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	<title>ARGO - Cento occhi su Catania &#187; Attività produttive</title>
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	<description>Cento occhi su Catania</description>
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		<title>Trapani, la petroliera occupata e il diritto al lavoro</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 07:20:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Argo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attività produttive]]></category>
		<category><![CDATA[CNT]]></category>
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		<description><![CDATA[Il 25 novembre del 2011 chi si trovava in Antartide o in Sudafrica poteva ammirare una importante eclissi solare, nello stesso momento ventuno operai della società Cantiere Navale di Trapani salivano a bordo e occupavano la petroliera &#8221;Marettimo M&#8221;, ferma da tre anni nel bacino perché non ancora ultimata per mancanza di fondi, e che, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="wp-caption alignright" style="width: 308px"><img src="https://lh6.googleusercontent.com/-CApqFRta3YE/TzBWmKB1Z0I/AAAAAAAAJno/smSBx8b5oko/s620/Senza%2520titolo-11-6.jpg" alt="" width="298" height="198" /><p class="wp-caption-text">foto CreaTV</p></div>
<p>Il 25 novembre del 2011 chi si trovava in Antartide o in Sudafrica poteva ammirare una importante eclissi solare, nello stesso momento ventuno operai della società <strong>Cantiere Navale di Trapani</strong> salivano a bordo e occupavano la petroliera<strong> &#8221;Marettimo M&#8221;</strong>, ferma da tre anni nel bacino perché non ancora ultimata per<span id="more-30104"></span> mancanza di fondi, e che, nelle intenzioni della <!--more-->società armatrice, sarebbe dovuta essere trasferita in un altro cantiere per il completamento dei lavori.</p>
<p>Dal 29 settembre i lavoratori avevano iniziato un presidio davanti ai cancelli della sede aziendale per protestare contro la messa<strong> in cassa integrazione di tutti i 59 dipendenti</strong>, cui era seguito l’avvio della procedura di mobilità.</p>
<p><img class="alignright" src="https://lh4.googleusercontent.com/-pXKQ8XtdZoM/TzBWleZOCpI/AAAAAAAAJnk/LIGYH0Am1Sw/s396/fincantieri.png" alt="" width="277" height="220" />Il 21 dicembre, mentre continuava l’occupazione, l’Azienda ha inviato ai lavoratori la<strong> lettera di licenziamento</strong>, azzerando tutto il personale della CNT. Il 30 gennaio, infine, è arrivata la diffida a interrompere l’occupazione, con la minaccia di fare ricorso all’autorità giudiziaria.</p>
<p>Nel frattempo, la <strong>SATIN SPA</strong> invitava i lavoratori CNT a recarsi nei suoi uffici per “valutazioni di utilizzo della forza lavoro che per anni è stata impegnata nel settore cantieristico”. In sostanza, dichiarava la propria disponibilità ad assumere, vedremo come e a quali condizioni, gli ex lavoratori CNT. Apparentemente una buona opportunità.</p>
<p>Va però rilevato che la Satin detiene il 97% delle quote societarie del CNT, il CdA è quasi lo stesso, identica la proprietà <strong>(D’Angelo)</strong>. Secondo i lavoratori in lotta la proposta va, perciò, letta all’interno di un quadro più complesso e preoccupante.</p>
<p>Preliminarmente, va detto che l’eventuale assunzione non avverrebbe per tutti i lavoratori contemporaneamente: 7 inizierebbero a lavorare subito, 10 entro il mese di aprile, 23 entro giugno e i restanti 19 a dicembre. Al di là dei tempi differenziati, i lavoratori che occupano la petroliera temono che l’intera operazione nasconda ben altri obiettivi.</p>
<p>In effetti, <a href="http://www.monitortp.it/it/news/gli-ammutinati-dei-docks/gli-ammutinati-dei-docks/" target="_blank">come scrive <strong>A. Vella su Monitor</strong></a>, “Il timore dei dipendenti è che l’azienda voglia mettere in atto una manovra volta a sanare più che i Cantieri la società madre dell’holding di famiglia, la Satin. Questa, che detiene il 97 per cento delle quote societarie del Cnt, è la vera indebitata. Il cda, che è quasi lo stesso, vuole simulare una cessazione di attività del Cnt per salvarla, è l’accusa del Collettivo dei lavoratori.</p>
<p>Ecco quale è il disegno sulla carta: <strong>il Cnt trasferirebbe alla Satin il suo ramo produttivo e metterebbe in mobilità tutto il personale</strong>. Formalmente quindi non cesserebbe l’attività. La Satin a sua volta pagherebbe a questa un canone di affitto di 700 mila euro annui per usufruire della concessione demaniale e delle infrastrutture del bacino. Tali somme servirebbero, altresì, a saldare il credito che la controllante vanta nei confronti della controllata. Ossia, in definitiva, nei confronti di sé stessa.</p>
<p><img class="alignleft" src="https://lh3.googleusercontent.com/-9cDkzRISzSI/TzBZ-pLUXOI/AAAAAAAAJoY/SEdL3eQe-kc/s640/SATIN%2520CUB.jpg" alt="" width="269" height="179" />Paradossalmente la Satin, pur costituendo concretamente la cassa del Cnt, deve a questo 3,4 milioni di euro per i lavori di costruzione della petroliera eseguiti in subappalto dalla controllata.<strong> Con il nuovo disegno industriale, invece, il gruppo ripianerebbe le proprie passività</strong> che ammontano complessivamente a 18 milioni di euro (11 milioni i debiti della Satin, 7 milioni quelli del Cnt) e potrebbe vedersi riaprire le porte degli istituti di credito”.</p>
<p>Se queste preoccupazioni hanno un fondamento, la riassunzione dei lavoratori ex CNT sarebbe tutt’altro che sicura. Si comprende, perciò, il disappunto, per usare un eufemismo, con il quale gli occupanti hanno appreso che giovedì 26 gennaio, presso i locali della Prefettura, <strong>i sindacati</strong> FIOM-CGIL, FIM-CISL, UILM-UIL e FAILMS hanno siglato un accordo con la SATIN, ritenendo credibile il piano industriale precedentemente descritto.</p>
<p>Un disaccordo radicale, come si è detto, rispetto ai <strong>tempi</strong> e alle <strong>modalità</strong> delle riassunzioni che mettono in discussione la stessa possibilità che i lavoratori ritornino realmente a lavorare, e che, in caso di esternalizzazione, prevedono la possibilità di riassunzione con contratti a tempo determinato.</p>
<p>Ma, soprattutto, hanno ritenuto assolutamente inaccettabile che a firmare l’accordo siano state sigle sindacali che, tutte insieme, <strong>non rappresentano la maggioranza dei lavoratori</strong>, visto che su 59 ben 32 sono iscritti alla <strong><a href="http://www.cub.it/article/?c=&amp;id=7889" target="_blank">FLM CUB (Federazione Lavoratori Metalmeccanici Uniti</a> – Confederazione Unitaria di Base)</strong>. Sigla sindacale non presente al tavolo delle trattative, indisponibile, comunque, a sottoscrivere un accordo che non dà reali garanzie.</p>
<p><img class="alignright" src="https://lh3.googleusercontent.com/-n4jwSmmP_L0/TzBWjBVOfwI/AAAAAAAAJnI/yNMqQxpQLKM/s800/cantiere_navale_tp3.jpg" alt="" width="189" height="142" />In sostanza, il “<strong>metodo Marchionne</strong>”, che tiene illegittimamente fuori dalla FIAT il sindacato più rappresentativo (la FIOM CGIL), in questo caso è stato applicato, anche dalla FIOM, per tenere fuori dalla CNT il sindacato più rappresentativo, la FLMU CUB.</p>
