si smarcò dal fascismo senza però intraprendere nessun percorso innovativo e far riemergere le spinte ideali che portarono alla nascita della democrazia repubblicana può aiutarci oggi ad essere più attenti e vigili nei confronti di tendenze autoritarie che possono minacciare la nostra civile convivenza.

Tra la fine del 1942 e gli inizi del 1943, quando le sorti della guerra per le forze nazifasciste apparivano ormai definitivamente compromesse, gli antifascisti erano ancora troppo deboli per rappresentare una concreta alternativa politica.

I partiti antifascisti (PCI, PSI, DC, Democrazia del Lavoro, Partito d’Azione, PLI), ancora in clandestinità in Italia, in quei mesi erano privi di strutture organizzative, soltanto i comunisti avevano conservato una presenza organizzata, in particolare nelle grandi fabbriche del triangolo industriale, dove nel mese di marzo 1943 erano riusciti a organizzare scioperi basati, essenzialmente, sul grande malcontento scatenato dalla guerra.

La monarchia godeva, invece, di maggiore libertà d’azione, avendo conservato per tutto il ventennio il suo potere legittimo grazie ad una totale compromissione con la dittatura.

Quando il carro del dittatore si fece traballante, il re  sentì l’urgenza di distaccarsi dal fascismo, nel timore che un suo crollo rovinoso trascinasse nel medesimo destino anche la dinastia regnante.

Era stato Vittorio Emanuele III, infatti, nel 1922, al momento della Marcia su Roma, a nominare capo del governo il duce; era stato lui, nel 1924, a respingere l’appello degli antifascisti che chiedevano le dimissioni di Mussolini dopo il delitto Matteotti; e sempre lui, non aveva elevato alcuna protesta, allorquando nel 1925-26 il fascismo aveva compiuto la distruzione delle fondamenta dello Stato liberale.

Per tutti gli anni seguenti, peraltro, il re aveva avallato ogni scelta del regime, comprese le leggi razziali nel 1938.

Vittorio Emanuele III si mosse soltanto nel 1943, quando la sconfitta bellica, visto anche il crescente distacco del Paese dal regime, appariva ormai ineluttabile.

Lo sbarco in Sicilia degli anglo – americani e il primo bombardamento di Roma, il 19 Luglio 1943, fecero rompere gli indugi.

Nella notte tra il 24 e il 25 Luglio, al Gran Consiglio del fascismo, passò a maggioranza l’ordine del giorno Grandi contro Mussolini che, il pomeriggio seguente, fu fatto arrestare dal re nel cortile di Villa Savoia.

A poche ore di distanza, l’intera popolazione scese per le strade plaudendo al colpo di stato della monarchia e cancellando i simboli del regime, dalle strade e dai palazzi.

Il nuovo Governo si preparò, così, nonostante gli annunci formali (la guerra continua…) a trattare la resa con gli anglo – americani.

La successione al fascismo si venne, però configurando come assai meno radicale del previsto, il nuovo regime, infatti, apparve incamminarsi sulla strada dell’autoritarismo. In sostanza, la prospettiva della democrazia continuava a far paura nel 1943, come nel 1922.

La tumultuosa ascesa delle classi subalterne nella vita dello Stato, che aveva ripreso corpo con gli scioperi del Marzo 1943, terrorizzava i ceti dominanti.

L’obiettivo della monarchia restava, una volta usciti dalla guerra, quello di un fascismo senza Mussolini.

In questo nuovo quadro, l’antifascismo compì un vero e proprio balzo in avanti, rappresentando un punto di riferimento per le manifestazioni di protesta che si succedettero in tutto il Paese.  

Dopo il fallimento dello sbarco degli anglo-americani a Anzio, con questi ultimi fu firmato l’armistizio (Cassibile, Sicilia). In preda al terrore delle rappresaglie da parte dei nazisti, il re, la famiglia reale, il Governo e lo Stato maggiore abbandonarono Roma in gran fretta, per cercare rifugio a Brindisi, dove gli eserciti inglese e americano disponevano del pieno controllo della situazione.

In questa fuga indecorosa la monarchia apparve dimentica del suo ruolo e dei suoi doveri verso la Nazione, lasciata indifesa nelle mani dei tedeschi, senza che l’esercito italiano ricevesse neppure le istruzioni su come affrontare il nemico in casa .

In quel tragico momento furono, invece, i partiti antifascisti a farsi carico dei destini del Paese, con l’appello alla lotta contro i nazisti, che li legittimò come i protagonisti della Liberazione nazionale.

Trasformato il Comitato delle Opposizioni in Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) fin dal 9 settembre 1943, gli antifascisti si sforzarono di organizzare qualche forma di difesa contro i nazisti, ormai padroni d’Italia.

Era però troppo tardi: i pochi fuochi di Resistenza che si riuscirono ad accendere, in quel momento in qualche città italiana furono immediatamente spenti dagli invasori, mentre l’esercito italiano, abbandonato dai generali monarchici, si rese protagonista di un drammatico sbandamento generale.

Ma la sconfitta subita non significò rinuncia: segnò, anzi, l’inizio di una lunga e sanguinosa fase di Resistenza, che dal settembre 1943 fino all’aprile del 1945, divenne l’imperativo categorico e l’impegno prioritario delle forze antifasciste, decise a battersi per l’indipendenza dell’Italia e per la pace fino alla conclusione vittoriosa del 25 aprile quando i partigiani liberarono finalmente le grandi città del Nord.

La guerra si concluse prima con la resa incondizionata dei nazisti, 7 maggio 1945, e poi con quella del Giappone, dopo Hiroshima e Nagasaki, il 2 settembre del 1945.

Si apriva così, per l’Italia, la strada alla stagione della Repubblica scelta come forma dello stato con il voto popolare del 2 giugno 1946.

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