miniera Bosco Palo - SerradifalcoE’ di qualche mese fa (7 novembre 2019) la prima udienza, presso il tribunale di Caltanissetta, del processo relativo all’illecito smaltimento di rifiuti pericolosi e nocivi e alla mancata bonifica ambientale relativa al sito minerario di Bosco Palo.

Sono comparsi tre dirigenti regionali su cui pende l’accusa di essere responsabili dei reati di “gestione non autorizzata e disastro colposo con pericolo per la pubblica incolumità”.

Secondo le indagini cominciate nel 2014 i tre dirigenti della Regione omettevano di adottare le necessarie misure di controllo, gestione e messa in sicurezza e bonifica della discarica di rifiuti realizzata presso il sito minerario di Bosco Palo provocando un disastro ambientale causato da migliaia di tonnellate di rifiuti pericolosi contaminati da amianto.

Nel processo si sono costituiti parte civile sia il WWF Sicilia, sia l’associazione NoSerradifalko, sia il ministero dell’Ambiente. Non hanno presentato istanza il Comune di San Cataldo e i confinanti Serradifalco e Mussomeli quelli più direttamente coinvolti dal degrado della miniera.

I tre dirigenti tempestivamente hanno chiesto, per mezzo dei loro difensori, la prescrizione per decorrenza dei termini, che comunque è stata respinta.

Arriva forse al capolinea la lunga storia della miniera di San Cataldo in contrada Bosco Palo vicino Serradifalco, che è stata raccontata in un libro uscito nel 2014 dal geologo Angelo La Rosa di San Cataldo intitolato “Bosco Ferito”.

I motivi che lo hanno spinto a scrivere il libro sono stati sia affettivi sia legati alla sua attività di studioso di geologia oltre che alle vicissitudini di natura giudiziaria nonché igienico-sanitaria della miniera.

In una intervista rilasciata ad una emittente nissena il 28/12/2013 il geologo ricordava che proprio negli anni ’50 la Montecatini che operava nel settore estrattivo in Sicilia andava alla ricerca di nuove fonti di zolfo, poiché la miniera di Grottacalda (EN) si stava esaurendo.

Fu proprio il nonno di La Rosa che lavorava in quella miniera , a suggerire all’ingegnere della Montecatini di fare delle trivellazioni nella zona di San Cataldo dove si trovavano vecchie miniere abbandonate di zolfo: Apafonte, Stincone, Bosco Palo.

miniera Bosco Palo - SerradifalcoI sondaggi portarono all’attraversamento di un banco di circa 200 metri di sali ricchi di potassio: fu così che cominciò l’estrazione della Kainite.

Quella miniera, ci racconta il geologo, ha portato ricchezza al bacino nisseno, molta gente di San Cataldo e Serradifalco andò a lavorare in miniera, anche se la Montecatini portò tecnici, operai, ingegneri dalle Marche e dalla Toscana, essendo state chiuse in quelle zone diverse miniere.

Nacque così una piccola comunità chiamata “Villaggio dei continentali” con la scuola, la chiesetta, gli uffici , le palazzine e gli spazi verdi per i bambini e dove ogni fine settimana si svolgevano festini a cui partecipavano tutti, paesani e continentali, in un clima di perfetta integrazione.

Il giacimento arrivò a produrre alla fine degli anni ’60 fino ad un milione di tonnellate annue di Kainite e dava lavoro a più di 600 persone: entrare a lavorare nello stabilimento era il desiderio di tanti minatori.

C’erano tecniche di lavorazione moderne, turnazioni di lavoro, paghe adeguate , tutte le coperture contributive, molti zolfatari si trasformarono in tecnici specializzati percependo salari di L.80.000 mensili che per quei tempi era una bella somma.

Nel 1978 la Montedison (che aveva assorbito la Montecatini) abbandonò il settore minerario lasciando la gestione all’Ispea (industria sali potassici e affini ) con partecipazione di enti pubblici, che però si rivelò approssimativa e fallimentare.