<p>Siamo, perciò, lontani dalla fine dell’occupazione e della lotta che per la maggioranza dei lavoratori continua con l’obiettivo di ottenere<strong> il reintegro</strong> immediato di tutti i dipendenti nella C.N.T.; <strong>il mantenimento</strong>, a seguito del reintegro, delle stesse qualifiche e mansioni per tutti i lavoratori, e di tutti i diritti acquisiti negli anni di lavoro;<strong> il saldo</strong> di tutti i crediti nei confronti dei dipendenti entro e non oltre i periodi stabiliti dalla normativa vigente.</p>
<p><img class="alignright" src="https://lh3.googleusercontent.com/-qr9saGneu6c/Tcma5TactZI/AAAAAAAAEZo/CajbIdDeLRw/s38/redazione-argo7.jpg" alt="" width="32" height="38" />Con la consapevolezza, come si legge in uno striscione, che la crisi non si risolve licenziando gli operai, ma cacciando gli <strong>imprenditori incapaci</strong>.</p>
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		<title>Pizzo, uno spread siciliano</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 06:04:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Argo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attività produttive]]></category>
		<category><![CDATA[Mafia]]></category>
		<category><![CDATA[Addiopizzo]]></category>
		<category><![CDATA[Fondo nazionale antiracket]]></category>
		<category><![CDATA[Nino Amadore]]></category>
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		<description><![CDATA[Squilibri e danni per tutta la popolazione, sono le conseguenze della presenza mafiosa in un territorio. Che si tratti di imprenditori acquiescenti o resistenti o conniventi, una cosa è certa: il pizzo determina l’aumento dei prezzi a scapito di tutti i consumatori. Gli imprenditori acquiescenti perché pagano la tangente subendone il costo, i resistenti perché [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="mailBodyContainer">
<div id="onlyMessage"><img class="alignright" src="https://lh4.googleusercontent.com/-MtoAK2Y74pw/TyCMX_5w-zI/AAAAAAAAJgs/bg_IEqfdj88/s260/pizzo1.jpg" alt="" width="260" height="255" />Squilibri e danni per tutta la popolazione, sono le conseguenze della <strong>presenza mafiosa </strong>in un territorio. Che si tratti di imprenditori acquiescenti o resistenti o conniventi, una cosa è certa: il pizzo determina l’<strong>aumento dei prezzi</strong> a scapito di tutti i consumatori.</div>
<div></div>
<div><strong>Gli imprenditori acquiescenti</strong> perché pagano la tangente subendone il costo, <strong>i resistenti</strong> perché cercano di difendersi da eventuali azioni intimidatorie attraverso l’adozione di sistemi di protezione privata, i <strong>conniventi</strong> perché, comunque, anche i<span id="more-29834"></span> favori ricevuti hanno un costo (vedi <a href="http://www.piolatorre.it/asudeuropa/">Gli effetti della protezione mafiosa di Raffaella Milia, su ASud’Europa anno 6 n. 2</a>).</div>
<div></div>
<div>La fenomenologia del pizzo è assai diversificata, sia per tipologia di impresa e caratteristiche del cliente, sia per le modalità di pagamento, che prevede aggiustamenti e anche esenzioni. “In un contesto ad alta densità mafiosa, l’organizzazione criminale può paradossalmente trovare <strong>più conveniente non far pagare il pizzo</strong>” (<a href="http://www.strumentires.com/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=105:-tra-sovversione-e-collusione-uninchiesta-sul-pizzo-in-sicilia&amp;catid=3:cultura-a-societa&amp;Itemid=110">vedi RapportoRes</a>).</div>
<div></div>
<div>“<strong>Pagare meno, pagare tutti</strong>” è il nuovo slogan della mafia, come dice Tano Grasso, presidente onorario del <a href="http://www.interno.it/mininterno/export/sites/default/it/temi/antiracket/sottotema004.html">Fondo nazionale antiracket</a>. La mafia “si accontenta anche di 50 Euro al mese. L’importante è che paghino tutti. O, nella peggiore delle ipotesi, accetta anche il mancato pagamento. Purché non venga dichiarato pubblicamente” (vedi<a href="http://www.piolatorre.it/asudeuropa/" target="_blank"> Oggi il racket del pizzo chiede meno… di Da.Ci. su ASud’Europa anno 6 n. 2</a>).</div>
<div id="onlyMessage">
<p>Altre conseguenze determinate dall’azione estorsiva delle mafie sono:</p>
<ul>
<li>l’<strong>evasione fiscale</strong> (intendendo sia la mancata fatturazione o emissione di scontrini fiscali, sia l’irregolarità contributiva sulla manodopera utilizzata),</li>
<li>l’<strong>utilizzo di materiale scadente</strong> (vedi i <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Italia/2010/04/Mafia-Calcestruzzi-boss.shtml?uuid=287bf5a0-51d4-11df-92be-7a8b1f1c5244&amp;DocRulesView=Libero">casi di cemento impoverito </a>o la vendita di prodotti adulterati o, più in generale, dannosi per la salute)</li>
<li>l’<strong>effetto disincentivante per nuovi investimenti</strong> (soprattutto di operatori del centro-nord o stranieri).</li>
</ul>
<p>Mentre la mafia cerca di modificare il suo comportamento per meglio garantirsi la continuità del controllo sul territorio, non altrettanta organicità e sistematicità si notano nelle <strong>strategie antimafia</strong>.</p>
<p>Nonostante si siano moltiplicate le <strong>iniziative</strong> nel campo della<strong> educazione alla legalità</strong> e orientate a far conoscere le mafie e a sviluppare la sensibilità e l’impegno delle nuove generazioni sul fronte dell’antimafia (<a href="http://www.strumentires.com/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=105:-tra-sovversione-e-collusione-uninchiesta-sul-pizzo-in-sicilia&amp;catid=3:cultura-a-societa&amp;Itemid=110">vedi RapportoRes</a> “Tra sovversione e collusione”), “c’è un <strong>disimpegno</strong> complessivo dello Stato e della politica, che conoscono solo la logica dell’emergenza da tamponare” (vedi La denuncia del procuratore Ingroia di Riccardo Arena (<a href="http://www.piolatorre.it/asudeuropa/">ASud’Europa, anno 5 n. 45</a>).</p>
<p>Sarebbe il caso che anche il mondo politico si comportasse <a href="http://www.balarm.it/articoli/paghi-il-pizzo--fuori-da-confcommercio-sicilia.asp">come ha fatto Confindustria, </a> espellendo, per esempio, chi va a braccetto con esponenti della criminalità organizzata”.</p>
<p>“Il tessuto economico-sociale manifesta – continua Ingroia – importanti segnali di resistenza, ma anche di voglia di mantenimento dello status quo. In termini numerici, noi abbiamo centinaia di commercianti e imprenditori che si ribellano — centinaia se si va anche oltre Palermo — ma ce ne sono migliaia e migliaia che invece continuano, volenti o nolenti, a comporre il <strong>tessuto connettivo mafioso</strong>”.</p>
<p>Per anni buona parte dell’<strong>imprenditoria siciliana</strong> – si legge in “<a href="http://www.strumentires.com/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=105:-">L’isola felice. Le aziende siciliane contro la mafia</a>” di Serena Uccello e Nino Amadore &#8211; ha intessuto rapporti con un sistema di potere che è stato una sorta di centro multi servizi: “siamo stati in tanti, commercianti e industriali, a pagare ingenti somme di denaro al racket delle estorsioni. Non solo per paura, ma un po’ anche per cultura. Ho cominciato giovanissimo, a diciannove anni, dopo la morte di mio padre. Anch’io pagavo il pizzo, tacevo e sopportavo. Oggi, a quarantatre anni, ho un’azienda con settanta dipendenti e con clienti in varie parti d’Europa. Tutto qui sta cambiando. E di fronte ai soprusi della mafia, in tanti abbiamo detto basta e capito che <strong>senza legalità non c’è sviluppo</strong>» (p. 201).</p>
