Avrebbe compiuto 90 anni questo mese Tittà Scidà, già presidente del Tribunale per i minorenni di Catania, scomparso da otto anni.

Ci piace ricordarlo proponendo una corrispondenza tra lui e Padre Resca, della Chiesa dei SS. Pietro e Paolo di Catania, a proposito dell’allora dissesto finanziario del Comune di Catania.

Ci riferiamo al 2008, quando si ipotizzava di dichiarare il dissesto.

In questa corrispondenza, Scidà non tralascia di considerare alcun aspetto e alcuna conseguenza della dichiarazione o meno del dissesto, individuando responsabilità tanto nella maggioranza quanto nella opposizione.

Ma il suo scritto include anche il delitto Fava, di recente ricordato dopo 36 anni, il connubio fra imprenditoria e politica e tanto altro ancora.

Una lettura di fatti e analisi – con il suo stile inconfondibile – che ha molti richiami all’oggi.

Allora il Governo nazionale presieduto da Berlusconi elargì 140 milioni di euro al Sindaco protempore Scapagnini, farmacologo e medico personale del cavaliere, poi sostituito da Stancanelli, dal giugno 2008.

Ecco il testo delle missive scambiate, che – come scrive lo stesso Scidà in un post scriptum – non volevano avere solo una valenza privata e costituivano quindi una sorta di lettera aperta.

Da Giambattista Scidà a don Salvatore Resca, presidente di CittàInsieme

Le scrivo di cose che credo possano trovarci d’accordo. Riguardano la catastrofe delle finanze comunali catanesi, delle quali tutte le parti politiche si occupano, con clamore, per iscongiurare che ne venga formalmente dichiarato il dissesto. La dichiarazione importerebbe drastica riduzione dei servizi che il Comune deve rendere e rude aggravamento della fiscalità locale.

Osservo che essa produrrebbe, subito, effetti di altro genere. Cadrebbero immediatamente tutti gli incarichi di consulenza; cadrebbero situazioni soggettive, come quella del Direttore Generale; e inoltre gli atti riguardanti la gestione (nel tempo, in tutto il tempo nel corso del quale ci sono stati abusi e sprechi), sarebbero rimessi alla Corte dei Conti, con conseguente chiamata dei responsabili a personalmente risarcire il danno; e accertamenti dovrebbero essere compiuti, ad altri e più severi effetti, circa la rilevanza penale dei loro comportamenti. Sono questi gli interessi che la dichiarazione di dissesto colpirebbe.

L’evitarla li salverà; ma non salverà l’interesse della cittadinanza a che i prelievi fiscali non siano inaspriti, e i servizi non subiscano contrazione. In ogni caso – anche nel caso che dichiarazione di dissesto non intervenga – bisognerà far fronte al debito, spaventoso; in ogni caso l’adempimento importerà perdita, per la città (con più o meno ingente arricchimento dei compratori) dello storico patrimonio edilizio, lascito delle generazioni. Di diverso, rispetto all’altro caso, che il dissesto sia constatato, ci sarà questo: che il Comune non sarà liberato nemmeno dall’obbligo di esborsi ulteriori, per le consulenze che rimarranno in vita e per altro.

Il costo della dichiarazione sarebbe dunque altissimo per le cerchie partitiche che hanno avuto in mano il potere locale: senza possibilità, per nessuna di esse, di discolparsi incolpando. Davanti alla collettività, violentemente svegliata dai fatti, tutte le bandiere dovrebbero essere ammainate.

Tutte: perché non è vero che in questa terribile storia ci siano partiti innocenti. Chi afferma il contrario deve reclamare inchieste, invece che ostacolarle, e deve prestarsi a dibattiti, pubblici (come può farli la TV) ed effettivi, nei quali il conduttore intervenga solo per reprimere interruzioni e per garantire la perfetta eguaglianza dei tempi di intervento. In un confronto del genere, con cittadini che si propongano come contraddittori, chi ha capeggiato l’Amministrazione, per la sinistra, non potrebbe avere parte di mero spettatore.

