Un processo, tante mobilitazioni. Il processo è quello che inizierà, oggi 3 ottobre, al tribunale di Catania. Imputato, con l’accusa di sequestro di persona, l’ex ministro e attuale “capo” della Lega Matteo Salvini.

L’accusa si riferisce al 2019, quando l’allora ministro dell’interno negò l’autorizzazione allo sbarco della nave Gregoretti che aveva salvato 135 migranti. Esattamente come era avvenuto nel 2018, quando equipaggio e migranti (circa 190), presenti all’interno della nave Diciotti, della Guardia Costiera italiana, erano stati bloccati nel porto di Catania.

In quel caso, migliaia di cittadini si recarono spontaneamente al porto per dimostrare indignazione e riprovazione contro una scelta, senza retorica, disumana.

Una data, quella del processo, che, paradossalmente, coincide con la giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione, nata in seguito alla strage del 3 ottobre 2013, quando morirono in mare, a Lampedusa, 368 donne, uomini e bambini.

Salvini ha chiamato a raccolta i suoi e gli alleati della destra, formalmente per dare vita a tre giorni di discussione (che, non a caso, si svolgeranno al porto di Catania) ma, soprattutto, anche se questo obiettivo viene tenuto formalmente nascosto, per fare pressioni sui giudici. Che, a dire del capo della Lega, invece che processarlo avrebbero dovuto premiarlo per aver difeso i confini nazionali.

Rimane il dubbio su come qualche centinaio di persone, fuggite da guerra e miseria, sopravvissute a una fuga drammatica, potessero mettere in pericolo il nostro Paese. Appare, inoltre, particolarmente grave l’idea, neanche tanto nascosta, che in nome del consenso elettorale (o addirittura dei sondaggi) si possa essere al di sopra della legge.

Un complesso e variegato schieramento democratico ha deciso in questa occasione di manifestare unitariamente per ribadire non solo l’assoluta distanza dal promotore dei decreti sicurezza, ma anche per non dimenticare la giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione, talora usata come passerella per uomini politici in cerca di consenso, talora dimenticata per fare spazio alla rappresentazione dello straniero come nemico, ‘fantasma’ minaccioso descritto con linguaggio aggressivo e volgare.

Soprattutto si intende ricordare che: “le ripetute politiche razziste non sono una scelta strategica solo della Lega, ma dell’intera classe politica del nostro paese, da Minniti alla Meloni”. E che ancora oggi in Sicilia si muore durante la detenzione nei CPR (Caltanissetta), o per fuggire dalla vergogna degli hot spot galleggianti come nel maggio scorso a Porto Empedocle.

Uno schieramento articolato che si è dato appuntamento giorno 3 alle 10,00 in piazza Trento e il 4 mattina al porto.

I singoli gruppi che hanno promosso la mobilitazione hanno inscenato, durante la settimana, varie manifestazioni per contestare l’autonomia differenziata, un volano per muovere facilmente più risorse per le regioni del Nord, già più ricche, a scapito di tutte le altre o gli attacchi alla salute riproduttiva e al diritto all’aborto, come avrebbe voluto il ddl Pillon, che ignorava i casi di violenza domestica, creava un distorto concetto di bigenitorialità e soprattutto ignorava le esigenze dei bambini.

E, ancora, per dire no a “una strategia fondata sull’odio sociale e razziale che divide i lavoratori e le lavoratrici”. Senza dimenticare anni di insulti ai “terroni”. Con l’orgoglio di essere “a Catania soprattutto per raccontare e rappresentare una Sicilia ben diversa da quella che Musumeci vuole svendere alla Lega”.

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