La storia del vecchio San Berillo e del suo ‘risanamento’ fu raccontata da Giuseppe Fava in “Processo alla Sicilia”, inchiesta giornalistica in trentacinque puntate che, nell’estate-autunno 1966, apparve sulle pagine del quotidiano catanese La Sicilia.

Ripubblichiamo oggi quello scritto, già ripreso nel 1968 sulle pagine de‘I Siciliani‘, perchè lo riteniamo ancora significativo.

A partire dalla descrizione di come era, prima della demolizione,  il “quartiere più tragico” d’Europa, che pur “vendendo piacere a mezza Sicilia”, custodiva al proprio interno l’orrore di fame, miseria, malattie, fetore e migliaia di bambini che “era come se vivessero sotto terra”.

E poi la distruzione delle vecchie costruzioni, il trasferimento di trentamila persone, i termini del contratto del maggio 1956 con cui il Comune, lo Stato e la Regione si assumevano quasi l’intero costo del risanamento mentre le aree edificabili passavano in proprietà dell’Istituto Immobiliare.

Per concludere con l’amara costatazione che al posto delle opere realizzate, allo scadere dei termini, “c’è solo un deserto” e permane la “insensibilità di ognuno verso le cose che appartengono a tutti.

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Su trentamila abitanti del vecchio San Berillo, almeno mille erano “le donne di vita”, venivano da tutte le parti della Sicilia e della Calabria, ma anche dalla Toscana, dal Veneto e dall’Emilia.

Talune erano contadine, avevano imparato a depilarsi le sopracciglia e dipingersi le labbra a forma di cuore, ma avevano ancora le mani come la cartavetrata. Avevano una risata ruvida e grassa, qualche risata così deve essere rimasta impigliata nelle vecchie carte da parato delle case, ed ora che demoliscono i muri, si stacca anch’essa con un rumore di calcinacci.

Tutte le ‘maisons’ della città erano adunate in questo incredibile quartiere, alcune erano famose in tutta la Sicilia orientale e la gente faceva cento chilometri di treno da Caltanissetta o Valguarnera. “Vado a Catania a farmi visitare dal professore Lino, dal professore Condorelli” dicevano gli adulti alla famiglia in ansia: invece stavano interi pomeriggi sui divani di quelle case dai nomi incredibili, “La Moderna”, “La Suprema”.

Fino dai tempi di Tolouse Lautrec, l’oleografia voleva che le maitresse fossero grasse, bionde, ciniche e vecchissime ed in effetti nel vecchi San Berillo erano mastodontiche, con la parrucca bionda, bocchini d’oro lunghissimi e minuscoli cagnolini in grembo. Erano rigide e severe come dirigenti di aziende. Tra gli studenti dell’università la zia Mattia o la signora Nella G. erano più famose di qualsiasi professore o luminare dell’ateneo.

Fanno parte della storia di Catania, perchè non parlarne? Fanno parte del tempo della vita di centinaia di migliaia di uomini; la storia di una città è anche questa, non solo quella di Vincenzo Bellini, Peppa la Cannoniera e il sindaco De Felice.

Da qualche parte ci deve pur essere un libro dove i fatti umani restano, e su quel libro deve esserci anche il vecchio San Berillo.

Non solo per il piacere che vendeva a mezza Sicilia, ma soprattutto per l’orrore che rappresentava, per la fame, la miseria, il dolore che c’erano dentro, per le malattie che vi formicolavano su per i muri come scarafaggi, e la corruzione dell’anima umana, il fango orribile che copriva le strade, la degradazione delle case senza servizi di decenza, delle stanze dove gli esseri umani si ammucchiavano cinque o sei in un letto, l’umidità, il fetore, la povertà definitiva, l’infelicità sconosciuta di quelle migliaia di bambini che abitavano laggiù ed era come se vivessero sottoterra, e Catania camminasse sopra le loro teste.

Non c’era forse in tutta l’Europa un quartiere più tragico. Per cento anni fu sempre così, come un groviglio di mosche e vermi che divorassero instancabilmente il ventre di Catania.

