Un testo di 52 pagine in esclusiva versione digitale, gratuitamente scaricabile dal sito della casa editrice La Terza. Parliamo di “Verso la secessione dei ricchi? Autonomie regionali e unità nazionale” di Gianfranco Viesti, professore di Economia all’Università di Bari.

Una sintetica introduzione e sei brevi capitoli per raccontare la storia, e le implicazioni, delle Intese tra lo Stato e le tre Regioni, Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, che hanno avanzato richiesta di una autonomia maggiore rispetto a quella già concessa a tutte le regioni a statuto ordinario dalla riforma costituzionale del 2001.

Quella delle autonomie differenziate non è una semplice questione amministrativa, afferma Viesti. Ci sono importanti implicazioni politiche e il rischio di modificare profondamente il paese nel suo assetto unitario e nella parità dei diritti di cittadinanza.

E tutto questo senza una riflessione preliminare collettiva, senza studi che analizzassero vantaggi e svantaggi di una simile scelta. E senza la necessaria trasparenza.

Le trattative, condotte dal sottosegretario Bressa del governo Gentiloni, sono state concluse dalla firma di una Pre-Intesa con ciascuna delle tre Regioni, il 28 febbraio 2018, pochi giorni prima della fine della legislatura,

Con il nuovo Governo è stata delegata ad occuparsene la ministra Erika Stefani, della Lega, che ha annunciato la firma delle Intese e previsto per il 15 febbraio l’approvazione da parte del Parlamento, saltata a causa delle tensioni tra i partiti della coalizione.

Il Parlamento, comunque, in questo processo decisionale è coinvolto solo di striscio. Non può discutere preliminarmente la questione nè intervenire con un atto di indirizzo.

Non ha neanche la possibilità di entrare nel merito o modificare i contenuti dell’Intesa stipulata tra il Governo e la singola Regione richiedente. Gli viene presentato un pacchetto già confezionato, che può solo approvare o respingere.

La negoziazione, infatti, avviene tra Governo e Regione, solo essi possono modificare l’Intesa, di comune accordo, e solo essi fanno parte di una Commissione Paritetica che deve determinare l’entità delle risorse.

Non sono previste, come nota Viesti, delle clausole di salvaguardia che permettano al Governo di verificare l’attuazione dell’Intesa e il suo impatto, sospendendone eventualmente la validità anche senza l’assenso delle Regioni coinvolte.

Non è previsto un referendum abrogativo. Si può solo immaginare una frequente chiamata in causa della Corte Costituzionale e una conseguente “lunga stagione di incertezza normativa”.

Altro aspetto critico è quello dell’estensione delle materie coinvolte. Veneto e Lombardia hanno infatti chiesto tutte le 23 competenze previste, come limite massimo, dall’articolo 117 della Costituzione.

Si tratta, osserva Viesti, di materie disparate sia come ambito sia come rilevanza ed è molto difficile valutare l’impatto che avrà il passaggio di competenze.

Si è deciso di procedere in questa direzione senza aver prima verificato se, in alcuni settori, le esigenze di autonomia potevano essere soddisfatte semplicemente da un maggiore decentramento amministrativo.

Ci sono poi alcuni settori, come le grandi reti di trasposto o la produzione di energia o la tutela della salute, in cui il passaggio alla esclusiva competenza regionale desta non poche preoccupazioni.

Sull’onda delle richieste avanzate da Veneto e Lombardia, inoltre, molte altre regioni hanno avviato richieste di maggiore autonomia e potrebbe accadere che l’autorità centrale si trovi a gestire solo “ritagli di competenze e funzioni residuali”.

C’è poi il problema delle risorse finanziarie da attribuire alle Regioni a cui viene riconosciuta maggiore autonomia.

Nelle pre-Intese del febbraio 2018 si stabilisce che le risorse devono essere parametrate a fabbisogni standard, calcolati tenendo conto del gettito fiscale regionale.

La questione è essenziale. Stabilire un parametro oggettivo di fabbisogno è molto complesso perchè – scrive Viesti – possono essere utilizzati indicatori diversi con esiti differenti, e non è detto che siano tenuti presenti tutti i portatori di interesse in una valutazione d’insieme.

Anche perchè la scelta dei criteri è lasciata alla contrattazione tra Stato e Regione.

L’articolo 117.II.m della Costituzione prevede, però, che sia lo Stato a determinare i “livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale”.

Sono i cosiddetti LEP e – nota Viesti – la loro quantificazione dovrebbe essere fatta, con indicatori validi per tutto il territorio nazionale, prima del calcolo dei bisogni standard della singola Regione.

Ogni riferimento al gettito fiscale dovrebbe essere escluso dai criteri per determinare i fabbisogni, che fino ad ora sono stati individuati in base alle caratteristiche territoriali, agli aspetti sociali e demografici.

Rapportare i bisogni al gettito fiscale della Regione significa affermare che i diritti di cittadinanza, a cominciare da istruzione e salute, possono essere diversi fra i cittadini e maggiori dove il reddito è più alto.

Il fatto che individui con le stesse caratteristiche (età, stato di salute, condizione lavorativa, reddito, …) debbano essere trattati nello stesso modo dovunque essi risiedano è un principio inderogabile, non è accettabile avere trattamenti differenti in base alla regione di residenza.

C’è da dire, inoltre, che la spesa pubblica pro-capite (totale, di Stato, Regione, Enti locali) non è uguale in tutte le regioni, ed è maggiore al Nord che al Sud.

Fanno la differenza la spesa pensionistica, maggiore al Nord dove ci sono più occupati, e quella per i servizi pubblici (politiche sociali, sanità), il cui livello al Sud è più basso non solo per una possibile minore efficienza ma sicuramente per minore finanziamento.

Al Sud è minore l’impegno dello Stato anche su reti infrastrutturali, mobilità, attività produttive e opere pubbliche.

Sanità e istruzione restano comunque i settori più delicati.

“Le risorse trasferite alle Regioni insieme alle competenze aggiuntive potrebbero intaccare le fonti di finanziamento del Servizio Sanitario Nazionale” scrive Viesti, disgregandone l’universalismo. Preoccupa anche l’indebolimento delle capacità di indirizzo e verifica dello Stato sulle Regioni.

Nell’istruzione la cessione totale della competenza alle Regioni intaccherebbe l’unità di indirizzo, finalità e organizzazione di scuola e università.

Il quadro delle conseguenze non è ancora chiaro ma potrebbero determinarsi limiti alla mobilità interregionale e grandi diseguaglianze.

Lombardia e Veneto, avendo a disposizione più soldi, potrebbero – ad esempio – pagare di più i propri insegnanti e assumerne di nuovi, offrendo ai propri studenti opportunità maggiori rispetto agli altri coetanei italiani e creando sperequazioni e disparità.

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2 Responses to “Autonomia differenziata, i rischi per Stato e cittadini”

  1. Respingere…..Respingere……Respingere!
    Un motivo fondatissimo per non ringraziare il gov.Gentiloni!

  2. L’umiliazione dello Stato al livello regionale, non è altro che la realizzazione del sogno di Bossi, di tutti i separatisti del nord e degli opportunisti del sud, che consisteva e consiste nello sganciarsi dall’Italia di oggi, imponendo una autonomia unilaterale contraria ai principi di solidarietà nazionale ed europea. Insomma un ritorno al passato peggiore.

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