Sta chiudendo il Centro Richiedenti Asilo di Mineo, una chiusura richiesta da tempo da chi conosceva bene la situazione di emarginazione di chi era ‘ospitato’ in questo ghetto.

Salito agli onori della cronaca per violenze, droga, prostituzione, il cosiddetto ‘villaggio della solidarietà’ voluto da Maroni, allora ministro leghista dell’Interno, è stato coinvolto nell’inchiesta su Mafia Capitale per il giro di affari portato avanti dai ‘professionisti dell’accoglienza’ che hanno fatto dell’immigrazione una fonte di guadagno.

Con la complicità di partiti e politici che oggi si presentano come duri e puri.

Anche la gestione della chiusura si sta rivelando inadeguata. Ce ne parla in modo molto personale una operatrice, Francesca, che ha seguito l’evoluzione del Centro, dalla istituzione ai nostri giorni.

C’era una volta il CARA di Mineo. Oggi le sue strade sono irriconoscibili, le case abbandonate, le porte divelte, la spazzatura sparsa in giro e tanti, tanti cani sono subentrati agli ospiti su materassi e sedie rotte.

Il Centro chiuderà a breve, questo è certo, i pullman di gente pronta al trasferimento sono stati tanti e molte vite sono ricominciate da un’altra parte.

Alcuni sono andati presso degli Sprar (Servizio di protezione per richiedenti asilo), altri nei Cas (Centri di accoglienza straordinaria), altri ancora nei Cpr (centri di permanenza per il rimpatrio).

Chi ha avuto modo di stringere rapporti di fiducia e amicizia con alcuni degli ospiti del Centro, riceve adesso messaggi e telefonate carichi di notizie. Non sempre belle, solo a volte sì.

Ormai il CARA non offriva più neanche i servizi di una volta e molti ospiti sono stati sollevati e contenti di lasciare un “certo” triste con la speranza di un migliore “incerto”: ricominciare la scuola, trovare un lavoro …

Molti, che si sono trovati male nelle nuove realtà, sono tornati, o hanno cercato di tornare illegalmente all’interno delle ‘loro’ case, nel campo di Mineo.

Un grosso fenomeno è rappresentato da color che, autonomamente, decidono di andare via, con o senza i documenti, per paura di quello che li aspetta nella nuova destinazione.

Sono i più deboli, coloro che cercano alloggi di fortuna, che si spostano verso Catania e da lì spessissimo si dirigono verso il nord Italia.

Quotidianamente mi ritrovo ad aiutarli al telefono parlando con medici o uffici pubblici che spesso non hanno mediatori o interpreti.

Ecco il grande problema italiano, non essere stati capaci di organizzare una reale, sana integrazione. Questo è il motivo per il quale ci troviamo in questa situazione.

I ragazzi ancora ospiti si trovano con pochissimi punti di riferimento. Pochi giorni c’è stato il “non ingresso” dell’equipe medica MEDU che ha comunque rispettato gli appuntamenti e i colloqui fuori dalla struttura.

Una situazione determinata dalla prefettura di Catania, che non ha rinnovato il permesso ad entrare.

Il CARA chiuderà sicuramente in tempo per le elezioni di fine maggio e questo sarà un profumato fiore all’occhiello per qualcuno, quel qualcuno che non pensa ai tanti destini che lì dentro si sono incrociati e a tanta gente che dovrà ricominciare .

Non dimentichiamo i lavoratori del centro d’accoglienza che stanno perdendo il lavoro trovandosi nei guai. Sono stranieri e italiani, uomini e donne, e anch’essi dovranno ricominciare da capo.

La chiusura del CARA è stata gestita male, il suo impatto è stato sottovalutato.

Unica linfa gli operatori, coloro che ancora lavorano lì e cercano di dare una risposta, tutti i giorni, alle incognite e ai problemi che si presentano.

L’avventura è finita e il finale non è lieto.

Così come non è stato positivo l’avvio di questa esperienza, la scelta di collocare un così grande numero di persone (anche quattro mila) in una unica struttura, che era servita ai militari americani e veniva riciclata per chi non aveva mezzi per spostarsi e recarsi nei centri vicini (vicini, si fa per dire).

Una struttura costruita nel nulla che (era chiaro) non avrebbe dato ai migranti lì trasferiti nessuna naturale opportunità di inserimento.

Niente navette per Catania, niente progetti all’interno del campo, poco e niente nei paesi vicini. Niente fondi per servizi da offrire agli ospiti, pochissime – e per pochissimi – le opportunità. Nessuna reale possibilità di integrazione.

Molte persone, negli anni, non sono mai uscite dal campo, altre sono uscite solo per disbrigo pratiche e documenti oppure per visite mediche.

E adesso? Spero solo che tutti coloro che hanno camminato, riso, pianto, studiato e lavorato al CARA di Mineo abbiano un buon cammino da intraprendere.

Quanto a noi siamo pronti ad accogliere nuovi migranti che arriveranno a breve, numerosi, nel nostro paese perché, nonostante quello che si afferma a gran voce, gli sbarchi non sono assolutamente finiti.
E noi saremo lì.

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One Response to “CARA di Mineo, verso la chiusura del ghetto”

  1. La conclusione dell’articolo: “Siamo pronti ad accogliere nuovi migranti…gli sbarchi non sono assolutamente finiti” mi sembra del tutto incoerente con i disastri dell’accoglienza, nel CARA, denunciati nelle righe precedenti;

    infatti, se adesso, immediatamente,siamo divenuti “pronti ad accogliere nuovi” significa che siamo stati capaci di -o, almeno, abbiamo imparato a- riparare gli errori dell’accoglienza,sfociati in “violenze, droga, prostituzione”, denunciati all’inizio dell’articolo; in tal caso, se, cioè, chi scrive è divenuto capace di ciò,quale necessità di “chiudere” questo centro?

    E, a quanto ammontano i danni dello sfascio del “ghetto”, gestito così tanto male? Chi li pagherà?

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