Passò poi alla Regione che per alcuni anni bloccò l’attività estrattiva danneggiando in maniera irreparabile le gallerie sotterranee. Intanto i depositi di Kainite andavano lentamente esaurendosi e così si arrivò alla chiusura ufficiale della miniera il 25/06/1988 con un decreto regionale e la miniera entrò nell’elenco dei siti minerari non produttivi dismessi.

Da quel momento comincia lento e inarrestabile il declino e il degrado della miniera. Con grande disappunto di La Rosa, la prima cosa che venne abbattuta fu la teleferica, senza un vero motivo, che invece avrebbe potuto essere utilizzata in un progetto di riconversione .

Così come le vasche di flottazione, le perforatrici, la tagliatrice, i nastri trasportatori, la bullonatrice: tutto un patrimonio tecnologico all’avanguardia che avrebbe, se ci fosse stata la manutenzione e il controllo, potuto trasformare la miniera in un esempio di archeologia industriale.

Senza dimenticare che come sito geologico era di grande interesse perché aveva due tipi di attività estrattiva: zolfo e sale.

Oggi in quel sito si trovano milioni di tonnellate di scarti del processo di flottazione della Kainite, che alla luce solare e ai fulmini sviluppano radiazioni e anche polveri sottili degli scarti di amianto delle coperture dei grandi capannoni dello stabilimento.

Ma non solo: negli anni ’90 proprio nelle vicinanze delle vecchie miniere di Apafonte e Stincone, queste ultime da sempre incustodite, un vigile urbano di Serradifalco sventò un traffico illecito di camion per lo stoccaggio e lo smaltimento di rifiuti speciali e radioattivi provenienti anche da fuori Sicilia.

L’autista polacco intercettato dal vigile esibì un permesso scaduto di trasporto ma non di deposito di rifiuti speciali. Si pensò che miniera Bosco Palo - Serradifalcol’illecita attività fosse in atto da qualche tempo con il favore di qualche famiglia mafiosa del Vallone. A confermare quei sospetti di traffico illecito fu il ritrovamento, all’interno di un casolare a poche centinaia di metri di BoscoPalo, di un blocco di carte contenenti formulari, documenti con intestazione di una società catanese di smaltimento di rifiuti speciali di nome “Aria” insieme ad un libro mastro.

I rifiuti dovevano finire a Coriano in provincia di Forlì, dove si trovava un inceneritore e invece, come attestano queste carte ritrovate, venivano bruciati nel forno della casa. Questa documentazione fu ritrovata per caso da due cronisti Rosario Cardella e Saul Caia che stavano conducendo un’inchiesta sull’inquinamento nelle miniere di Sicilia dal titolo “Miniere di Stato” nel 2013.

Dopo le denunce giornalistiche di inquinamento delle falde da sostanze tossiche e radioattive e dopo le segnalazioni da parte di medici di un incremento di tumori polmonari nella zona del Vallone, fu avviata un’inchiesta dalla procura di Caltanissetta, che portò il 30/10/2014 a mettere l’area sotto sequestro imponendo alla Regione la rimozione dei materiali pericolosi, la bonifica della zona e la riconversione del sito per scopi culturali.

Da allora ben poco è stato fatto. Sulla presunta presenza di rifiuti radioattivi nel 2016 la magistratura nissena fece eseguire accertamenti tecnico-scientifici che però hanno escluso la presenza di livelli di radioattività anomala ed hanno escluso una relazione causale tra l’incidenza dei casi di tumori e i fenomeni di contaminazione ambientale .

Nel febbraio 2019 sono stati stanziati con il Patto per il Sud 5,5 milioni di euro per la bonifica dall’amianto e dai ferri vecchi presenti. Contemporaneamente doveva essere bonificata la zona usata per deporre gli scarti della kainite che hanno prodotto una montagna di sale che ha inquinato anche i torrenti, finendo nel fiume Platani.

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