copertina - Io ho denunciato “Tu hai denunciato e quelli che stanno in galera siamo noi!”, così dice Mirko Monti al padre Michele, un imprenditore siciliano che ha denunciato i suoi estortori.

Sono parole che ben sintetizzano la condizione paradossale dei testimoni di giustizia.

A raccontare questa storia realmente accaduta a Catania, con nomi diversi ma con problematiche reali e amaramente vissute, è il giornalista – scrittore Paolo De Chiara nel suo libro “Io ho denunciato” edito nel 2019.

Michele Monti, dopo anni di soprusi, ricatti, violenze decide di denunciare due famiglie di Cosa Nostra a cui si era rivolto per fronteggiare una grave crisi economica della sua azienda, gli “usurai” della famiglia Bellezza e i “Vilinusi”, gente che viveva di estorsioni.

Per un prestito di trentamila euro era arrivato a versarne ben seicento mila, subendo da queste famiglie una escalation di violenze senza fine.

“Basta con l’omertà! Basta con i soprusi! Basta con la criminalità!” E’ questo il grido disperato che porta Michele a denunciare e a chiedere alle istituzioni di entrare nel programma di protezione per i testimoni di giustizia.

L’iter sarà lungo, tortuoso, scandito da continui spostamenti per far perdere le tracce del testimone e dall’annullamento della sua attività lavorativa.

L’autore con questo libro vuole raccontare la condizione e le condizioni del testimone di giustizia, una figura ben diversa da quella del collaboratore di giustizia.

Il primo è un cittadino onesto che con coraggio denuncia i propri aguzzini, riferendo il singolo episodio di cui è stato vittima.

Il secondo è, invece, un ex mafioso che collabora con la giustizia per avere una riduzione di pena, ma che può fornire agli inquirenti maggiori informazioni avendo fatto parte dell’associazione mafiosa.

Paolo De chiaraPer questo motivo i testimoni di giustizia, secondo De Chiara e la Commissione nazionale antimafia, invece di essere considerati come una risorsa “si sentono utilizzati, spremuti come limoni e poi abbandonati”.

Il comportamento delle istituzioni, che dovrebbe essere tale da incentivare le denunce, per accelerare e rafforzare il contrasto alle organizzazioni mafiose, finisce purtroppo per scoraggiarle.

Michele sperimenta sulla sua pelle “il menefreghismo delle istituzioni e il sistema tutelare burocratizzato, freddo e senz’anima”.

“La sua attività non è compatibile con il programma di protezione” viene detto all’imprenditore che vorrebbe riappropriarsi, dopo la denuncia, della sua attività, della sua dignità, della sua vita normale.

In una intervista rilasciata il 29 settembre 2019 a Francesco Vergovich per la trasmissione ‘Un giorno speciale’ della emittente romana Radio Radio, De Chiara afferma di aver voluto approfondie il dopo denuncia di questo testimone per evidenziare le falle e le storture che rendono molto difficile il percorso di questi testimoni.

Eppure le leggi ci sono. La n. 6 dell’11 gennaio 2018, “Disposizioni per la protezione dei testimoni di giustizia”, entrata in vigore il successivo 21 febbraio, ha superato molte incongruenze della 45/2001. Attribuisce, infatti, un’autonoma considerazione a queste figure le quali, per effetto delle dichiarazioni rese nei procedimenti penali della criminalità organizzata, si trovano esposte ad un serio pericolo.

Questa legge fornisce strumenti efficaci sia per quanto riguarda gli aiuti sul piano lavorativo ed economico-sociale, sia per la protezione che garantisce ai testimoni e ai loro nuclei familiari.

Tuttavia non sempre le varie istituzioni, dalla Commissione centrale al Servizio centrale di protezione, al Comitato di solidarietà, riescono ad interagire in maniera uniforme e costruttiva.

De Chiara muove una serie di interrogativi importanti sull’operato di questi organismi.

Perché non è stata istituita la figura del tutor specializzato, prevista dall’art 16 della legge 6/2018? perché la Commissione centrale si riunisce poche volte al mese? perchè chi chiede la buonuscita dal programma di protezione deve aspettare anni per avere una risposta? perché gli 80 testimoni di giustizia attualmente in Italia non vengono convocati dalla Commissione ma devono essere gli stessi testimoni a chiedere di essere ascoltati?

Tutte domande concrete e rilevanti che attendono delle risposte.

Le ultime pagine del libro sono quelle in cui maggiormente si respira un’aria di riscatto. Michele è soddisfatto sia perché ha vinto il ricorso nei confronti della Commissione Centrale che non gli aveva riconosciuto lo status di testimone di giustizia sia perchè ha ricevuto dal Comitato di solidarietà il mutuo che gli permetterà di riprendere la sua attività lavorativa, sia pure in un’altra città.

“Io voglio far capire che non ho sbagliato, che mi sono tenuta stretta la mia dignità di persona libera” afferma. E ancora “Bisogna far capire ai giovani che le mafie si possono sconfiggere. Se un uomo ha un volto, due hanno due volti, tre hanno tre volti… una folla ha una forza inattaccabile e distruttiva. La mafia non è quella che ti fanno vedere in televisione o al cinema, la mafia reale è perdente. Guadagnano soldi e potere, ma alla lunga vengono arrestati nei tombini o si ammazzano tra di loro. Perché se lo Stato volesse… è solo questione di tempo. Questo è il messaggio che voglio trasmettere !”

A conferma di questa sua presa di coscienza c’è la reazione immediata di denuncia nei confronti di una richiesta di ‘pizzo’ che gli viene fatta nel corso della nuova attività, intrapresa in una città del centro Italia. Non denuncerò domani – dice alla moglie – ma subito.

Dal libro, su proposta di Enzo Guarnera, penalista catanese impegnato nell’antimafia e avvocato del protagonista di questa vicenda, è nato un lungometraggio prodotto dal catanese Antonio Chiaramonte, diretto da Gabriel Cash con la sceneggiatura di Paolo De Chiara.

Il film, presentato alla 77a Mostra del cinema di Venezia per la sezione dei film di impegno sociale, ed il suo produttore hanno ricevuto il premio Starlight International Cinema Award.

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