<p>Sviluppo e legalità hanno bisogno non solo di comportamenti coerenti di imprenditori e di azioni di contrasto ad opera delle forze dell’ordine e della magistratura, ma anche di prese di posizione chiare e concrete da parte di ogni cittadino:</p>
<ul>
<li><strong>non eleggere politici che hanno avuto frequentazion</strong>i con esponenti di dubbia appartenenza, <strong></strong></li>
<li><strong>pretendere</strong> all’interno degli enti ove vengono eletti <strong>azioni concrete di contrasto alle mafie</strong>,</li>
<li>privilegiare con i <strong>nostri consumi</strong> le aziende che maggiormente si sono esposte contro le organizzazioni criminali.</li>
</ul>
<p>Vorremmo non leggere più notizie relative alla chiusura di negozi che, ribellatisi al pagamento del pizzo, sono stati <strong>abbandonati</strong> anche dai clienti.</p>
<p>A Palermo sono 691 i commercianti pizzo-free: gli imprenditori che fanno parte dell’associazione antiracket Libero Futuro si rifiutano di pagare e si tutelano facendo <strong>denunce collettive</strong>. Possiamo aiutarli acquistando i loro prodotti e <a href="http://www.docstoc.com/docs/78019803/La-lista-pizzo-free-in-formato-testuale-_doc---Addiopizzo">pubblicizzando i loro nomi tra amici e parenti</a>.</p>
<p>Ecco qui la <a href="http://www.argocatania.org/2010/07/02/lista-pizzo-free/" target="_blank"><strong>lista pizzo free</strong> presentata nella nostra città<strong></strong></a> dall&#8217;associazione <a href="http://www.addiopizzocatania.org/public/cmsms/" target="_blank">Addio Pizzo Catania</a>, ma la strada da percorrere è ancora lunga.</p>
</div>
</div>
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		<title>C’era una volta Wind Jet …</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 06:26:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Argo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Argo]]></category>
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		<category><![CDATA[Alitalia]]></category>
		<category><![CDATA[CAI]]></category>
		<category><![CDATA[Meridiana]]></category>
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		<category><![CDATA[trasporto aereo]]></category>
		<category><![CDATA[Wind Jet]]></category>

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		<description><![CDATA[Ancora nubi sul cielo dei trasporti catanesi. Con un colpo a sorpresa, infatti, la Cai berlusconiana, che già ‘patriotticamente’ si era presa il poco di polpa restante dell’Alitalia e aveva scaricato i debiti sul groppone di dipendenti, creditori e contribuenti, ha annunciato l’acquisizione della compagnia low cost catanese Wind Jet, oltre che di Blue Panorama. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="https://lh5.googleusercontent.com/-boHhdc1T7KM/TyXUReZ-ZUI/AAAAAAAAJg0/6DWNbTMD0bM/s271/Nuovi%2520voli%2520da%2520Catania.jpg" alt="" width="271" height="186" />Ancora <strong>nubi</strong> sul cielo dei <strong>trasporti catanesi</strong>.</p>
<p>Con un colpo a sorpresa, infatti, la <strong>Cai</strong> berlusconiana, che già ‘patriotticamente’ si era presa il poco di polpa restante dell’Alitalia e aveva scaricato i debiti sul groppone di dipendenti, creditori e contribuenti, ha annunciato l’acquisizione della compagnia low cost catanese <strong>Wind Jet</strong>, oltre che<span id="more-29971"></span> di Blue Panorama.</p>
<p>I <strong>contorni</strong> dell’operazione sono abbastanza <strong>indefiniti</strong>. Come fa, si è chiesto lo stesso presidente dell’ENAC <strong>Vito Riggio</strong>, una Compagnia che ha visto diminuire le sue quote di mercato nel 2011, restando quindi ben lontana dal raggiungere gli obiettivi definiti con il piano industriale che portò alla nascita della nuova Alitalia, a trovare le risorse per acquisire due compagnie che, per quanto piccole, coprono più del 10% del mercato nazionale?</p>
<p>D’altra parte, che interesse può suscitare una Compagnia come Wind Jet che, per ampliare il suo raggio di azione, si è coperta di <strong>debiti</strong>, ha chiuso in rosso gli ultimi bilanci e ha rischiato di non poter pagare gli stipendi ai suoi dipendenti? La somma di due debolezze fa una forza?</p>
<p><strong>Misteri</strong> del capitalismo italiano!</p>
<p>Pare che, in effetti, tutto sia avvenuto <strong>a costo zero</strong>, dando in cambio solo un mucchietto di azioni e, forse come contentino, un posto in Consiglio di amministrazione al presidente di Wind Jet, Pulvirenti.</p>
<p>L’intento dichiarato è soprattutto quello di <strong>integrare</strong> in Alitalia due piccoli vettori molto attivi sul mercato dei voli internazionali a basso prezzo. Nel caso di Wind Jet si tratta soprattutto delle rotte dirette verso le grandi città dell’Europa Orientale.</p>
<p>Corre voce che possa trattarsi di una manovra fatta anche con lo scopo di <strong>aumentare la dotazione di slot aeroportuali</strong>, in vista del 13 gennaio 2013, quando Colaninno e gli altri &#8220;patrioti&#8221; suoi soci potranno rifilare le azioni dell&#8217;Alitalia ad Air France-Klm, a cui sono state rifiutate quando sarebbe stato più conveniente vendergliele.</p>
<p>E’ chiaro però che sul mercato nazionale si creeranno delle <strong>sovrapposizioni</strong> fra i voli Alitalia e quelli Wind Jet.</p>
<p>Adesso le cose non potranno che peggiorare, alla faccia della tanto decantata concorrenza! Con l&#8217;acquisizione anche di Air One da parte della Cai, Alitalia accrescerà la sua <strong>posizione dominante</strong> nei grandi aeroporti e su molti voli nazionali. L’Antitrust non ha proprio nulla da dire?</p>
<p>Per <strong>Catania</strong>, poi, la situazione potrebbe essere ancora più drammatica, se si tiene conto che dal 3 ottobre scorso Meridiana ha chiuso alcune sue rotte da e per Fontanarossa, a partire dalla storica Bologna-Catania, e altre ha ridotto drasticamente, come i voli su Milano.</p>
<p>In tal modo resterebbe <strong>una sola compagnia</strong> a gestire i collegamenti aerei dalla Sicilia verso Roma e Milano Linate. Easy jet, infatti, da Catania a Milano vola su Malpensa.</p>
<p>Per non parlare delle <strong>ricadute occupazionali</strong> all&#8217;interno e all&#8217;esterno dell&#8217;azienda della compagnia siciliana.</p>
<p>Ma il timore per gli utenti è che si ritorni <strong>indietro di dieci anni</strong>, con pochi posti disponibili in aereo, tariffe più elevate e orari di comodo, ma solo per Alitalia.</p>
<p>Timore non infondato per chi è stato costretto a pagare <strong>biglietti dal costo usuraio</strong> quando Alitalia viaggiava in regime di quasi monopolio (e riusciva ad accumulare passivi incredibili).</p>