Una prima considerazione è questa dunque. Il risanamento del vecchio San Berillo, cioè la sua totale distruzione e la sua completa ricostruzione, con il trasferimento di ben trentamila persone in un’altra zona della città, costituisce sicuramente la più imponente opera urbanistico-sociale mai affrontata in Italia nel dopoguerra.

Da sola basta all’orgoglio civile di una città ed a dare la misura delle sue energie umane. Nello stesso tempo il risanamento del San Berillo costituisce forse la più grande iniziativa che sia stata realizzata negli ultimi venti anni in Italia con l’intervento del pubblico capitale.

Su questo non ci sono dubbi! E tuttavia non c’è nemmeno dubbio che, se il risanamento non fosse stato affrontato con il determinante intervento del capitale privato, esso non si sarebbe potuto probabilmente nemmeno realizzare o si sarebbe risolto in una catastrofe.

Anche il San Berillo sarebbe diventato un immenso baraccone (come l’ERAS, ad esempio) che sarebbe durato cinquant’anni e nel quale migliaia di compari, amici raccomandati, gabelloti, clienti e raccoglitori di voti avrebbero trovato una sistemazione dei loro personali problemi.

Gli uomini politici avrebbero cercato di salvare e valorizzare le aree edificabili loro e dei loro amici e clienti, gli appaltatori avrebbero cercato di corrompere tecnici e funzionari. I lavori sarebbero stati interrotti centinaia di volte per mancanza di fondi, per ritardo nei progetti, per sciperi, feste, crisi politica della regione, elezioni amministrative, dimissioni, rancori, prepotenze.

Non dimentichiamo che in Sicilia da cinque anni esiste uno stanziamento di undici miliardi per risanare le orribili piaghe di Palma di Montechiaro, e che non si riesce nemmeno a varare il progetto, perchè da cinque anni gli uomini politici della zona si dilaniano l’un l’altro, ognuno per impedire che sia il concorrente o il rivale a mettere le mani su quei miliardi.

Un ditta privata è fatta allora sicuramente da gentiluomini pensosi soltanto del bene pubblico? Per niente! Solo che la ditta privata ha un fine pratico, che diventa anche la sua morale: il denaro! Cioè guadagnare quanto più denaro nel più breve tempo possibile; l’interesse privato non ha bandiere, e nemmeno ideali di redenzione, né voti da conquistare, e per ciò appunto è razionale, veloce, pratico, assume solo gli operai che gli fanno comodo e non uno di più, li fa implacabilmente lavorare: tante ore la giorno, tanti metri quadrati di demolizione.

E’ una costatazione pratica, ma nell’attuale momento politico il risanamento del San Berillo poteva essere ragionevolmente affrontato solo con l’intervento dell’interesse privato.

Questa soluzione costituirebbe scandalo se si riuscisse a dimostrare che quei privati corruppero uomini politici per aggiudicarsi quell’affare. Ma cià non è dimostrato.

Gravissimo sarebbe invece ora se non si riuscisse a portare a termine il risanamento nei modi, nei tempi e nello stile esattamente previsti dalla legge. Questo resta da vedere!

Partiamo dunque dal presupposto che il gigantesco risanamento è stato realizzato – in massima parte – con pubblico denaro e perciò esso non è una storia privata: esso è un diritto di tutti i cittadini che lo hanno praticamente pagato, e nello stesso tempo un dovere inviolabile di coloro che hanno firmato la legge di risanamento: il Comune da una parte e l’Istituto Immobiliare dall’altra.

Fra queste due parti il giorno 6 maggio 1956, nel palazzo degli Elefanti di Catania, veniva firmato un contratto che rendeva operante la legge regionale del 25 giugno 1954 e che dava praticamente inizio alla gigantesca operazione urbanistica destinata a sconvolgere e rinnovare letteralmente l’antico centro della città.