Ne risulterebbe che anche la sinistra ha fatto scempio delle risorse comunali, sia governando, quando ad essa è toccato di governare, sia mancando al dovere di un’opposizione reale, di ben altre dimensioni di quella sviluppata, più volte, da un più o meno isolato individuo.

E anche tornerebbe in luce la pregnanza storica dell’evento che si consumò in un istante, una sera di gennaio di 24 anni fa, davanti al teatro stabile: il valore fondante che ebbe quell’uccisione per il regime presente della Città, per la sua “costituzione materiale” (modo d’essere dell’Amministrazione; modo d’essere della Giustizia inquirente, modo d’essere dell’informazione catanese e dell’informazione nazionale su Catania) di cui il dissesto non è che l’ultimo portato.

Esso sarebbe stato impossibile se Catania non fosse stata precipitata, con quel delitto, nella condizione di città che tace la sua verità, e intorno alla cui verità si tace, dovunque, anche quando si fa finta di parlarne. Catania poté allora essere disarmata e consegnata alla malavita; il processo di Torino, a carico di pubblici ufficiali, incontrò sulla sua strada invece che stimolatrici risonanze, agitate proteste; le latitanze più pericolose si avviarono a diventare, senza che alcuno ne arrossisse, storiche e come fatate (Santapaola, imputato anche di quell’omicidio, non fu catturato che nel ’93, nove anni dopo); l’arbitrio nella manipolazione delle risorse pubbliche non conobbe più freno.

Nel 1988, una relazione al Procuratore Generale [inviata dallo stesso Scidà, nella qualità di presidente del Tribunale per i minorenni (ndr)] affermava diffusa, pervasiva, appariscente, e quasi di regola fortunata, l’illegalità: sul doppio versante dei delitti comuni, di privati, e della devianza o criminalità amministrativa, attivatrice assidua, secondo la coscienza pubblica, di ingenti transfer di ricchezza dall’ambito pubblico ai patrimoni privati; la quale illegalità complessiva (così proseguiva quel testo) insidia o impedisce, col suo imperversare, il costituirsi di un vissuto di realtà dell’ordinamento, di effettività delle norme di consistenza delle sanzioni, e persino rende difficile la percezione del senso che hanno le condotte non trasgressive.

E ancora in altro passo dello stesso scritto: assai netta e cruda è l’immagine che la coscienza collettiva si è ormai fatta della disonestà amministrativa, come di pratica consolidata, che di tangente in tangente, o per altro privato interesse, è andata aprendo un cancello dopo l’altro, per il saccheggio delle risorse pubbliche (fondi di bilancio, territorio, diritti in genere degli enti amministrati) davanti ad assuntori di lavori pubblici, locatori di opere, locatori di immobili, fornitori, cercatori di contributi, venditori: come di un costume, a causa del quale, nella città depredata, i beneficiari di vaste appropriazioni si contrappongono a coloro che, già poveri, scontano più profondamente in termini di mancanza di servizi, e di degrado del contesto, la distrazione delle risorse pubbliche.

E ancora tornava, l’autore, come già più volte, sul riscatto dei quartieri derelitti, per il quale era necessario, oltre che un lungo investimento di mezzi, costante scrupolo nel maneggiarli.

Nel frattempo, una grave crisi aveva colpito dall’interno il sistema dei rapporti tra la grande imprenditoria e il potere democristiano. Al processo di razionalizzazione, da tempo conclusosi nel primo campo (poche e grandi imprese guida; pace tra le stesse; riduzione della massa delle altre a ruoli subalterni) si contrapponeva l’erosione della leadership politica, stata per moltissimo tempo un referente di alta efficienza. L’effetto fu di blocco dell’attività, e rese necessaria la ricerca di un’alternativa ai gruppi installati nel Comune.