<p>Fra poco, contro la nostra stessa volontà, mal sorretta da una coscienza civica sempre più languente, saremo costretti a entrare in <strong>clandestinità</strong> <img class="alignright" src="https://lh3.googleusercontent.com/-qr9saGneu6c/Tcma5TactZI/AAAAAAAAEZo/CajbIdDeLRw/s38/redazione-argo7.jpg" alt="" width="32" height="38" />rispetto al Fisco, e non solo per non essere considerati pericolosi sovversivi da una fetta rilevante di italiani, ma perché dovremo procurarci SUV e yacht di lusso per poter viaggiare da e per Catania.</p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Acqua Vera, non consegniamo ai privati l’acqua pubblica</title>
		<link>http://www.argocatania.org/2012/01/28/acqua-vera-non-consegniamo-ai-privati-lacqua-pubblica/</link>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 05:56:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Argo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Attività produttive]]></category>
		<category><![CDATA[Enti Locali]]></category>
		<category><![CDATA[acqua pubblica]]></category>
		<category><![CDATA[Comitato civico per la difesa dell'acqua pubblica]]></category>
		<category><![CDATA[Comune di S. Stefano Qusquina]]></category>
		<category><![CDATA[Sanpellegrino]]></category>

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		<description><![CDATA[A tutti è nota la drammatica situazione idrica in cui versano Agrigento e la sua provincia che, a causa della limitatezza delle risorse e della loro cattiva gestione, costringono gli abitanti del luogo a continui razionamenti dei consumi. Una delle principali fonti di approvvigionamento della provincia agrigentina è il bacino idrico che si trova nell’area [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="https://lh4.googleusercontent.com/-QzkYRq5mnVk/TyHc8yI3WII/AAAAAAAAJb4/5uyjD4F1yCg/s234/santarosalia.jpg" alt="" width="234" height="216" />A tutti è nota la <strong>drammatica situazione idrica</strong> in cui versano <strong>Agrigento</strong> e la sua provincia che, a causa della limitatezza delle risorse e della loro cattiva gestione, costringono gli abitanti del luogo a continui razionamenti dei consumi.</p>
<p>Una delle principali fonti di approvvigionamento della provincia agrigentina è il <strong>bacino idrico</strong> che si trova nell’area dei Monti Sicani, in territorio del comune di<strong> S. Stefano Quisquina.</strong></p>
<p>In quello stesso bacino si trovano i<span id="more-29844"></span> <strong>pozzi di Margimuto</strong> che, contro ogni logica che vorrebbe fosse prioritario l&#8217;interesse pubblico, sono dati in concessione alla Nestlè Vera s.r.l. (oggi Sanpellegrino s.p.a).</p>
<p>Da essi, la società estrae l’acqua che poi viene confezionata e venduta col marchio<strong> ‘Acqua Vera &#8211; S. Rosalia’</strong> (non è nota la quota di partecipazione azionaria della santa palermitana).</p>
<p>La stessa società aveva fatto istanza presso l’Ente Minerario di Caltanissetta di un <strong>aumento delle potenzialità di emungimento</strong> di altri 10 litri al secondo, che si aggiungono ai 10 litri già concessi, ma la richiesta era stata bloccata da una delibera della Giunta Regionale del 2009 che però è stata dichiarata illegittima da una sentenza del Tribunale Superiore delle Acque di Roma, a cui la multinazionale svizzera si era rivolta.</p>
<p>Dove sta il <strong>problema</strong>? Nel fatto che, secondo il Comune e i cittadini, l&#8217;azienda sottrae acqua alla comunità, perché i pozzi in concessione fanno parte dello<strong> stesso bacino idrico</strong> da cui si attinge l’acqua potabile per uso pubblico.</p>
<p>Lo studio idrogeologico più accreditato risale agli anni ‘80, epoca in cui si arrivò alla chiusura del<strong> pozzo allora in concessione alla Montecatini</strong>, che si trovava in prossimità della stessa zona della fonte della Nestlè, e che, prelevando dai suoi pozzi 40 litri al secondo, aveva provocato l’essiccamento della fonte di Capo Favara che alimenta i paesi del circondario.</p>
<div class="wp-caption alignright" style="width: 307px"><a href="https://lh6.googleusercontent.com/-62EfyobyxQQ/TyHcv4fBETI/AAAAAAAAJdE/HNT_RtiQPuo/s576/acquassqnon%2520potabile.jpg" target="_blank"><img class="    " src="https://lh6.googleusercontent.com/-62EfyobyxQQ/TyHcv4fBETI/AAAAAAAAJdE/HNT_RtiQPuo/s576/acquassqnon%2520potabile.jpg" alt="" width="297" height="419" /></a><p class="wp-caption-text">a Santo Stefano Quisquina l’acqua non è ancora potabile</p></div>
<p>La <strong>guerra con la Nestlè</strong> in difesa della propria acqua la popolazione locale l’aveva iniziata nel <a href="http://www.repubblica.it/2006/a/rubriche/piccolaitalia/acqua-agrigento/acqua-agrigento.html" target="_blank">2007</a>, al momento in cui la società svizzera si era insediata, subentrando alla Società Rossini a cui, nel 2006, la Regione Siciliana aveva dato la concessione per l’emungimento di dieci litri di acqua al secondo.</p>
<p>Alla nuova concessionaria era stato accordato un primo aumento a 20 litri al secondo, e poi ancora un terzo, a 30 litri al secondo.</p>
<p>Da una dichiarazione della stessa società Sanpellegrino si desume che arrivavano a produrre <strong>46 mila bottiglie</strong> da 2 litri l’ora. Se si fanno due conti, appare chiaro che si tratta di un prelievo di ben 92.000 litri l’ora, 25,55 litri al secondo. Se si fossero fermati ai 10 litri al secondo, non sarebbero potuti andare al di là di 18 mila bottiglie da 2 litri.</p>
<p>Ora, se la prima concessione poteva essere compatibile con le potenzialità dell’intero bacino idrico, i successivi aumenti rischiano di <strong>compromettere un già delicato equilibrio idrologico</strong> delle sorgenti.</p>
<p>Si aggiunga inoltre che a questo rischio si somma la<strong> beffa economica</strong>. Il guadagno dei siciliani, oltre allo stipendio dei 22 impiegati, sta tutto nell’astronomico canone annuo di euro 254,15 che la Nestlè ha ereditato dalla Rossini (duecentocinquantaquattro euro all’anno, avete letto bene) con l’aggiunta della esorbitante cifra di 619,75 euro di tassa per la concessione governativa. Uno sproposito!</p>
<p>Il risultato è che rischiamo di essere costretti a <strong>pagare la nostra acqua</strong>, che potremmo avere aprendo i rubinetti, ad una multinazionale estera che, a questi ritmi, lascerà nel giro di qualche decennio tutta la zona interna della Sicilia <strong>a bocca asciutta</strong>.</p>
<p>Il <strong>Comitato Civico per la difesa dell’acqua pubblica</strong> ha chiesto all’Amministrazione del Comune di S. Stefano Quisquina di opporsi con decisione a questo ennesimo atto di spoliazione del patrimonio idrico del territorio.</p>
<p>Il Comune ha tempo fino a oggi, 28 gennaio, per far valere le sue ragioni.</p>