L’Istituto Immobiliare partiva con un notevole vantaggio: il Comune, lo Stato e la Regione si assumevano infatti quasi l’intero costo del risanamento, valutabile a conti fatti in una ventina di miliardi da spendere in dieci anni.

Uno stanziamento al quale Catania, la più vitale città del Meridione, aveva tuttavia ben diritto e che in definitiva costituisce un autentico investimento sociale per la profonda trasformazione che ha determinato in tutta l’economia catanese: le centinaia di migliaia di giornate lavorative, l’incremento delle attività indistriali per l’edilizia, il continuo moltiplicarsi delle iniziative commerciali.

Tutto ciò in un momento in cui l’economia nazionale appariva quasi paralizzata dalla recessione economica. Ma torniamo agli impegni degli enti pubblici.

Il Comune innanzi tutto! Esso si impegnava a corrispondere all’Istituto Immobiliare a titolo di risarcimento per le espropriazioni, la somma di lire tre miliardi e cinquecento milioni, da pagare in ragione di trecento milioni annui.

Non solo il Comune consentiva che tali somme fossero prelevate sui proventi della imposta di famiglia ma, a maggior garanzia, rilasciava sessanta delegazioni bimestrali di pagamento, impegnandosi inoltre a correggere l’ammontare del debito secondo la svalutazione della moneta.

Non basta, il Comune si accollava il pagamento di tutti i contributi di miglioria e contemporaneamente esonerava l’Istituto Immobiliare dal versamento di tutte le tasse per licenze di costruzione e abitabilità, per occupazione di aree e spazi pubblici, per maggiore altezza, allacciamento fogne e tasse edilizie in genere.

Complessivamente e tenuto conto della svalutazione della moneta, il Comune ha pagato circa quattro miliardi in dieci anni, cioè l’intero conto delle espropriazioni in tutto il quartiere da risanare.

Da parte loro Stato e Regione si impegnavano a costruire il nuovo San Berillo, cioè il quartiere dei nuovi alloggi che avrebbero dovuto gradualmente ospitare le trentamila persone evacuate dal vecchio quartiere. Una spesa che può essere valutata sui quindici, sedici miliardi.

La costruzione del nuovo quartiere veniva affidata allo stesso Istituto Immobiliare nei confronti del quale il Comune assumeva addirittura impegno di ottenere dallo Stato e dalla Regione i mezzi finanziari sufficienti e inoltre di fare attribuire all’Immobiliare, per la costruzione di tale villaggio, i tre quarti di tutti gli stanziamenti destinati a Catania per opere di risanamento e case popolari.

Al di là di questa valanga di miliardi che l’ente pubblico, cioè il cittadino, profondeva nell’opera di risanamento, quali erano invece gli impegni finanziari dell’Immobiliare?

Esso si impegnava a pagare tutte le spese per le demolizioni del quartiere, valutate in circa due miliardi, ed a sostenere l’intero onere per la costruzione del grande Corso Sicilia e di tutte le strade adiacenti, delle piazze, fognature, gallerie per pubblici servizi, aiuole ed opere di giardinaggio per un ammontare di un altro miliardo.

Più ancora un miliardo di imposte di ricchezza mobile, più novecento milioni di interessi passivi sul capitale di tutta l’operazione, più un miliardo e trecento milioni di dividendi ed un miliardo infine di spese varie. Insomma una spesa totale di sette miliardi.

Di fronte a quest’onere finanziario, certo imponente, sta però la non calcolabile ricchezza di tutte le aree edificabili del quartiere che in forza di legge, passano in proprietà dell’Istituto Immobiliare il quale può venderle, permutarle o edificarvi liberamente, tranne una quota parte (anch’essa di sua proprietà) che i proprietari del quartiere, riuniti in consorzio, hanno diritto di acquistare a prezzo di prelazione, cioè al prezzo risultante dalla media tra il costo degli espropri e quello delle demolizioni.