Da qui ebbero inizio molteplici sopravvenienze, infine sfociate nell’amministrazione di sinistra: il retto giudizio sulla quale dovrebbe sapersi tenere lontano sia dalle stucchevoli, servili, rivoltanti apologie, che quella esperienza esaltano come palingenesi radicale ed omnicomprensiva, sia dalla negazione, iniqua, del nuovo e buono che essa recò.

Ma il fatto è che nel corso di tali anni si ebbero deplorevolissimi sprechi: come locazioni passive di immobili, anche di magistrati, senza effettivo bisogno; e acquisti di altri immobili, presto abbandonati ai vandali; e nomine di consulenti dei quali si poteva fare a meno; e attribuzioni di compensi senza proporzione con i servizi prestati al Comune; e mancamenti nella difesa dell’interesse dell’Ente contro temerarie pretese di privati; e per conseguenza di tutto ciò e per altro ancora il riapparire, ogni anno, di disavanzi che furono colmati con mutui, a costo di aumento della spesa negli anni successivi. Si sa bene che in seguito, passato il governo del Comune alla destra, le spese non necessarie aumentarono di volume e che infine cessò la possibilità di scaricare sul futuro i relativi pesi, pareggiando con la contrazione di prestiti.

Ma un fatto è anche questo che l’opposizione non fu adeguata: non poteva esserlo, dati i precedenti. Fu di persone, cui l’appartenenza non sapeva togliere l’obiettività, non fu dello schieramento. E persino l’occasione di censurare, se non altro, venne elusa. Richiamo in particolare quanto avvenuto sotto i suoi occhi, carissimo Don Resca, a CittaInsieme: quando, in affollatissima riunione, durante la penultima campagna per l’elezione del Sindaco, una associazione (Siciliani per la Legalità) rivolse ai candidati 7 domande. Il Sindaco uscente, candidato a riconferma, non si presentò; e il suo concorrente più forte, stato Sindaco in precedenza, per otto anni, rispose che avrebbe risposto; ma risposte non ha dato, mai. Nei sette temi proposti si leggeva in filigrana il passato dell’una parte e dell’altra parte politica. Perché, negli anni successivi, la sinistra, di nuovo sconfitta, e con ciò stesso chiamata alla essenziale funzione di opporsi, come esigeva l’interesse pubblico, ha voluto seppellirli nel silenzio?

Se questa è la realtà, carissimo Don Resca, possiamo dire compatibile con il rispetto che le si deve, l’impostazione data da CittaInsieme alla recentissima serata di riflessione sul dissesto, sin da prima che i relatori avessero la parola? E’ forse compatibile con la verità che in questa enorme vicenda, di distruzione del patrimonio e del nome di Catania, non ci sia altra responsabilità che quella del penultimo Sindaco? E c’è compatibilità tra un tale asserto (immeritata assoluzione, senza giudizio, della sinistra) e quello star fuori della logica dei partiti che CittaInsieme ha iscritto nella sua identità?

Catania, 29/09/2008

Giambattista Scidà

La risposta di don Resca

Carissimo dottor Scidà,

padre Salvatore RescaLa ringrazio anzitutto per l’affetto con cui segue le nostre attività. I suoi pareri, sempre saggi e calibrati, sono molto utili per orientarci in quel poco che ancora riusciamo a fare per questa città.

Il movimento, come Lei sa, ha seguito con molta attenzione la storia del “dissesto”.

Abbiamo invitato, esponendoli alla gogna del pubblico, i vari assessori che si sono succeduti al bilancio, siamo andati al comune a cercare gli assessori latitanti, costringendoli a venire per parlare alla gente, abbiamo denunziato nei limiti delle nostre possibilità la cattiva amministrazione fin dai tempi del sindaco Bianco…

Nelle riunioni del direttivo che hanno preceduto l’assemblea alla quale Lei si riferisce abbiamo a lungo discusso sulla impostazione da dare al dibattito. E, alla fine, abbiamo optato per una assemblea nella quale non si affrontasse l’aspetto “politico”, ma quello “tecnico” della questione.