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		<title>I Forconi litigano, i problemi restano</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Jan 2012 06:33:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Argo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per giorni, i Forconi, hanno protestato anche contro la distrazione dei media, colpevoli, secondo loro, di oscurare la lotta di un intero popolo contro l’indifferenza dello stato nazionale. Poi, ‘rotto’ questo silenzio, hanno immediatamente, e orgogliosamente, indicato nei propri siti le televisioni, le radio e i giornali che parlavano di loro. Infine, l’apoteosi: l’arrivo nella [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="https://lh6.googleusercontent.com/-3YXmyqqhEF0/TxdH4RqlaTI/AAAAAAAAJT0/ub-jNeUFksU/s799/5.jpg" alt="" width="287" height="191" />Per giorni, i <strong>Forconi</strong>,  hanno protestato anche contro la <strong>distrazione dei media</strong>, colpevoli, secondo loro, di oscurare la lotta di un intero popolo contro l’indifferenza dello stato nazionale. Poi, ‘rotto’ questo silenzio, hanno immediatamente, e orgogliosamente, indicato nei propri siti le televisioni, le radio e i giornali che parlavano di loro. Infine, l’apoteosi: l’arrivo nella piazza per eccellenza, quella di<span id="more-29407"></span> <strong>Santoro</strong>. Una piazza, in questo caso, particolarmente benevola.</p>
<p>Una ragazza che parla di futuro (e che concluderà il collegamento), due preti che “benedicono” la mobilitazione, <strong>nessuna traccia</strong> di chi, e ce ne sono stati tanti, ha formulato critiche ragionevoli, e fondate, di chi ha puntualmente denunciato <strong>intimidazioni e soprusi</strong>. Un servizio televisivo che, di fatto, ha rinunciato ad indagare sulla complessità del fenomeno.<strong> </strong></p>
<p><strong><img class="alignright" src="https://lh6.googleusercontent.com/-BLr3X1aDd10/TxftFLAGt7I/AAAAAAAAJV0/ZEk9el5hW-A/s600/02%252520TheWolfPost_cr.jpg" alt="" width="288" height="205" />Una mobilitazione </strong>reale, e capillare (anche se le immagini diffuse mostrano folle importanti, ma non oceaniche), che ha coinvolto persone molto diverse tra loro per provenienza e, probabilmente, divise rispetto alle stesse prospettive della lotta. <strong></strong></p>
<p><strong>Una fase iniziale si è indubbiamente chiusa</strong>, è tempo, quindi, di fare un primo bilancio. Ricordiamo le principali richieste, tratte dalla pagina Fb di <strong>Morsello:</strong> “Costo energia elettrica a 0,030 €, defiscalizzazione, blocco dei prodotti provenienti dalla Cina e dai Paesi Esteri, costo gasolio e benzina a 0,70 €, accesso al credito, blocco della debitoria e procedure Serit e Equitalia, moneta popolare, risorse della Regione spese per lo sviluppo socio economico della Sicilia”.</p>
<p>Ci si chiede: come ha fatto un <strong>programma così vago e generico a mobilitare tante energie? </strong>Per capirlo guardiamo in primo luogo ciò che ha prodotto la crisi economica in Sicilia. Su <a href="http://www.ilmegafono.org/" target="_blank">“</a><strong><a href="http://www.ilmegafono.org/" target="_blank">Il Megafono”</a> </strong>S. Perna scrive: “ Oltre il 40% dei giovani non trova sbocchi occupazionali […] gli indici del lavoro nero oscillano tra il 30 e il 40%; nelle aree industrializzate si estende a macchia d’ olio il sistema della paga globale (paghe onnicomprensive che non vengono corrisposte neanche in caso di infortunio o malattia); l’agricoltura vive un momento di grave difficoltà […] che il rincaro dei carburanti ha ulteriormente appesantito, [c’è una] difficoltà di accesso al credito, [è scarsa la] remunerazione della vendita dei prodotti agricoli rapinati da una filiera commerciale di avvoltoi,   [un] grave danno [è] prodotto dalla grande distribuzione, […] dalla mancanza di un uso corretto delle risorse finanziarie regionali e comunitarie”.</p>
<p>Un contesto che modifica radicalmente la nostra domanda: come mai, finora, nessuno, o solo pochi, si sono mobilitati di fronte a una così tremenda assenza di futuro, di fronte a un così drammatico riproporsi della <strong>questione meridionale</strong>?</p>
<p>I “Forconi” hanno provato a dare voce a questo <strong>malessere</strong>. Lo hanno fatto demagogicamente ricorrendo a un vecchio/nuovo ‘armamentario’. Rivendicando il separatismo siciliano, denunciando che le ricchezze dell’Isola sono state rapinate dal Nord, individuando la  vera mafia nello stato,  contrapponendo i Borboni ai torinesi, e così via dicendo. Ma, soprattutto, lo hanno fatto proponendosi come paladini, di una diffusa critica alla politica e ai politici di professione, alla casta.</p>
<p><img class="alignright" src="https://lh4.googleusercontent.com/-azSrK7wy0KU/TxtJIUUTEgI/AAAAAAAAJYw/uci7rR3zziw/s399/gianni.jpg" alt="" width="191" height="143" />E ci sono riusciti. Nonostante, <strong><a href="http://www.argocatania.org/2012/01/19/forconi-spuntati/" target="_blank">come abbiamo scritto</a></strong>, i ‘capi rivolta’ fossero stati, sino a ieri, <strong>interni alla casta</strong>. Nonostante vecchi e discussi politici, uno per tutti il siracusano Pippo Gianni, e altrettanto discussi imprenditori (Zamparini) si siano proposti come alfieri del nuovo. <strong></strong></p>
<p><strong>Una mobilitazione</strong>, quindi, al contempo vera, reale e profondamente <strong>contraddittoria, </strong>che ha parlato di rivoluzione quando non c’era nessuna rivoluzione in atto, ma ha fatto sentire tutti i partecipanti  protagonisti di un’esaltante pagina di storia. Non a caso sono stati più volte richiamati i Vespri siciliani.</p>
<p>Su tutto questo bisognerebbe riflettere con rinnovata attenzione; andando oltre le pur giuste denunce di<strong> chi ha dovuto chiudere le proprie attività</strong> commerciali non per scelta ma <strong>per imposizione</strong>; di chi ha contestato la presenza dei fascisti di ‘Forza Nuova’ nelle manifestazioni; di chi, pur in presenza delle forze dell’ordine, ha subito, nelle strade bloccate, una vasta gamma di soprusi.</p>
<p><img class="alignleft" src="https://lh3.googleusercontent.com/-DqKsNr1y84o/TnPKGsZdbUI/AAAAAAAAG10/UqFYVoymubA/s210/image.jpg" alt="" width="166" height="189" />Conclusa la prima parte della mobilitazione senza ottenere risultati concreti, sono stati invitati dall’ex (?) amico Lombardo (Presidente della Regione Siciliana) ad allentare la morsa sulla Sicilia e a indirizzare la protesta verso Roma. A questo punto,  i capi della rivolta, secondo un copione della vecchia politica da loro così aborrita, <strong>hanno iniziato a litigare</strong>.</p>
<p><img class="alignright" src="https://lh3.googleusercontent.com/-yd-a5b69OR4/TxtO30AofqI/AAAAAAAAJY0/3vMCup3geHQ/s495/MovimentoDeiForconi-Rete-Iblea.jpg" alt="" width="208" height="141" />Ecco cosa scrivono due di loro (<strong>Ferro e Sgarlata)</strong> sul terzo, Morsello: “il <strong>signor Morsello</strong> si deve solo vergognare!! sono malati lui e la figlia e pur di dare forza a Forza nuova si stanno vendendo alle tv e ai giornali”! Frasi che rendono del tutto stonate le ‘profetiche’ parole di Morsello: “sta iniziando un vero e proprio “Rinascimento Siciliano” del quale anche i media internazionali iniziano a parlare”.</p>
<p>Se i Forconi litigano, <strong>i problemi restano</strong>. Invece di assistere passivamente alla prosecuzione della querelle, sarebbe necessario, come fecero il <img class="alignright" src="https://lh3.googleusercontent.com/-qr9saGneu6c/Tcma5TactZI/AAAAAAAAEZo/CajbIdDeLRw/s38/redazione-argo7.jpg" alt="" width="32" height="38" />sindacato e le forze progressiste italiane per contrastare la rivolta reazionaria di Reggio Calabria dei ‘boia chi molla’, farsi carico di questo malessere. Il futuro della Sicilia non può essere nelle mani degli Scilipoti di turno.</p>