In proposito è opportuno precisare che tale prezzo è stato stabilito in circa settanta mila lire al metro quadrato e che non c’è stato alcun consorzio di ex proprietari che abbia mai chiesto di acquistare alcuna area edificabile.

Nel vecchio San Berillo abitava la popolazione più miserabile della città: piccoli impiegati, artigiani, operai, borsaioli, donnine, piccoli commercianti, pregiudicati, bottegai; chi di loro (sia pure riuniti in consorzio) avrebbero potuto mai anticipare cento o duecento milioni per acquistare un’area edificabile?

Costruite le strade e le piazze, secondo progetto, tutte le aree di risulta sono dunque proprietà definitiva dell’Immobiliare. Secondo il contratto di concessione, e quindi secondo la legge, l’area totale del quartiere di San Berillo è di complessivi 240 mila metri quadrati.

Di questa sterminata area che si stende dal cuore della città fino al mare, 123 mila metri quadrati dovrebbero essere destinati a strade e piazze. L’insieme delle aree edificabili di proprietà definitiva dell’Immobiliare dovrebbero essere dunque di 117 mila metri quadrati, ai quali, secondo il calcolo più prudente e stabilendo il prezzo medio in centomila lire al metro quadrato, si può attribuire pertanto il valore di di circa dodici miliardi.

Un calcolo che può variare secondo le congiunture della edilizia, e comunque prudente, in quanto queste aree sono le sole che si sottraggono ai vincoli del piano regolatore e sulle quali perciò si possono costruire edifici di otto e dieci piani al centro della città, compreso un grattacielo di venti piani.

I vantaggi dell’iniziativa sono indiscutibili e diventerebbero incalcolabili qualora fosse accertata per vera una cifra che compare su un piccolo, sconosciuto, inaudito documento comunale.

Si tratta di un certificato rilasciato dalla direzione dei servizi tecnici di Palazzo degli Elefanti ad un privato cittadino e nel quale incredibilmente si afferma che l’area del rione San Berillo interessata al risanamento è di 274 mila e 366 metri quadrati. Cioè, rispetto alla legge di risanamento del 1956, che calcolava l’area totale in 240 mila metri quadrati di aree edificabili in più. Cioè tre, quattro, cinque miliardi di valore in più.

A chi toccherebbero in tal caso? Potrebbe trattarsi di un allucinante errore di trascrizione su un documento, ma fino a prova contraria il documento c’è, ha l’inequivocabile data dell’undici febbraio del 1966 e costituisce dunque l‘ultima e inviolabile affermazione ufficiale.

Ora sono trascorsi oltre dieci anni dall’inizio del rinascimento del vecchio San Berillo. Quel pazzo groviglio di terra, di pietre, case, palazzi, cisterne, vicoli, scalini, botole che i catanesi costruirono nel periodo più miserabile della loro storia è stato raso al suolo, e le ruspe hanno ormai schiantato gli ultimi edifici.

I trentamila abitanti sono scomparsi, disseminati in tutto il corpo della città; ma la piccola folla oscena, la piccola, orribile anima del quartiere è rimasta. Prostitute, ruffiani, invertiti, sfruttatori, scippatori, malviventi.

Metro a metro hanno indietreggiato per dieci anni, ma resistono cupamente lungo la intera fascia che circonda la zona del risanamento. Ci sono strade che tuttora non hanno uguali in tutta Europa: e se è vero che la corruzione fisica e la miseria fanno parte del dolore, e il dolore è grande parte della condizione umana, allora deve essere possibile scoprire anche in queste strade una atroce ragione di poesia.

Strade profonde con le facciate che sembrano combaciare, vicoli che sprofondano di colpo come botole, case incredibili che grondano acque come uno schifoso sudore; ai balconi dei primi piani occhieggiano volti di omosessuali, incipriati, biondi, facce di vecchi truccati da bambini, e dinnanzi ai bassi stanno sedute le donne.