E questo non perché volessimo eludere le responsabilità della opposizione, e della sinistra, (ne siamo assolutamente convinti: a parte l’impegno di qualche singolo è l’opposizione che non esiste a Catania; un fatto che Lei denunziava fin dai tempi del Patto; ricordo durante un’assemblea il suo gesto di bussare alla porta della opposizione e di non trovarci nessuno), ma perché, fedeli alla nostra identità che tende ad informare lasciando ad ognuno la libertà di valutare, abbiamo scelto l’opzione di mettere al corrente i cittadini sul significato e sulle conseguenze della “dichiarazione di dissesto” per la città di Catania.

Ecco perché, pur consapevoli dell’inscindibile nesso fra i due aspetti, abbiamo invitato dei tecnici piuttosto che dei politici.

Convinti, d’altra parte, che l’aspetto politico non sia eludibile, stiamo pensando di organizzare un incontro proprio su questo tema. Cosa molto difficile perché sia all’interno della maggioranza che della opposizione, per ovvi motivi, non si trovano politici favorevoli alla dichiarazione di “dissesto”!

Dovremmo pensare ad un dibattito della gente, della società civile contro i politici di ogni colore che hanno affossato la città. Ci stiamo pensando!

Spero, carissimo dottor Scidà, di essere riuscito a spiegare i motivi della impostazione data alla recente assemblea. A volte, conoscere la genesi delle cose, o partecipare alla loro costruzione, come dice il buon Giambattista Vico, contribuisce a comprenderne il significato.

Per tutto il resto le posso assicurare che tutto il Direttivo di Cittainsieme condivide appieno le sue analisi e le sue valutazioni sulla politica catanese, sia bianca, che rossa che azzurra.

Se qualcuno, presente all’assemblea, ha letto l’impostazione della stessa come allineamento di Cittainsieme sulle posizioni della sinistra catanese, non ha afferrato bene non solo le nostre intenzioni ma lo stesso svolgimento dei fatti.

L’assemblea non ha assolto l’opposizione, ha semplicemente affrontato un altro problema.

Con l’affetto di sempre!

Salvatore Resca

Catania, 3 ottobre 2008

Scidà risponde a Resca

Carissimo Don Resca,

Ella scrive in tal modo che è un piacere, dopo averla letta, rileggerla; io, invece, vado debitore a chi avendo cominciato, giunga all’ultimo rigo, resistendo alla tentazione di affidarsi, per fastidio del testo, a scorciatoie, senza parentela col precomprendere del filosofo, immanente al pensare, che sono alternative deliberate al percorso, paziente, del comprendere.

E tuttavia la prego di voler tornare sulla grigia mia lettera, concernente le finanze della nostra città, alla quale ha cortesemente risposto. Non ci troverà, credo, l’affermazione che del dissesto si voglia impedire dichiarazione per coprire responsabilità della sinistra. Altre proposizioni Le verranno incontro: che la formale constatazione della realtà nuocerebbe a parecchi interessi, tra cui quelli di entrambi gli schieramenti, sinistra compresa; anche questa responsabile, o del tempo in cui fu essa a governare, o del successivo in cui lasciò che altri governassero male (con l’inadeguatezza del suo opporsi: il quale fu di singoli, cui c’è da far di cappello, ma non dello schieramento).

Aggiungo, ora, che ogni ricostruzione dei fatti passa il punto, se la mancanza di attivo dissenso abbia non solo reso possibile il successo, nei singoli casi, di ciò che veniva intrapreso, ma anche dato incentivo a comportamenti ulteriori.

Mi fa piacere quanto scrive circa la riunione che Cittainsieme ha in programma e mi auguro che essa somigli, quanto più possibile, al dibattito auspicato da me.

Suo affezionatissimo

Giambattista Scidà

P.S. In testa alla mia lettera non fu scritto per dimenticanza, che essa non era puramente privata. Me ne rammarico.

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