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		<title>Forconi spuntati</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 10:36:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Argo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dal 16 gennaio la Sicilia è attraversata dalla protesta promossa dal movimento dei Forconi insieme con gli autotrasportatori aderenti all’AIAS e il movimento Forza d’Urto. Manifestazioni e blocchi per rivendicare: la riduzione del costo del carburante, la protezione della produzione agricola siciliana dalla concorrenza extracomunitaria, un miglioramento delle infrastrutture (strade, ferrovie, porti, aeroporti), la riduzione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright" src="https://lh3.googleusercontent.com/-WPSgR3R-F78/TxdH1LPLNKI/AAAAAAAAJV4/fMpiHoWzDZU/s683/2.jpg.jpg" alt="" width="287" />Dal 16 gennaio la Sicilia è attraversata dalla protesta promossa dal movimento dei <strong>Forconi</strong> insieme con gli autotrasportatori aderenti all’<strong>AIAS </strong>e il movimento <strong>Forza d’Urto</strong>. Manifestazioni e blocchi per rivendicare: la riduzione del costo del carburante, la protezione della produzione agricola siciliana dalla concorrenza extracomunitaria, un miglioramento delle<span id="more-29192"></span> infrastrutture (strade, ferrovie, porti, aeroporti), la riduzione delle tariffe aeree, un intervento su Equitalia e sulle cartelle esattoriali. <strong></strong></p>
<p><strong>In una situazione di crisi generalizzata,</strong> queste manifestazioni, in prima battuta, sembrano esprimere una grande preoccupazione per ciò che sta accadendo e mobilitano, anche, cittadini giustamente angosciati per il loro futuro. In una regione, la Sicilia, che, peraltro, ha progressivamente perso insediamenti industriali (per ultimo Termini), posti di lavoro e che vede ancora tantissimi giovani emigrare in cerca di occupazione.</p>
<p>Certo, <strong>sarebbe utile riflettere sul perché si è giunti al disastro attuale,</strong> tanto più in una terra che è stata particolarmente generosa nel sostenere Berlusconi (la crisi non c’è, i ristoranti sono pieni) e le sue coalizioni. Così come sarebbe utile riflettere sul funzionamento della politica regionale, sempre più letteralmente controllata dal presidente Lombardo, ieri fedele alleato del PDL e della Lega Nord, oggi legato alle forze del “TerzoPolo”.</p>
<p>Sarebbe anche importante ragionare sulle politiche del <strong>governo Monti</strong> (sostenuto da PDL, PD e Terzo Polo) che, almeno per quanto riguarda il prelievo fiscale, continua a colpire principalmente il lavoro dipendente, in un Paese dove i gioiellieri dichiarano redditi inferiori a quelli degli operai.</p>
<p>In sostanza, una contestazione consapevole della situazione attuale non dovrebbe prescindere da un’analisi accurata del quadro generale, altrimenti <strong>si individuano obiettivi allettanti ma non praticabili</strong>, si fa solo demagogia, populismo, fatto tanto più grave, data la consistenza della crisi.</p>
<p>Ma i promotori di queste manifestazioni non dicono una sola parola su tutto questo. <strong>Nelle pagine Fb di questi movimenti si leggono solo proclami volutamente generici</strong>, ‘validi’ per tutte le stagioni “il movimento dei Forconi è un Movimento di agricoltori, imprenditori agricoli, commercianti, artigiani, è un <strong>Movimento Apartitico</strong> che fa gli interessi esclusivamente delle categorie interessate e che non ha appartenenze a nessun colore politico. Il Movimento dei Forconi è molto attento a quei Movimenti che sostengono in modo disinteressato quelle che sono le problematiche che il Movimento porta avanti nell&#8217;interesse della Collettività, sia di destra che di sinistra: lottiamo per i bisogni del popolo”.</p>
<p><img class="alignleft" src="https://lh5.googleusercontent.com/-YhnBgwqRqKo/TxfvVx3-CYI/AAAAAAAAJVs/lrvgZaJp-jQ/s265/0F%252520Martinoo-Morsello_fondo-magazine_cr.jpg" alt="" width="139" height="186" />Parole subito smentite dalla puntuale presenza nelle manifestazioni dei neofascisti di “<strong>Forza Nuova</strong>”. Ma smentite soprattutto dalle biografie delle tre persone indicate come responsabili del Movimento dei Forconi.  Secondo <a href="http://www.ilclandestino.info/" target="_blank">Il Clandestino</a>,  <strong>Martino Morsello</strong> è stato “assessore a Marsala negli anni ’80 per il Psi. Candidato alle elezioni regionali del 2008 per una lista collegata a Raffaele Lombardo [infine] incrocia la strada dei “Responsabili” di Scilipoti, divenendone responsabile nazionale del dipartimento agricoltura”.</p>
<p>Né mancano sue dichiarazioni (luglio 2011) come questa sull’ultima finanziaria del governo <strong>Berlusconi</strong> che svelano sino in fondo gli orientamenti del nostro  “Nella manovra della finanziaria il governo Berlusconi salva più di un milione di aziende agricole sull’orlo del fallimento”.</p>
<p><img class="alignright" src="https://lh5.googleusercontent.com/-TU2lasP1Pk8/Txf7HlSfaeI/AAAAAAAAJWE/AvLBlYLuiAc/s340/mariano-mpa.jpg" alt="" width="232" height="238" />Secondo <a href="http://www.linkiesta.it/" target="_blank">Linkiesta</a>,  &#8220;<strong>Mariano Ferro,</strong> [è un] ex sostenitore attivo del Movimento per l’Autonomia di Raffaele Lombardo. Nel luglio scorso, durante l’assemblea regionale del partito di Lombardo, Ferro è addirittura intervenuto chiedendo concretezza al governatore siciliano.</p>
<p><strong>Giuseppe Scarlata</strong>, il terzo fondatore dei “forconi”, non ha mai nascosto nel corso degli anni simpatie democristiane”.</p>
<p><img class="alignleft" src="https://lh6.googleusercontent.com/-UpWmXc9VQTA/Txfs_9ajL0I/AAAAAAAAJUc/qAgYMAjvf8E/s359/0C%252520Onofrio%252520Carruba%252520Toscano.jpg" alt="" width="172" height="129" />Ci si chiede: <strong>quale credibilità</strong> possono avere simili personaggi quando urlano contro la politica corrotta, contro i politici che sono tutti ladri, come si sente nei cortei, o contro Lombardo e i 90 pezzenti della Regione Siciliana (come afferma, indignato, in un video<strong> Onofrio Carruba Toscano,</strong> il cui nome è talvolta preceduto dal titolo di duca)?</p>
<p><img class="alignright" src="https://lh3.googleusercontent.com/-rLytcGESLUs/Txfs_Xm-oNI/AAAAAAAAJUY/fiS9LJ4bTJg/s244/0B%252520Maurizio%252520Zamparini01.jpg" alt="" width="171" height="128" />Colpisce inoltre il rapporto di solidarietà che intercorre tra <strong>Maurizio Zamparini</strong> (avete letto bene, il presidente del Palermo calcio) e questi movimenti. Secondo Wikipedia Zamparini “è un imprenditore in settori diversificati, ma la sua attività principale è la gestione delle risorse finanziarie[…] In pratica fonda o acquista aziende, che avvia alla grande distribuzione per poi venderle. <strong>Possiede</strong> in Sicilia <strong>alcuni centri commerciali</strong>, e a novembre 2009 sono iniziati i lavori per farne sorgere un altro a Palermo”.</p>
