militari internati nei campi nazistiMedaglie d’onore ai Militari Italiani Internati nei campi nazisti ancora in vita, sono state consegnate negli ultimi anni, anche in Sicilia, nelle ricorrenza della Giornata della Memoria del 27 gennaio.

Un importante riconoscimento del ruolo patriottico degli IMI (Italiani Militari Internati) da parte dello Stato, dopo un lungo periodo di silenzio.

Degli 810.000 militari catturati dai tedeschi su tutti i fronti di guerra in cui l’esercito italiano era impegnato, nell’Italia del centro nord e all’estero, solo 94.000 optarono per l’adesione alla Repubblica Sociale Italiana o alle SS italiane. Gli altri furono richiusi in campi di prigionia e di lavoro coatto, con condizioni durissime, in cui molti morirono. Pagarono così il loro NO al Reich e alla RSI.

Non essendo considerati prigionieri di guerra (la Germania non riconobbe il Regno d’Italia del sud neanche dopo la dichiarazione di guerra italiana del 10 ottobre 1943), per loro non valevano le regole di assistenza previste delle leggi internazionali sui prigionieri di guerra (Convenzione di Ginevra del 1929). Furono privi, di conseguenza, del controllo degli organismi internazionali preposti, compresa la Croce Rossa.

Sul recupero della memoria di questo capitolo dimenticato della nostra storia, con riferimento soprattutto agli aspetti locali, Argo ha ricevuto un contributo da parte di Domenico Stimolo.

Ne pubblichiamo alcuni stralci.

A seguito degli accordi Mussolini-Hitler del 20 luglio 1944 – smilitarizzazione abusiva dei militari italiani -, essendo intervenuta, in maniera autoritaria, la cosiddetta “civilizzazione”, furono “liberati” dai Lager e costretti a presentarsi agli uffici di collocamento, ai fini lavorativi e per avere la tessera annonaria. Una fase oscura che determinò ulteriori vessazioni e gravissime difficoltà di vita.

Gli (ex) IMI “civilizzati”, diventati “volontari” per fame o precettati,furono 495.000.

Come evidenziato da Claudio Sommaruga ( classe 1920 – geologo minerario dopo la guerra – S. Tenente, ex IMI ex “deportato politico e civile” in 13 Lager e uno Straflager), non esiste un archivio istituzionale italiano degli IMI, nemmeno presso l’Ufficio storico del Ministero della Difesa.

Non esiste un Albo anagrafico esaustivo dei deportati IMI siciliani, anche è possibile ipotizzare che siano stati parecchie decine di migliaia, soldati e graduati.

Finita la guerra, date le oggettive condizioni di distacco socio-politiche- economiche dell’isola rispetto al contesto nazionale e le gravi necessità del vivere (molti sono emigrati), da parte dei reduci IMI isolani è subentrata una condizione di isolamento. Non venne realizzata nessuna struttura organizzativa che permettesse di mettere in comune i travagli subiti e di conservare e diffondere la memoria.

Sulle vicissitudini degli IMI siciliani si segnala un articolo del quotidiano del Giornale di Sicilia del 5 settembre 2017 – edizione Trapani – “Dissero NO ai nazisti e finirono nel lager, il martirio dimenticato degli ufficiali siciliani”. Il testo è leggibile sul sito di ANPI Sicilia

Riguardo la memorialistica prodotta dagli IMI siciliani:

Di grande intensità il libro di memorie di Giovanni Santarea di Pozzallo, “Io reduce di Cefalonia (2009)”, catturato dai tedeschi fu internato in Bielorussia, Minsk e Ledda.

Il testo “Quando l’algente verno…” contiene le Memorie di Prigionia (2001) di Gerardo Sangiorgio, di Biancavilla, ventiduenne che all’armistizio si trovava a Parma, nella Scuola di Applicazione di Fanteria e venne deportato in diversi Lager in Germania. Il 27 gennaio 2019 a Biancavilla è stato presentato il libro di Salvatore Borzì “Internato n. 1002883/IIA” dedicato a Sangiorgio.

Una storia come tante”, del palermitano Nino Romano, ripercorre le vicende di “un giovane contadino” dalla chiamata alle armi nel settembre 1941 alla detenzione nel Lager di Groditz ( Dresda), fino al ritorno a Palermo alla fine del 1946.

Nel 2009 (ed. Becco Giallo) è stato pubblicato “Stalag XB” di Marco Ficarra, in memoria dello zio Gioacchino Virga, di Palermo, sottotenente in fanteria, inviato in Grecia, catturato dai tedeschi, deportato in Germania e morto il 14 marzo 1945 di fame e di freddo.

