Un viaggio a New York e una visita ad Ellis Island diventano un’occasione di riflessione sulla nostra storia di emigranti.

Ce ne parla Carmelo Franceschino, collaboratore di Argo dai tempi del liceo, ora giovane avvocato che vive e lavora in Gran Bretagna.

Ellis Island, New York. Tanto vicina alla città, quanto lontana deve essere apparsa ai 12 milioni di migranti che qui, nella prima metà del Novecento, speravano di ottenere il visto d’ingresso per gli Stati Uniti.

Oggi l’isola ospita un museo per raccontare ciò che l’immigrazione ha significato per il paese, e soprattutto per trasmettere le testimonianze dei fortunati che in America riuscirono ad entrare.

C’è invece una certa comprensibile reticenza nell’affrontare le storie dei pochi (circa il 2%) che invece dovettero ritornare indietro.

Tra un terzo e un quarto dei cittadini americani di oggi ha almeno un antenato il cui viaggio verso l’America è passato proprio per quest’isola.

Raccontare la storia di Ellis Island è quasi come raccontare la storia degli stessi Stati Uniti, e si capisce perché le parti più dolorose rimangano un po’ più nell’ombra.

Le testimonianze raccolte, scritte e orali, sono commoventi.

nave affollata

Un uomo anziano ricorda il viaggio per nave dall’Italia, quando era un bambino. Parla con forza e lentezza. L’accento non è americano, ma neanche italiano. Racconta che tra chi partiva, qualcuno aveva portato un gomitolo di lana, e ne aveva lanciato un’estremità a un parente giù a terra. Allontanandosi la nave, il gomitolo si srotolava, prolungando il saluto a chi invece rimaneva. Poi, esauritosi, non rimaneva che un lungo filo nell’aria, sospeso nel vento, quando ormai la terra era lontana.

Una donna polacca parla invece del mal di mare nella nave sovraffollata e dell’attesa infinita, che una notte peggiore di altre la spinse a pregare – lei, che su quella nave viaggiava – che la nave finalmente affondasse.

E c’è anche un tedesco che ricorda l’arrivo: sono tutti sul ponte, immersi in un silenzio che chiama ‘sacro’, quando si alza il grido di un rabbino: “America, ecco la tua terra: io ti bacio!”.

Certo, è difficile per noi oggi comprendere, ‘viaggio’ per noi è certezza dell’arrivo. E sappiamo cosa c’è dopo, e possiamo rivedere chi è rimasto indietro, e portiamo con noi la stessa cultura che ritroviamo, in forma di poco mutata, quasi dovunque andiamo.

Eppure anche oggi c’è chi viaggia e ha soltanto speranza, e spesso non trova che disillusione.

In una delle stanze del museo, sul muro, è inciso un famoso detto intitolato “Vecchia storia italiana”. Il detto fa così: “Sono venuto in America perché avevo sentito che le strade erano pavimentate d’oro. Una volta arrivato, ho capito tre cose. Primo, che le strade non erano pavimentate d’oro. Secondo, che le strade non erano pavimentate affatto. Terzo, che ero io che dovevo pavimentarle”.

Sembra che certe storie siano più o meno le stesse, e a cambiare siano solo i protagonisti.

C’è oggi come allora un dibattito importante e non scontato su come bisogna agire nei confronti di chi bussa alla nostra porta.

pifferaio

Alcune vignette satiriche catturano il dibattito nella forma modernissima in cui si svolgeva seppure nell’America del primo Novecento.

Una ritrae lo Zio Sam, intento a suonare il flauto magico, mentre attira a sé grossi ratti con facce umane e nomi come ‘Bandito’, ‘Incendiario’, ‘Mafioso’. Sullo sfondo, i governanti europei esultano mentre vengono liberati dalla feccia dei propri sudditi.

immigrati arricchiti

Un’altra mostra invece quattro americani ricchi e grassi bloccare la strada ad uomo che tenta, con un grosso sacco in spalla, di scendere da una nave. Dietro gli americani, le loro stesse ombre magre e poveramente vestite ne rivelano con chiarezza l’origine: immigrati anche loro, per quanto dimentichi.

Da un lato, come sempre, si fa leva sul senso di insicurezza e timore che chi arriva non possa essere proficuamente assimilato da chi con poca prudenza lo accoglie nel proprio paese.

Dall’altro, si ricorda a chi oggi è chiamato ad accogliere che appena ieri era lui stesso accolto.

Una terza vignetta rappresenta un indiano d’America che guarda la nave dei ‘padri pellegrini’ avvicinarsi alla costa ed esclama che non c’è posto per i nuovi arrivati perché – dice -: “Le quote sono già state raggiunte”.

sala del giudizio Ellis Island

Il processo di selezione su Ellis Island era basato su un singolo criterio: chi riceveva il permesso di entrare negli Stati Uniti doveva essere in grado di prendersi cura di sé stesso, senza gravare sul resto del paese; e non doveva rappresentare una minaccia, ad esempio in senso morale, per la stabilità della comunità.

Per esempio, ai nuovi arrivati veniva chiesto se vivessero con un partner. Se la risposta era positiva, alla coppia veniva chiesto di sposarsi proprio lì sull’isola, prima di entrare a New York. Un rifiuto portava al rimpatrio.

Questo è forse ormai solo un aneddoto, ma le domande che ci facciamo sono sempre le stesse: cosa è giusto chiedere ancora oggi ai migranti che decidiamo di accogliere? Cosa non lo è? Cosa ci aspettiamo da loro? E cosa abbiamo noi da offrire?

galleria immagini

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One Response to “Ellis Island con gli occhi di un giovane ‘emigrante’”

  1. è un posto che dovrebbero visitare tutti gli italiani x capire quanto la favola dell’emigrato italiano che si integrava facilmente e senza problemi, e che quindi x questo era accettato, sia falsa o parzialmente falsa.

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