Accolgono i turisti che arrivano dall’aeroporto e quasi nessuno, anche tra i residenti, sa perché sono mutilate. In una città difficile e distratta come Catania è facile pensare al vandalismo e non al retaggio di un episodio storico.

Ce lo ricorda Daniele Zito nel suo Catania non guarda il mare”, ed. La Terza, una dichirazione d’amore per una città di cui è impossibile non innamorarsi “senza pensare ma chi diavolo me lo ha fatto fare”.

Di questa città che “mette l’urbanistica al servizio della crudeltà”, che nasconde e discrimina “i corpi di serie B” di coloro che appartengono alle fasce più basse di reddito, che bandisce la rappresentazione del reale “a favore di una teatralizzazione”, Zito recupera odori, luci, rumori e anche le statue decollate.

“Se provieni dall’areoporto – scrive – Catania inizia con una statua decollata. Un cavaliere senza testa, per la precisione. Sembra fare il paio con la Nike di Samotracia, quella che raffigura una donna seminuda bellissima e totalmente priva di braccia.

Si trova in via Cardinale Dusmet, l’ha realizzata Antonio Calì, uno degli allievi più promettenti di Canova. Raffigurava Ferdinando I, il re borbonico. Secondo il piano originale, teneva in mano uno scettro, forse una pergamena, e doveva essere eretta nel 1819, ma la penuria di fondi legata alla crisi devastante seguita all’invasione napoleonica dilatò la data di consegna fino al 1853.

Originariamente era stata posta in largo San Francesco, nel centro storico di Catania.

La cosa non piacque affatto ai garibaldini che, una volta sbarcati nell’isola, molto banalmente le tolsero lo scettro e, non contenti, la decapitarono. La testa non fu mai ritrovata. Il resto della statua venne conservato nell’ex monastero dei benedettini per quasi un secolo, prima di essere collocata dove si trova adesso: di fronte a una delle facciate del palazzo Biscari, quel palazzo laggiù.

Il Calì realizzò altre due statue di tema borbonico, entrambe dopo varie vicissitudini sono state collocate a Villa Pacini. La prima raffigura Francesco I, la seconda Ferdinando II. A quest’ultima hanno spezzato la mano, probabilmente perché impugnava uno scettro.

Statue deturpate, dunque. Sangue, borboni, moti rivoluzionari, un potere che muore, un altro che nasce: a suo modo è un bellissimo modo di iniziare.

Eppure ai catanesi quella testa che manca non va proprio giù.

Ogni tanto salta fuori qualcuno che propone una raccolta firma o peggio una raccolta fondi per restituire una testa e un volto a quel re destituito. Magari non conosce nemmeno la storia della decapitazione, e immagina che sia stato vandalismo.

Tuttavia, per quanto tutto ciò possa sembrare paradossale, la bellezza di quelle statue risiede proprio nella loro storpiatura: racconta i forconi, le lanterne, le mazze, i martelli, le seghe, il sudore delle schiene, la violenza dei colpi inferti al marmo, le urla di incitamento delle donne, dei vecchi, dei bambini. Senza quella folla inferocita quelle statue non avrebbero nulla da dirci.

Calì, pur nella sua grandezza, in fon dei conti non è stato altro che un preambolo complicato al qualcosa di immensamente più complicato, qualcosa che è passato anche attraverso di lui per venire a galla.

E’ stata la folla ad erigere quelle statue, a specchiarsi in esse fino a decollarle, a nasconderle, a recuperarle, a decretare che una, la più martoriata, accolga i turisti al loro ingresso nella città nera, lì dove prima c’era il mare.”

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