<p>Il paradosso è che nelle manifestazioni Zamparini, come i “Forconi”, si scaglia contro la <strong>grande distribuzione</strong> che rende i figli dei siciliani disoccupati e ruba risorse all’isola.</p>
<p><img class="alignleft" src="https://lh3.googleusercontent.com/-zCu0GJrixdY/TxftAPSr8QI/AAAAAAAAJVo/LOpubhst3Gg/s652/0D%252520Il%252520presidente%252520dell%252527Aias%252520Giuseppe%252520Richichi%252520e%252520il%252520leader%252520del%252520Movimento%252520dei%252520Forconi%252520Mariano%252520Ferro_cr.jpg" alt="" width="247" height="185" />Un discorso a parte, ma lo faremo in seguito, merita anche l’AIAS di Giuseppe Richichi. In sostanza <img class="alignright" src="https://lh3.googleusercontent.com/-qr9saGneu6c/Tcma5TactZI/AAAAAAAAEZo/CajbIdDeLRw/s38/redazione-argo7.jpg" alt="" width="32" height="38" />appare in tutta evidenza il tentativo di questi “<strong>orfani di Berlusconi</strong>”, di cavalcare strumentalmente il disagio e il grave, e oggettivo, malessere che attraversa la nostra isola, facendo finta di voler cambiare tutto, perché nulla cambi. I siciliani non meritano tutto questo.</p>
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		<title>Agromafie sulla nostra tavola</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Jan 2012 05:52:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Argo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Perché il pesce spada a Messina o a Palermo costa di meno che a Catania? Perché con l’entrata dell’euro i prezzi sono raddoppiati mentre il coltivatore non ha avuto alcun beneficio? Perché durante il periodo della mucca pazza in Sicilia è stata messa sul mercato carne proveniente da zone bandite? Perché gli operatori del settore [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Perché il <strong>pesce spada</strong> a Messina o a Palermo costa di meno che a Catania? Perché con l’entrata dell’euro i prezzi sono raddoppiati mentre il<img class="alignleft" src="https://lh5.googleusercontent.com/-LG3RWW1f6Yk/Tws8Z0iS7uI/AAAAAAAAJJE/Dx4SfTD_v7U/s306/120109%252520copertina_agromafie.jpg" alt="" width="237" height="306" /> coltivatore non ha avuto alcun beneficio? Perché durante il periodo della <strong>mucca pazza</strong> in Sicilia è stata messa sul mercato carne proveniente da zone bandite? Perché gli operatori del settore sono costretti ad approvvigionarsi dei mezzi di produzione e trasporto di soggetti vicini alle <strong>organizzazioni criminali</strong>? Perché i braccianti agricoli devono subire l’intermediazione di un <strong>caporale</strong> che impone orari e compensi, non paga tasse e contributi e fa lavorare gli immigrati in condizioni di sostanziale schiavitù?</p>
<p>Sono tutte domande a cui il <strong><a href="http://www.argocatania.org/wp-content/uploads/2012/01/Eurispes_2011.pdf">Rapporto Eurispes-Coldiretti sulle Agromafie</a></strong> consente di<span id="more-28997"></span> dare risposte non aleatorie.</p>
<p>Il Rapporto stima il volume d’affari delle mafie in <strong>12,5 miliardi</strong> e l’intero comparto agroalimentare – leggiamo anche su <a href="http://www.mglobale.it/Internazionalizzazione/Dogana/Contraffazione/1_Rapporto_Sui_Crimini_Agroalimentari_In_Italia.kl" target="_blank">mglobale.it</a> &#8211; è caratterizzato da fenomeni criminali legati al <strong>contrabbando</strong>, alla <strong>contraffazione</strong> e alla <strong>sofisticazione</strong> di prodotti alimentari e agricoli e dei relativi marchi garantiti.</p>
<p>Nel 2009 la Guardia di Finanza ha accertato l’<strong>indebita percezione</strong> di oltre 92 milioni di euro <strong>di finanziamenti</strong> per aiuti all’agricoltura. Chi ne paga il prezzo sono quanti aspirano legittimamente ad accedere ai finanziamenti nazionali e comunitari.</p>
<p>A subire non sono solo il <strong>bracciante agricolo, </strong>il <strong>migrante, </strong>il <strong>piccolo proprietario terriero</strong> costretto a vendere sottocosto il suo prodotto, l’<strong>imprenditore agricolo</strong> vittima di intimidazioni. Ne risente tutto il regolare andamento del mercato agroalimentare e l&#8217;intero sistema sociale ed economico,  che si vede imposti <strong>prezzi d’acquisto spesso fuori mercato</strong> in cambio di merce la cui provenienza e la cui lavorazione non sempre corrispondono al dichiarato, senza escludere i pericoli per la salute dei consumatori.</p>
<p>Chi <strong>controlla i grandi mercati ortofrutticoli</strong> decide il prezzo di vendita delle merci, ciò comporta il graduale immiserimento dei ricavi delle imprese produttrici di merci locali e consente alle mafie di estendere la loro influenza verso altre aree commerciali molto redditizie (vedi le infiltrazioni di Cosa Nostra a Vittoria e a Fondi per raggiungere la lucrosa area commerciale milanese).</p>
<p>Le organizzazioni criminali – si legge anche su <a href="http://www.sicurezzaalimentare.it/sicurezza-produttiva/Pagine/AgromafierapportoColdiretti.aspx" target="_blank">Sicurezzaalimentare.it</a> &#8211; si caratterizzano inoltre sempre più come holding finanziarie, con un <strong>giro d’affari di 220 miliardi l’anno</strong> (11% del PIL), in grado di operare sull’intero territorio nazionale e nella quasi totalità dei settori economici e finanziari.</p>
<p>Ma non tutte le responsabilità sono addebitabili alle organizzazioni criminali. Vi è stata anche una <strong>responsabilità della politica</strong> quando – in nome di una semplificazione delle leggi – è stata cancellata la norma che punisce chi commercia cibi adulterati (vedi <a href="http://www.corriere.it/salute/11_gennaio_15/cibi-adulterati-sparita-la-legge-non-e-piu-reato-mario-pappagallo_f24bd872-2079-11e0-bf27-00144f02aabc.shtml" target="_blank">cibi adulterati di Mario Pappagallo su Corriere.it</a>).</p>
<p>Non solo. Quanto dei 170 milioni di kg di <strong>mozzarella</strong> lavorata in Italia ha una filiera agricola tutta italiana? Quanti produttori di latticini, spinti dall’esigenza di abbattere i costi di produzione, decidono di rivolgersi ai mercati stranieri per l’approvvigionamento di materie prime?</p>
<p>Nel 2010 l’Italia ha importato 10.004 tonnellate di <strong>pomodori freschi o refrigerati </strong>(prevalentemente da Israele) e 153.358 tonnellate di pomodori preparati o conservati (quasi esclusivamente dalla Cina). Nello stesso anno ha importato 32.219 tonnellate di <strong>uva fresca o secca</strong> (prevalentemente dalla Turchia) e 62.375 tonnellate di <strong>vini di uve fresche </strong>(quasi esclusivamente dagli Stati Uniti).</p>
<p>E cosa dire del caso delle importazioni di <strong>olio vergine ed extravergine</strong> di oliva? Su 42.956 tonnellate di olio di oliva ed extravergine importato il 75% viene <strong>riesportato</strong> dopo la lavorazione e trasformazione.</p>
<p>Si stima che circa il 33% della produzione complessiva dei prodotti agroalimentari venduti in Italia ed esportati <strong>derivano da materie prime importate</strong>, trasformate e vendute con il marchio Made in Italy, in quanto la legislazione lo consente, nonostante esse possano provenire da qualsiasi parte del pianeta.</p>
