Da una parte i gesti che convincono, la semplicità dello stile di vita, l’attenzione ai poveri, ai detenuti, ai migranti.

Dall’altra una contestazione che non ha precedenti nella storia moderna della chiesa cattolica, non per la sua violenza ma per i soggetti che vi sono coinvolti.

A portarla avanti infatti non è il popolo cristiano o un gruppo di teologi che dissente dall’insegnamento papale, come accaduto in passato, ma esponenti del collegio cardinalizio e alcuni vescovi di varie nazionalità.

Nello stesso giorno in cui Bergoglio veniva a Palermo per ricordare don Pino Puglisi, a Catania il teologo don Pino Ruggieri ragionava con la sua piccola comunità sul senso delle contestazioni e dei giudizi di cui papa Francesco è oggetto.

E ne coglieva, paradossalmente, con un’ottica di lungo periodo, l’aspetto positivo.

Il primato della misericordia sulla dottrina

Cosa non piace di papa Francesco? Di cosa viene accusato? Viene innanzi tutto accusato di voler proclamare il Vangelo, di affermare il primato della misericordia sulla dottrina e sulla disciplina, considerate dai dissidenti i pilastri della vita della Chiesa.

Quello che appare come un cambiamento radicale operato da questo papa non è altro – secondo Ruggieri – che una fase, oltre tutto non definitiva, del lungo processo di recezione del concilio Vaticano II.

Risale infatti a questo concilio, voluto da Giovanni XXIII e concluso nel 1965 durante il pontificato di Paolo VI, la svolta epocale che è ancora in divenire.

Quando Francesco, nella sua esortazione programmatica Evangelii Gaudium, afferma che gli enormi e rapidi cambiamenti culturali richiedono “una costante attenzione per cercare di esprimere le verità di sempre in un linguaggio che consenta di riconoscere la sua permanente novità”, fa riferimento al discorso di apertura del Concilio pronunciato da Giovanni XXIII e al suo “principio di pastoralità”.

Il Vangelo va comunicato in modo attento alle condizioni culturali di ogni epoca, altrimenti si rischia di non trasmetterne la sostanza per restare fedeli ad una sua formulazione.

Da questo principio è scaturita una nuova concezione della rivelazione cristiana. Non più manifestazione di verità soprannaturali che la ragione non può conoscere, ma un incontro tra Dio e l’uomo in cui Dio rivela se stesso.

C’è quindi rivelazione dove Dio incontra ogni uomo, anche fuori del cristianesimo.

L’apertura di papa Francesco non è altro che un’attuazione concreta dei principi affermati nel Concilio Vaticano II. E’ stato per paura che si arrivasse a conclusioni errate che la Chiesa ha poi, nel magistero susseguente al concilio, insistito sulla dottrina piuttosto che sulla sostanza viva del Vangelo.

L’apertura verso le altre confessioni cristiane e l’Islam

Altro punto centrale delle ‘innovazioni’ di Francesco – afferma Ruggieri – è l’atteggiamento di apertura verso le altre confessioni cristiane e verso l’Islam.

Su questo, papa Francesco è in continuità non solo con il Vaticano II ma con i papi che lo hanno preceduto, in particolare con Giovanni Paolo II che volle fortemente l’incontro di preghiera tenuto ad Assisi nel 1986, nonostante le critiche dell’apparato curiale.

Ad Assisi, senza pervenire ad una preghiera comune per la pace, i rappresentanti delle religioni hanno pregato per lo stesso scopo nello stesso momento e, in qualche modo, nello stesso luogo, un luogo impregnato di un forte valore simbolico, seguendo i canoni, i riti e i contenuti della tradizione religiosa propria ad ognuno.

In quell’occasione i cristiani e gli esponenti delle altre religioni hanno comunicato in quanto di più intimo c’è nell’esperienza religiosa, la preghiera, lasciando tuttavia intatta la differenza delle loro preghiere.

I gesti comuni, il comune silenzioso pellegrinaggio di inizio che portava dalla Porziuncola alla città, il digiuno comune, la conclusione comune presso la tomba di Francesco, stavano lì a mostrare che ciò che era specifico di ognuno non era fatto senza l’altro o accanto all’altro, ma con l’altro.

Il movimento ecumenico e l’incontro interreligioso che hanno caratterizzato il Novecento costituiscono del resto nella storia del cristianesimo un fatto innovativo. La stessa partecipazione dei cristiani delle altre confessioni, protestanti, ortodossi, al Vaticano II, con una presenza non passiva, ma attiva e che ha inciso nei lavori conciliari, rappresenta una assoluta novità.

Qualcosa che nemmeno nella chiesa primitiva era giudicata possibile, come affermato più volte dal teologo Yves Congar.

L’attuazione della collegialità

C’è un terzo punto qualificante, secondo Ruggieri, del pontificato di papa Francesco: l’attuazione della collegialità episcopale, programma sempre enunciato, ma mai messo in opera dai pontificati precedenti.

Si tratta di una questione molto complessa perchè la collegialità episcopale, pur affermata nel Vaticano II, presuppone la centralità della singola chiesa particolare e quindi un percorso in controtendenza rispetto al fatto che il papato e la curia – nel II millennio della storia cristiana – hanno visto crescere le proprie competenze a scapito degli episcopati e delle chiese locali.

Solo una contestuale riforma del papato e della curia (nata come supporto del governo papale centralizzato) permetterebbe di riaffermare davvero il ruolo della collegialità.

Durante il Concilio – sia pure con un linguaggio contraddittorio – era stato fatto un primo passo (Pastorale munus) che poteva portare ad un concreto rafforzamento del ministero episcopale e ad una riduzione delle competenze della curia romana. Successivamente però furono operate delle scelte non coerenti a questa premessa, riaffermando in varie sedi la priorità della chiesa universale sulle chiese particolari.

Solo 50 anni dopo, con l’Evangelii Gaudium (2013) c’è stato il riconoscimento effettivo dell’autorità dottrinale delle conferenze episcopali, strutture di collegialità intermedia nel frattempo create.

Rimane però una contraddizione di fondo tra i gesti che dimostrano in papa Bergoglio l’effettiva volontà di promuovere la collegialità (ad esempio la gestione del sinodo sulla famiglia o la riforma del processo canonico per le cause di nullità del matrimonio) e  una concezione del “governo” universale della chiesa come prerogativa esclusiva e personale del papa.

Francesco ha più volte affermato che la decisione finale spetta al papa, come avviene nella prassi di governo della Compagnia di Gesù, con il superiore che ascolta tutti ma decide da solo.

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