locandinaPrevalgano oggi in Europa norme che restringono le possibilità di ingresso legale dei migranti, generando un paradossale circolo vizioso.

Crescono le migrazioni irregolari mentre l’ostilità delle popolazioni locali pone le basi per ulteriori politiche restrittive.

Eppure esistono strumenti per garantire vie legali e sicure d’ingresso, anche se sono poco utilizzati e riguardano un numero molto limitato di persone.

Oltre il mare”, “primo rapporto sui Corridoi Umanitari in Italia e altre vie legali e sicure d’ingresso”, a cura di Caritas Italiana, passa in rassegna questi strumenti e racconta in particolare la straordinaria esperienza dei corridoi umanitari.

Il reinsediamento (resettlement) può essere offerto alle persone bisognose di protezione internazionale impedendo alle reti dei trafficanti di trarne vantaggio.

L’UNHCR ha stimato che il bisogno globale di reinsediamento riguarda, nel 2019, circa 1,4 milioni di persone, 300 mila nel solo Mediterraneo centrale.

Un numero molto elevato che trova, nella comunità internazionale, una risposta decisamente insufficiente.

Fino al 2016 le quote disponibili a livello globale sono cresciute raggiungendo il numero di 126 mila, ma nel 2017 si è registrato un brusco rallentamento, che ha permesso di reinsediare appena 65mila persone e le previsioni per il 2019 sono in calo.

E’ l’UNHCR che, nei Paesi di primo asilo, individua i rifugiati maggiormente vulnerabili, per i quali non sono disponibili altre soluzioni durevoli, e propone loro il reinsediamento.

I paesi di reinsediamento garantiscono poi ai rifugiati protezione fisica e legale ovvero l’accesso ai diritti civili, economici, sociali e culturali, consentendo eventualmente di acquisire la cittadinanza,

Per i rifugiati giunti in Italia e Grecia è prevista la Relocation (ricollocazione), gestita dall’EASO (Ufficio Europeo di Sostegno per l’Asilo), in altri Stati Europei, che hanno, però, soddisfatto meno di un terzo dei loro impegni di trasferimento.

Polonia e Ungheria non hanno accettato nemmeno un rifugiato mentre la Germania con oltre 10.000 ricollocati è stato il paese che ha contribuito maggiormente

In tutta Europa sono stati avviati programmi di community-based sponsorship e private sponsorship, programmi caratterizzati da una condivisione delle responsabilità tra governi e attori privati per un periodo di tempo limitato.

Un accordo formale (ad esempio un Protocollo d’Intesa) definisce, in maniera più o meno flessibile, obblighi reciproci e quadri di attuazione.

Si tratta comunque di programmi ‘addizionali’, iniziative supplementari e aggiuntive rispetto ai programmi di Reinsediamento gestiti dai Governi, un ampliamento delle possibilità legali di accesso, non una sostituzione.

L’elemento chiave della sponsorizzazione privata è che una persona, gruppo o organizzazione (sponsor) si assume la parziale responsabilità di fornire sostegno finanziario e/o sociale a una persona o a una famiglia (richiedente asilo o rifugiata) che viene autorizzata all’ingresso dallo Stato, senza che questo ne assuma gli oneri di accoglienza/assistenza.

Essi vengono assolti dallo sponsor per un periodo predeterminato.

L’invito di Papa Francesco (settembre 2015) perchè “ogni parrocchia, ogni comunità religiosa, ogni monastero, ogni santuario d’Europa accogliesse una famiglia di rifugiati” ha sollecitato diverse realtà ecclesiali ad impegnarsi, anche per la prima volta, nell’accoglienza e integrazione.

In questo contesto è nata in Italia la prima iniziativa di Community sponsorship: i Corridoi umanitari.

Sotto la spinta della Chiesa Valdese e delle Comunità evangeliche in Italia, della Comunità di Sant’Egidio e della Conferenza Episcopale Italiana (attraverso Caritas Italiana e Fondazione Migrantes) si è ideato e strutturato un canale legale di ingresso.

Duplice l’obiettivo: trasferire in sicurezza in Italia persone colpite dalla guerra e da conflitti e rifugiate in Libano, Etiopia, Giordania e Turchia e dimostrare che la solidarietà e le alternative ai viaggi pericolosi verso l’Europa sono possibili.

Un ulteriore meccanismo di ingresso è l’implementazione di programmi per la sponsorizzazione di studenti rifugiati.

A far da pilota in questo caso è l’Italia con il programma UNI-CO-RE “Corridoi universitari”, nato per dare la possibilità a studenti rifugiati in Etiopia di proseguire il loro percorso accademico all’Università di Bologna.

Il problema rimane comunque quello dei numeri esigui. Tra il 2013 e il 2018, il numero di persone ammesse attraverso programmi di sponsorizzazione privata o comunitaria in Europa è stato di circa 31.000, di cui 1.286 in Italia.

Verso la fine del 2017, nel tentativo di offrire un’alternativa meno pericolosa del mare o del deserto ai viaggi dei migranti e per rispondere agli effetti dell’accordo di partenariato fra Italia e Libia, che di fatto aveva prodotto un aumento dei migranti bloccati (in deplorevoli condizioni) in centri di detenzione libici, l’UNHCR, in accordo con le autorità libiche e nigerine e con quelle dei paesi di destinazione, ha avviato delle operazioni di evacuazione umanitaria dalla Libia di rifugiati e richiedenti asilo vulnerabili, tra cui madri sole con bambini e minori non accompagnati

Sono state evacuate 3.303 persone (inclusi minori non accompagnati), di cui 2.619 in Niger, 415 in Italia e 269 in Romania.

Quella delle evacuazioni umanitarie rimane comunque una misura eccezionale, sia per le modalità sia per la tempistica con le quali viene svolta.

Si privilegia l’obiettivo della messa in sicurezza delle persone, piuttosto che quello della loro potenziale e positiva integrazione del Paese di destinazione.

Non a caso, in questo programma, si è registrato un elevato numero di abbandoni delle accoglienze, a pochi mesi o settimane dall’arrivo.

E’ quello che è avvenuto anche con il caso della nave Diciotti, con i migranti fatti sbarcare a condizione che la Chiesa si occupasse della loro accoglienza. Molti di loro si sono poi allontanati, rinunciando all’accoglienza.

Il modello dei Corridoi Umanitari e le relative procedure rappresentano un unicum nel panorama internazionale e prevedono un iter complesso.

La prima fase è quella della selezione dei potenziali candidati e poi dei beneficiari del progetto, in cui hanno un ruolo fondamentale le organizzazioni locali.

Il criterio principale di scelta è quello della condizione di vulnerabilità, fisica o psichica, di un membro della famiglia.

Ai colloqui preparatori seguono i controlli si sicurezza e il rilascio di un visto temporaneo per permettere l’imbarco in aereo e l’arrivo in Italia.

Sono previste una formazione pre-partenza dei beneficiari per conoscere il contesto che li accoglierà, e ad una formazione pre-arrivo delle comunità accoglienti.

Vengono poi interessate le Commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale e vengono avviati l’insegnamento della lingua italiana e corsi di formazione professionale per permettere l’inserimento lavorativo.

I beneficiari dei Corridoi umanitari provengono da realtà in cui le condizioni di vita sono al limite della sostenibilità. Ecco perchè, come ha dichiarato un rifugiato eritreo poco più che trentenne “Tutti sanno quanto sia pericoloso scappare, che nel deserto si muore e in mare si affoga, che in Europa non ci vogliono. Sappiamo dei porti chiusi. Ma chi ha qualche risorsa, fugge. Meglio la morte che impazzire”.

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