Affettano, farciscono, imbustano: preparano i sacchetti con il pranzo che saranno consegnati, a Catania, alle persone bisognose dalle suore di Madre Teresa di Calcutta e dalla Comunità di Sant’Egidio.

Stiamo parlando di volontari particolari, i ragazzi dell’Istituto Penale per i Minorenni di Catania. Contenti di essere coinvolti in qualcosa di utile, convinti di svolgere un ruolo attivo nella società, con questo stato d’animo hanno accettato di partecipare al progetto L’Ala di riserva “per venire incontro ai bisogni primari di persone in difficoltà”.

Lavorano due volte a settimana e partecipano tutti, a rotazione, quattro per volta, “all’impresa”, aiutati dagli educatori e dal personale di polizia penitenziaria, che si è lasciato coinvolgere anch’esso attivamente nel progetto.

E, poiché si tratta di una cosa seria, i ragazzi seguono un corso di formazione per ottenere la certificazione HCCP ed imparare procedure e buone prassi relative all’igiene e alla sicurezza alimentare.

Inizialmente ottanta pasti per le suore, sessanta per S.Egidio, ma già le suore hanno chiesto di raddoppiare il numero dei sacchetti, perché la fila di persone che attende questo piccolo aiuto è sempre più lunga, a riprova della ampiezza e della gravità della crisi che ha reso più fragili molte persone che prima riuscivano a bastare a se stesse.

I ragazzi ristretti lavorano all’interno della struttura e seguono solo indirettamente il percorso dei pacchi che escono dalle loro mani, ma c’è già la possibilità per uno di loro, che può accedere ad un permesso premio, di partecipare direttamente – accompagnato da un educatore – all’esperienza di distribuzione.

La situazione sanitaria impone, tuttavia, prudenza e limiti a quella che poteva essere un’ulteriore occasione di confronto e riflessione.

L’Ala di riserva è il nome scelto per questo progetto, pensato e strutturato dalla direzione e dal personale educativo dell’Istituto di Catania, utilizzando fondi che erano destinati ad attività bloccate dalla diffusione della pandemia.

L’Ala a cui si fa riferimento è quella citate in una poesia di don Tonino Bello, il vescovo di Molfetta costantemente schierato dalla parte degli ultimi, che descriveva gli uomini come angeli che hanno un’ala soltanto e possono volare solo rimanendo abbracciati, assumendosi la responsabilità degli altri e superando l’indifferenza.

Un importante cambiamento di prospettiva rispetto ai comportamenti sociali prevalenti e ai messaggi purtroppo dominanti non solo negli ambienti da cui provengono.

Questo progetto, pur proponendo gesti semplici di solidarietà, offre ai giovani reclusi la possibilità di guardare oltre il proprio orizzonte individuale, di pensare al bisogno di chi è fragile e di avere un ruolo attivo, anche se piccolo, nell’andare incontro a questo bisogno.

Un segno ulteriore che, anche nei tempi difficili della pandemia, ci è data la possibilità di fare qualcosa per gli altri.

E chissà che, andando avanti con il progetto, non si riesca a inserire nei sacchetti per il pranzo anche una mascherina di quelle che all’IPM vengono prodotte, per uso interno e per il Centro Astalli, con un altro originale progetto, di cui Argo ha parlato.

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One Response to “IPM, anche dal carcere si può essere solidali”

  1. Bello e confortante: queste pratiche e questo spendersi cambieranno di certo la loro vita. Immagino che molto si debba all’impegno ed alla grande disponibilità e all’entusiasmo della Direttrice dell’Istituto di pena o di rieducazione minorile di Catania. Che sia d’esempio a tutti le altre carceri minorili e non.

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