Si è laureato alla facoltà di medicina di Catania per poi tornare nel suo paese, dove ha contribuito a fondare e dirige il Centro Medico Al Saqada a Betlemme, nei territori occupati palestinesi.

Un Centro attivo da quasi venti anni, in cui operano una ventina di medici, offrendo servizi sanitari a prezzi molto bassi, o gratuitamente per le famiglie più povere, a pazienti di tutte le appartenenze religiose, nonostante i continui ostacoli posti dal governo di Israele.

Dopo la laurea Nidal Salameh è rientrato nel suo paese sfidando il divieto delle autorità israeliane e pagando questa disobbedienza con un anno e mezzo di carcere.

Qualche giorno addietro è stato intervistato in diretta Facebook da Luca Cangemi del Partito Comunista Italiano di Catania, che lo ha contattato attraverso don Nandino Capovilla, promotore della Campagna di Pax Christi “Ponti non Muri”.

Non si poteva che iniziare dalle ricadute che sta avendo la pandemia di coronavirus sulla situazione palestinese. Nidal ha espresso una profonda preoccupazione soprattutto per tutti i suoi connazionali che lavorano nelle città israeliane o presso aziende negli insediamenti illegali israeliani.

Il contagio è infatti abbastanza diffuso in Israele (quasi 10.000 casi positivi e una cinquantina di decessi) e i lavoratori non sono forniti da alcuno strumento di protezione, come mascherine o guanti. In particolare, c’è grande allarme per il pericolo del “contagio di ritorno”, allorché tra pochi giorni, per la sospensione delle attività in occasione della Pasqua ebraica, circa 45.000 lavoratori palestinesi faranno ritorno in Cisgiordania da Israele.

Sollecitato anche sulla questione carceraria, Nidal ha aggiunto che, così come il governo israeliano trascura i problemi dell’epidemia per i Palestinesi, allo stesso modo non affronta in alcun modo il rischio di contagio per coloro che sono in carcere.

Il medico palestinese ritorna quindi con calore sulla problematica di fondo dell’intera situazione del Paese, caratterizzata da gravi violazioni dei diritti umani. Ha ribadito che i Palestinesi non si sentono liberi nella propria terra, dove hanno vissuto per innumerevoli generazioni e che non saranno mai disposti ad abbandonare.

Reclamano pertanto libertà e diritti umani, aspirano ad una soluzione giusta e ad una convivenza pacifica con Israele.

Alla domanda dell’intervistatore sulle prospettive future, Nidal ha risposto che non sembrano buone e ha spiegato come si svolga la politica israeliana nei loro confronti. Facendo riferimenti anche a vicende personali e dei suoi familiari, ha raccontato come le autorità israeliane frappongano continui ostacoli, impongano restrizioni e controlli, lancino accuse, arrestino arbitrariamente per rendere la vita così complicata ai Palestinesi da indurli ad andare via.

Essi, quindi, ha proseguito, continueranno la lotta per i loro diritti, per la loro terra e per la libertà.

Non sono state sufficienti – ha ricordato Cangemi – le denunce dell’ONU sulle continue violazioni dei diritti umani da parte di Israele anche perchè l’atteggiamento israeliano viene rafforzato dall’appoggio fornito dalla politica statunitense. In questa contingenza storica, poi, si verifica la combinazione sfavorevole di un presidente come Trump con il peggior governo di Netanyahu.

Cosa fare davanti a questa situazione? Quali iniziative di lotta portano avanti, in questo frangente, i Palestinesi? In che cosa potrebbe consistere l’aiuto italiano?

Nidal ha risposto che i Palestinesi ricercano sempre soluzioni pacifiche contro l’annessione illegale di terre palestinesi e specialmente contro la pesante oppressione persistente a Gaza. Ha ringraziato inoltre per la solidarietà che giunge sempre dall’Italia, che considera la sua seconda patria.

Luca Cangemi ha concluso che noi Italiani dovremmo fare di più, facendo conoscere meglio il grado di oppressione e di umiliazione che caratterizza il dramma palestinese. E ha ringraziato a sua volta per la solidarietà manifestata recentemente a Betlemme nei confronti degli Italiani alle prese con la pandemia

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