Anche il mondo non cattolico è stato colpito dall’immagine del vecchio papa stanco che, per andare a pregare, avanza solo e incerto in una piazza San Pietro deserta.

Ma alla solitudine del celebrante ci stiamo ormai abituando, considerato che le Messe vengono da qualche tempo celebrate in solitudine dai preti e diffuse in forma virtuale cercando di creare, a distanza, con i fedeli, un momento di riflessione e di preghiera.

Con provvedimenti eccezionali, dettati dalla necessità di contrastare l’epidemia, sono infatti stati vietati da parte del Governo, tutti gli assembramenti. A queste misure si è adeguata la Congregazione vaticana del culto divino, vietando, di fatto, tutte le celebrazioni religiose con un “Decreto in tempo di Covid-19”, emesso lo scorso 19 marzo.

Secondo questo documento, i preti possono celebrare, per conto loro, le funzioni religiose, comprese quelle della Settimana Santa, mentre i fedeli hanno la possibilità di unirsi ad essi in preghiera dalle loro case e seguire eventualmente le celebrazioni per via telematica.

Sicuramente una scelta eccezionale dettata da una situazione straordinaria, ma che pone comunque alcune questioni non di poco conto e ha indotto un prete, a Catania, a scegliere di astenersi dal dire Messa per conto proprio per condividere con la sua comunità quello che definisce un “digiuno eucaristico”.

Il motivo di questa scelta? La convinzione che la separazione tra il presbitero che celebra per conto suo e il popolo che viene escluso dalla celebrazione tradisce il senso autentico della celebrazione stessa, il cui soggetto non è il prete ma l’assemblea tutta.

I fedeli non sono gli utenti di un servizio religioso al quale assistono quasi come spettatori, anche se così vengono visti e spesso così essi stessi si considerano.

Così come la Chiesa è costituita dal popolo di Dio, allo stesso modo è la comunità ecclesiale tutta ad essere il vero celebrante dell’eucarestia. Recuperando la visione originaria della liturgia, anche il Concilio Vaticano II ha ritenuto impossibile separare i preti dalla comunità, vero soggetto della celebrazione.

Ecco perchè, se a causa dell’epidemia si rende necessario un “digiuno eucaristico”, questo dovrebbe valere per tutti, anche per Presbiteri e Vescovi, non soltanto per i semplici fedeli.

Da qui la decisione, dolorosa, del teologo Ruggieri di condividere con la sua comunità questo momento di “digiuno eucaristico” e di smettere di celebrare la Messa domenicale nella chiesetta di san Vito, in accordo alla sua concezione della natura comunitaria della celebrazione, che ha come soggetto, anche secondo il Concilio, il Popolo di Dio.

In questo periodo, la piccola comunità celebra, in videoconferenza, solo la liturgia della Parola, con la lettura dei brani della liturgia del giorno, un confronto sul loro significato e una preghiera comune in cui ciascuno esprime le proprie intenzioni mettendo in comune il proprio sentire.

Ruggieri ritiene che questa esperienza possa aiutare tutta la comunità a rinnovare il proprio modo di essere Chiesa.

Un’astensione dalla celebrazione eucaristica – nelle circostanze straordinarie nelle quali oggi viviamo – che, qualora fosse vissuta da tutta la Chiesa, potrebbe costituire per essa un fattore di maturazione e di crescita sul modello di quanto leggiamo nel secondo capitolo degli Atti degli Apostoli.

Lì dove vengono descritti i momenti salienti della vita della comunità, l’ascolto della Parola, la comunione vissuta tra i credenti, la celebrazione dell’eucaristia, le preghiere comuni, la messa in comune dei beni, la risposta al bisogno dell’altro, l’unione con i non credenti (allora i giudei), la gioia che tutto pervade.

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4 Responses to “Pasqua 2020, un digiuno eucaristico?”

  1. Stimo profondamente Don Pino Ruggeri e rispetto al massimo la libertà di scelta legata alla propria professione di fede; tuttavia non è possibile affrontare l’emergenza, l’imprevisto, il “nuovo” con strumenti, con pratiche, con condotte usuali. Con un esempio – che potrebbe sembrare non adeguato – trasferiamo questo ragionamento nell’ambito della formazione. E’ fuori di dubbio che la Formazione si realizza – ovvero è,diventa Formazione – nel’atto educativo, nella “relazione, interazione” all’interno di un cammino di apprendimento. Fermo questo principio, dovremmo chiudere del tutto la possibilità che i nostri allievi – in qualche modo . proseguano il “cammino” perchè se ” il senso della celebrazione non è il prete ma l’assemblea tutta” è pur vero che la ” Formazione” è, avviene, nel discente, alle dinamiche del quale il docente adegua il percorso. Allora, pur rispettando la liberta di don Pino, sacerdote e teologo che stimo moltissimo- torno a dire, che nei momenti di emergenza bisogna avere il coraggio di trovare nuove soluzioni, o soluzioni che riducano il danno. Certo ognuno il coraggio dovrebbe darselo da sè, soprattutto un credente… ma tra il dire e la ” solitudine ” del fare, ne corre. Mia madre raccontava un episodio che le era accaduto durante la guerra, quando lei inglese si trovò costretta ad un secondo interrogatorio del commando tedesco abbastanza inquisitorio, al quale tenne testa con la consapevolezza di non avere niente da dire. Tornata a casa,tuttavia “l’ombra ” non certo amica di quei volti , era nella sua testa… Accesa la radio per distrarsi, ascoltò per caso un momento liturgico dai francescani di Assisi. Mia madre raccontava che insieme alle lacrime che finalmente le liberavano il peso sul cuore, trovò “nuova spinta” ad avere coraggio e forza, pur nella prudenza delle azioni.

  2. anch’io condivido questa osservazione di Zina Bianca. Talvolta alcuni atteggiamenti così rigidi, da parte di teologi in situazioni così drammatiche, esprimono poca elasticità.

  3. Irene Li Greggi
    April 11th, 2020 at 22:17

    Una scelta controcorrente e sicuramente dal forte significato dal punto di vista dell’ecclesiologia

  4. … l’Elvira di prima non sono io.
    Lo puntualizzo solo perché la penso diversamente

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