Alla fine del 2019 è stato pubblicato “Fucili e mandolino”, la storia del soldato semplice Carmelo Coco, di Carmen Coco (Algra Editore). La figlia, assemblando le memorie scritte lasciate dal papà, racconta le peripezie del catanese Carmelo, fatto prigioniero dai tedeschi nei Balcani e deportato in Austria.

La presentazione del libro sarà effettuata oggi, 27 gennaio, presso le Ciminiere di Catania.

Per approfondimenti sugli IMI è utile consultare il sito della Associazione Nazionale Reduci della Prigionia, ANRP

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One Response to “Militari Italiani Internati, il recupero della memoria”

  1. Domenico Stimolo
    January 28th, 2020 at 15:33

    “IN RICORDO DI UN EROE ETNEO: IL PROFESSOR SALANITRO” – TR ( Triangolo Rosso) OTTOBRE 1995

    Nunzio Di Francesco, Catania

    dal sito di ANED -Associazione Nazionale ed deportati nei campi nazisti
    http://www.deportati.it/non-ca.....ordo_eroe/

    “ Fu verso la fine del gennaio ’45 quando mi trovai nel Lazaret (Kanchecaus) di Mauthausen (forse si chiamava campo 3), parcheggiato nudo assieme ad altri centinaia di deportati di nazionalità diverse. Conobbi qui un anziano medico lombardo, deportato sin dal mese di aprile 1944, Vallardi di cognome. Questi mi consigliò di farmi trasferire subito da quel baraccone in qualsiasi comando di lavoro forzato, provvedendo nello stesso tempo egli stesso per risparmiarmi da eventuali esprimenti nazisti. Ancora ventenne, mi sentivo spacciato e non avevo nessuna voglia di sopravvivere, ma il Vallardi mi fece conoscere altri deportati italiani parcheggiati in quel puzzolente baraccone: un altro lombardo quarantenne, il barbiere della baracca; un torinese cinquantenne assieme al figlio ventenne. Ma l’incontro più significativo fu con un Etneo di Adrano, il Prof. Carmelo Salanitro. Era fisicamente mal ridotto, proprio ai minimi termini, più che gli altri, non solo per la lunga durata della sua deportazione, ma, soprattutto, per la sua sensibilità di uomo onesto, raffinato per la sua ottima educazione, la sua religiosità, la sua cultura. Era stato un dirigente del Partito Popolare, molto amico di Don Sturzo. Si reggeva a stento all’impiedi, annichilito, senza occhiali, quasi non vedeva. Nel sentire il mio accento etneo, provò un senso di conforto. Volle sapere il perché, io così giovane, fossi stato deportato. Partigiano, risposi, condannato a morte dal tribunale nazifascista di Torino. E lei, professore, perché qui? domandai. Educavo, rispose, i miei studenti a lottare per la pace, la libertà e la democrazia. Fu il mio preside Verde a denunciarmi ed a consegnarmi al tribunale speciale fascista, condannato a 18 anni da scontare nel carcere di Sulmona. Dopo l’8 settembre 1943, venni consegnato ai nazisti e deportato in più campi di sterminio (Dachau – Mauthausen). Il prof. Salanitro, malgrado fosse quasi del tutto privato della sua forza fisica, si mostrava, per la grande energia morale che aveva, sereno e rassegnato come se gli toccasse pagare con la tortura, per il resto della sua vita, per la difesa di una giusta causa: i grandi ideali della libertà, della pace e della democrazia. Veniva finito nelle camere a gas il 24 aprile del 1945, nel momento in cui stava per concludersi il conflitto contro il nazifascismo in Italia e in Europa. Carmelo Salanitro fu un personaggio molto scomodo per essere restituito vivo alla sua terra e finì nei forni crematori assieme a tanti altri milioni di martiri, desiderosi di libertà e di pace. Che cosa ne penserebbero alcuni dirigenti del Partito Popolare di oggi, dai Buttiglione ai Formigoni? Rinnegherebbero i patrioti cattolici che, assieme a moltissimi combattenti laici e di sinistra, pagarono con le torture la vittoria della libertà, della democrazia e la pace, trovandosi alleati nuovamente con i fascisti di ieri e di oggi? Questa enorme, pericolosa confusione politica dovrebbe far riflettere tutti gli italiani che si ispirano ai valori della pace, della democrazia e della giustizia sociale, difesi col sangue dai più generosi.”

    Nunzio Di Francesco 
    partigiano in Piemonte, sopravvissuto al Lager di Mauthausen ( scomparso il 21 luglio 2011)

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