instabilità del fianco sud-est

I terremoti dell’Etna, anche quando sono di entità modesta come quello dello scorso 26 dicembre, sono spesso disastrosi e comunque avvertiti dai residenti in modo molto violento. Perché ?

Lo ha spiegato il vulcanologo Marco Neri nel corso della seconda ‘Conversazione Etnea‘ organizzata il tre marzo a Trecastagni dall’associazione Etna Viva.

Un incontro in cui alla analisi scientifica del rischio sismico è stata associata la presentazione delle tecniche di prevenzione antisismica, dando spazio anche ad opportuni chiarimenti sui contributi per la ricostruzione stanziati dopo il terremoto del 26 dicembre.

prof Neri

Nella sua presentazione Neri ha collegato tra loro fattori noti, in modo da spiegare i fenomeni specifici della nostra area e contribuire alla formazione di una “cultura del territorio”, necessaria per affrontare eventi a torto considerati emergenziali.

Il primo fattore è la presenza di numerose faglie che lo attraversano e lo rendono instabile, dal sistema della Pernicana a Nord a quello di Ragalna a Sud.

Il secondo è lo scivolamento del fianco orientale dell’Etna, che si muove verso il mare come se fosse in corso una frana.

Quando le aree interessate dalle faglie si muovono più velocemente cresce la possibilità che si verifichino eruzioni laterali e fenomeni sismici.

Il vulcano segue una sorta di copione, lo stesso verificatosi nell’eruzione del 2002 e nella grande eruzione del 1669.

Nella eruzioni sommitali inizialmente si sprigiona il gas, poi viene emessa la lava. Quando l’energia del magma è molto elevata per la presenza di un eccesso di gas, si produce una rottura laterale, con eruzioni anche a bassa quota, che, a differenza delle eruzioni sommitali, possono essere pericolose per i centri abitati,.

tipi di eruzione

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Nel 1600 il vulcano fu attivo per 10 anni consecutivi, fino alla eruzione del 1669, per entrare poi in pausa per circa 100 anni, come se la camera magmatica fosse stata svuotata dai milioni di metricubi di lava fuoriusciti con l’eruzione. Successivamente le eruzioni ricominciarono ad essere abbondanti e frequenti, fino alla metà del XX secolo.

Negli anni più recenti abbiamo avuto un ciclo, dal 2008 al 2018, con sequenza di eruzioni sommitali e poi laterali, che ha anche modificato l’aspetto del vulcano.

Cinquantasette eruzioni in otto anni hanno fatto crescere di circa 300 metri il nuovo cratere di sud-est e ridisegnato l’area sommitale dove ora abbiamo cinque crateri allineati lungo la linea di demarcazione che separa la parte instabile del vulcano, ad oriente, da quella stabile ad occidente.

Quanto ai terremoti, nel mese di ottobre (2018) abbiamo avuto tra Adrano e Biancavilla una crisi sismica con danni non indifferenti, poi quasi dimenticati per il verificarsi del sisma del 26 dicembre nella zona di Fleri, dove passa la faglia attiva di Fiandaca.

Una colata abbastanza piccola, una eruzione di soli tre giorni, ma associata a molti movimenti della montagna e a molte deformazioni, con terreno che si apre e case lesionate. Parliamo di una apertura della montagna di circa due metri e di movimenti orizzontali con spostamenti di 60/65 centimetri. “Ecco perchè a Fleri la gente ha ballato”, ha commentato Neri.

conclusioni Neri

E’ evidente che i problemi ci sono, ma abbiamo il “vantaggio” che si tratta di problemi conosciuti: sappiamo che il nostro territorio è cosparso di faglie e che la situazione è in divenire. Non ci resta che cercare di anticipare i fenomeni.

E’ quello che ha fatto e sta facendo l’INGV che, a partire dallo studio del passato, ha elaborato delle mappe ipotizzando l’apertura di nuove fratture, tra un anno, dieci anni, 50 anni.

Il fianco Sud del vulcano rappresenta indubbiamente un problema perchè è densamente popolato e presenta molte faglie attive che attraversano il territorio, all’altezza di Nicolosi, Pedara, Trecastagni, con conseguente possibilità di colate laterali .

Una grossa frattura che diventasse eruttiva come quella del 1669 oggi probabilmente non raggiungerebbe la costa perchè sarebbe fermata dai centri abitati incontrati nel suo percorso, che verrebbero distrutti.

L’INGV ha messo a disposizione il proprio ‘data base’ con tutte le faglie del territorio, soprattutto orientale. Basta quindi cliccare su Google Earth per avere tutte le informazioni e per regolarsi di conseguenza, evitando – tanto per fare un esempio – di costruire dove c’è una faglia attiva.

Le informazioni rese disponibili permettono anche di scegliere le tecniche costruttive adatte al tipo di territorio in cui si vuole edificare.

Le conoscenze geologiche, lungi dall’essere fine a se stesse, possono salvare la nostra vita.

scarpata di Malta

L’Etna non è tuttavia il solo problema del territorio, essendo la nostra situazione determinata anche da strutture sismogenetiche molto più ampie come la Scarpata di Malta, una struttura tettonica subdola che noi non vediamo perchè sta in fondo al mare, al largo delle coste orientali della Sicilia.

Questa scarpata, profonda fino a 3000 metri, ha generato il terremoto del 1693 e potrebbe anche essere la sorgente di magma che alimenta le eruzioni dell’Etna.

avvocata

E’ toccato all’avvocata Milena Pafumi e all’architetto Giuseppe Licciardello parlare degli “Aspetti tecnici e legali dei contributi per la ricostruzione post sisma”.

Nonostante si parli di ‘contributi già in vigore’, come hanno sottolineato i due esperti, le norme introdotte e le continue rettifiche hanno creato confusione e incertezza, tanto che – a tre giorni dalla prima scadenza per l’ammissibilità al contributo (6 marzo) – non era pervenuta nessuna richiesta.

E’ vero che il Governo ha subito individuato le prime risorse finanziarie (10 milioni di euro) legate alla fase emergenziale, ma di fatto la macchina non è partita.

Alla Protezione Civile è stata affidata la ricognizione dei danni subiti sia dal patrimonio edilizio sia dalle imprese ma, per ottenere i contributi, ci sono anche delle condizioni che vanno rispettate come l’assenza di abusi edilizi o l’impegno a non trasferire l’attività, oltre al fatto che non devono essere presenti polizze assicurative.

Per la ricostruzione vera e propria non c’è ancora nulla, né il decreto (un eventuale decreto Etna che dovrebbe ricalcare il decreto Ischia), né le somme stanziate, né i tempi di erogazione.

architetto

La relazione finale di Sebastiano Catena, ingegnere e socio di Etna Viva, è stata arricchita dalla proiezione di immagini relative agli effetti del sisma dello scorso 26 dicembre sugli edifici presenti nell’area, da considerazioni tecniche sulle modalità di costruzione e di riparazione degli edifici realizzati in zona sismica, da informazioni su materiali e sistemi innovativi che consentono oggi interventi di qualità ed efficacia impensabile alcuni anni fa.


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