Come nel quartiere di San Paolo ad Amburgo; solo che là c’è freddo e le donne stanno dietro le vetrine e qui l’aria è mite, con un odore di peperoni bruciati, e le donne stanno sedute dinnanzi all’uscio, talune ormai vecchie e schiacciate come materassi, altre invece ancora quasi bambine.

Sembrano contente. Più indietro di così non potranno più ricacciarle, perchè il confine del risanamento è questo e alla buon’ora, da quella immensa radura deserta del Corso Sicilia, arriva finalmente anche qui il sentore del mare.

Entro un anno questa tetra distesa di macerie dovrebbe essere ricoperta da una duplice gigantesca fila di palazzi. Ma è una chimera!

La legge del San Berillo prevedeva che le espropriazioni si sarebbero dovute completare entro i cinque anni a partire dalla data del contratto, cioè dal febbraio 1957. Nel febbraio del 1962 le espropriazioni avrebbero dovuto dunque essere definitive. Entro i sei mesi successivi, cioè per l’agosto 1962, avrebbero dovuto essere completate poi tutte le demolizioni, ed infine, entro i 18 mesi ancora successivi, cioè per il febbraio 1964, si sarebbero dovute realizzare strade, piazze, marciapiedi, aiuole ed opere pubbliche dell’intera zona del risanamento.

La stessa legge prevedeva tuttavia per tutti questi termini, una proroga massima di due anni nel caso che, per insufficienza di stanziamenti o capitali, non fosse stato possibile costruire tutte le case necessarie agli sfrattati.

Anche a calcolare dunque una proroga di due anni per tutti termini anzidetti, le espropriazioni avrebbero dovuto essere completate entro il febbraio ’64, le demolizioni entro l’agosto di quell’anno e tutte le opere pubbliche entro il febbraio 1966. I termini imposti dalla legge sul risanamento sono saltati!

La stessa legge imponeva inoltre all’Immobiliare di provvedere, entro il 31 dicembre 1968, alla integrale costruzione di maestosi edifici lungo i due fronti dell’intero Corso Sicilia, oltre agli edifici di fregio ed ornamento della piazza San Berillo e dell’intera piazza della stazione.

Dopo dieci anni dall’inizio del risanamento sono stati costruiti invece solo nove edifici lungo il primo tratto del Corso Sicilia; restano perciò ancora da realizzare ben sedici isolati fra cui un grattacielo di venti piani per un volume totale di quasi un milione di metri cubi.

Un’opera di fantascienza urbanistica da realizzare – a termine di legge – in poco più di 24 mesi: ci vorrebbero contemporaneamente 16 cantieri, di almeno cento operai ciascuno, e con un impegno di capitale di almeno sedici miliardi.

Qualcosa del genere è stato tentato altrove; ma a Brasilia, dove si doveva costruire addirittura una capitale.

Dieci anni or sono c’era al centro di Catania un lurido mare di case e tuguri dove sporcizia, turpitudini e miserie si putrefacevano insieme a trentamila esseri umani.

Ora quasi tutto è scomparso, ma la di là di quei primi nove palazzi, dove già dovrebbe delinearsi la strada più bella e moderna d’Europa, c’è solo un deserto.

Dietro le lamiere che delimitano le aree, fumigano le immondizie.

Ed all’inizio di questa superba strada, a trenta metri dalla statua di Bellini, proprio nel cuore della città, c’è ancora un grande e vecchio edificio che avrebbe dovuto essere già demolito come tutti gli altri.

E’ un nobile, e quasi maestoso edificio; ma altri ce ne erano nel vecchio quartiere, più piccoli ma architettonicamente più leggiadri, eppure sono stati rasi al suolo. Oltre tutto è sbilenco e soffoca la prospettiva dell’intero risanamento.

Con i suoi balconi pullulanti di lenzuoli che sventolano oltraggiosamente, come in un vicolo di periferia, costituisce il segno monumentale di quello che è Catania, della sua anima furiosa, avida, geniale, egoista, ed anche della sua incompletezza civile, del suo inguaribile provincialismo, della insensibilità di ognuno verso le cose che appartengono a tutti.

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