copertina de La kippà di Esculapio

A Catania Virdimura de Medico, a Mineo Bella di Paija, due donne mediche che operano in Sicilia tra il XIV e il XV secolo.

Sono entrambe ebree e si occupano di “medicina fisica” la prima, di chirurgia la seconda.

Le due figure professionali erano allora distinte in quanto basate su competenze specifiche, la cura delle malattie interne da una parte, le operazioni, le suture, la composizione delle fratture dall’altra.

A far emergere la storia di queste donne mediche ebree ma anche dei medici ebrei uomini che praticavano la medicina nella Sicilia del Medio Evo è stato il giornalista e scrittore siciliano Giuseppe Sicari nel suo testo “La kippà di Esculapio”, pubblicato nel 2012 dalla casa editrice Pungitopo.

Molte le fonti storiche adoperate, di eruditi e storici.

Ma il testo che – scrive Sicari – ha riacceso il suo interesse per i medici ebrei siciliani del basso MedioEvo è il manoscritto, conservato presso la Staatsbibliothek di Berlino, di Joshua Ben Isaac Joel, una traduzione per uso personale di un testo arabo di medicina.

Datato 1484, il manoscritto fu redatto nella città di Licata, allora importante centro commerciale e militare in cui aveva sede una popolosa comunità ebraica, e dove praticavano altri medici ebrei.

In tutta l’isola questi ultimi avevano una sorta di monopolio della professione, anche a causa del divieto per i monaci di studiare medicina.

Il secondo capitolo del libro è dedicato alle donne mediche, che venivano soprattutto incontro all’esigenza di assistere le donne durante il parto, oltre che nelle fasi della gravidanza e del puerperio.

Alcune di loro ottenevano, per la loro bravura una fama particolare e dei riconoscimenti eccezionali.

Di Virdimura De Medico, da Catania, Sicari scrive “Giudea, moglie di Pascalis de Medico”, il 7 novembre 1376 è “diligenter” esaminata dai medici di casa reale e abilitata all’esercizio della professione medica in tutto il regno.

Quando supera la prova di abilitazione la donna ha già conquistato una “lodabile” fama e, nel documento di approvazione, si ricorda che Virdimura ha chiesto di poter esercitare in particolare in favore dei poveri che hanno difficoltà a pagare gli alti onorari richiesti dai medici.

A favore di Bella De Paija da Mineo, probabilmente non abilitata all’esercizio della professione, interviene – il 6 settembre 1414 – la regina Bianca che ordina agli ufficiali di Mineo che “donna Bella” possa esercitare l’arte chirurgica in tutte le terre di pertinenza della Camera reginale.

Infatti, “dopo veridica e competente relazione”, era stato comprovato che essa aveva praticato quell’arte “cum sanitati di li pacienti”.

La regina dispone, inoltre, che la ‘magistra’ sia libera ed esente da “omni angaria, perangaria, collecti, imposizioni, guardia, pusati et qualsivoglianu angarii”, vale a dire non paghi le tasse.

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