<p>Ma i danni economici e di immagine alla produzione e all’esportazione italiana di prodotti agroalimentari non vengono solo dall’Italia. Esempi di <strong>imitazione</strong> e di <strong>contraffazione </strong>prosperano in assenza di una normativa comune che obblighi alla trasparenza di tutta la filiera: il <strong>Parmesan</strong> prodotto in Germania, il <strong>Romano</strong> prodotto nell’Illinois, l’<strong>Asiago </strong>e il <strong>Gorgonzola </strong>statunitensi, i <strong>fusilli </strong>tricolore di Peppino prodotti in Austria, i <strong>pomodorini</strong> di collina cinesi, la <strong>salsa</strong> bolognese dall’Australia sono solo alcuni esempi che permettono a queste aziende di ottenere un vantaggio sul proprio mercato di riferimento rispetto alla concorrenza, sfruttando marchi che &#8216;sanno&#8217; di italiano.</p>
<p>“Sono <strong>molteplici le cause</strong> – si legge nel <a href="http://www.ilfattoalimentare.it/assets/files/Eurispes_.pdf" target="_blank">Rapporto</a> &#8211; che rendono l’agricoltura l’anello debole della filiera agro-alimentare, e vanno dall’eccessiva polverizzazione delle imprese, alla scarsa trasparenza nella formazione dei prezzi, alla mancanza di concorrenza, al numero troppo elevato di intermediari, con il conseguente moltiplicarsi dei costi, all’insufficienza, inadeguatezza e inefficienza delle piattaforme logistiche e delle strutture di stoccaggio, all’eccessivo potere detenuto dalla Gdo (Grande distribuzione organizzata), sino ad arrivare alle falsificazioni e imitazioni agroalimentari, il cui valore è pari al triplo di quello dell’export Made in Italy originale.</p>
<p>La <strong>proposta di</strong> Coldiretti per combattere questo stato di cose, è la <strong>creazione di una filiera agricola</strong>, italiana e firmata: completamente italiana, perché tutti i processi devono avvenire in Italia, con prodotti rigorosamente italiani, gestita − quando possibile lungo tutte le fasi − principalmente dagli agricoltori; firmata perché si tratta di una filiera i cui prodotti sono caratterizzati dai tratti distintivi propri dei luoghi di origine e produzione, ossia <strong>prodotti immediatamente riconoscibili come totalmente italiani</strong>, grazie all’etichettatura all’origine, alla trasparenza della filiera e della formazione dei prezzi, e al legame con il proprio territorio”.</p>
<p>Per saperne di più, leggi Marco Rizzo, <a href="http://it-it.facebook.com/pages/Marco-Rizzo/123825814301626?sk=app_4949752878" target="_blank">Supermarket mafia</a></p>
<p>Una <strong>contestazione</strong> ad alcuni contenuti del rapporto viene fatta da Dario Dongo su <a href="http://www.ilfattoalimentare.it/agromafie-coldiretti-notizie-eurispes-giornalisti-acritico.html" target="_blank">Il Fatto alimentare</a>. Vengono evidenziate, ad esempio, la scarsa  attenzione ad fenomeno del caporalato e la confusione tra prodotti contraffatti e prodotti regolarmente realizzati in altri paesi secondo la tradizione italiana, a volte ad opera di emigrati di seconda e terza generazione.</p>
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		<title>Gli ambientalisti a Monti: &#8220;Bocci quel ponte&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Jan 2012 06:00:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Argo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Attività produttive]]></category>
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		<category><![CDATA[Man-Associazione mediterranea per la Natura]]></category>
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		<description><![CDATA[245 pagine per dire a Monti di bocciare il ponte sullo Stretto. Il dossier, che è anche un grido d&#8217;allarme, è stato presentato lo scorso 20 dicembre da un gruppo di associazioni ambientaliste, Fai, Italia Nostra, Legambiente, Man-Associazione mediterranea per la Natura e Wwf. In esso sono illustrate serie e puntuali osservazioni al progetto del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="imgtoggle left"><img class="small big alignright" src="https://lh3.googleusercontent.com/-H5HCkuGZ9Qc/TH6OuydFpQI/AAAAAAAAATU/ls_9XuNBt-s/s800/b5k4k4%25255B1%25255D.jpg" alt="" width="260" height="145" /></div>
<p>245 pagine per dire a Monti di bocciare il ponte sullo Stretto. Il <strong>dossier</strong>, che è anche un grido d&#8217;allarme, è stato presentato lo scorso 20 dicembre da un gruppo di associazioni ambientaliste, <strong>Fai, Italia Nostra, Legambiente, Man-Associazione mediterranea per la Natura e Wwf. </strong>In esso sono illustrate serie e<span id="more-28551"></span> puntuali osservazioni al progetto del Ponte, millantato come definitivo, elaborate da 30 esperti e docenti universitari di varie discipline.</p>
<p>Ma già precedentemente, il 10 novembre, era stata inviata al ministero dell&#8217;Ambiente una<strong> diffida relativa al correttezza del documento di Valutazione d’impatto ambientale </strong>dello stesso progetto.</p>
<p>Il dossier è stato accompagnato da <strong><a href="http://www.italianostra.org/wp-content/uploads/11_12_20_Comunicato-Stampa_Ambientalisti_Ponte-sullo-Stretto_.pdf" target="_blank">un appello al Governo </a></strong>con cui <strong>si chiede formalmente “il rigetto del progetto definitivo </strong>del ponte sullo Stretto di Messina redatto dalla Stretto di Messina SpA (Concessionaria interamente pubblica) e da Eurolink (General Contractor -GC, con a capofila Impregilo), che costa 66 milioni di euro di fondi pubblici (come previsto nel contratto tra concessionaria e GC), per degli <strong>elaborati</strong> che, a giudizio delle associazioni ambientaliste, risultano essere <strong>estremamente carenti</strong> sia dal punto di vista tecnico che dell’impatto ambientale, naturalistico, paesaggistico e idrogeologico, ed evitando così di superare il <strong>punto di non ritorno</strong> che obbligherebbe lo Stato a versare altri 56 milioni di euro per il progetto esecutivo e a pagare penali fino a 425 milioni di euro nel caso dell’avvio anche di un solo cantiere per l’opera principale o delle opere connesse.”</p>
<p>Non si manca di sottolineare che, in un momento in cui si è costretti a tagliare <strong>risorse </strong>per le esigenze più quotidiane, si rischia di congelarne un’ingente quantità <strong>per un solo progetto, il cui costo aumenta di anno in anno</strong> (solo dall’aprile 2010 al luglio 2011 si è passati da 6,3 ad 8,5 miliardi di euro: + 34%), mentre sarebbe molto più ragionevole impiegarle per uno sviluppo reale del Mezzogiorno, per il risanamento del suo territorio e per interventi di adeguamento e ammodernamento delle infrastrutture esistenti, a cominciare dal potenziamento delle ferrovie siciliane e dal completamento dei lavori dell’A3 Salerno-Reggio Calabria e della SS106 Ionica.</p>
<p>Sarebbe lungo elencare in una breve nota tutte le <strong>osservazioni di natura strettamente tecnico-ingegneristica </strong>che il gruppo di lavoro ha elencato e descritto nel documento.</p>
<p>La constatazione che la <strong>procedura di VIA speciale per le infrastrutture strategiche non è stata rispettata</strong> perché l’opera in fase di progettazione ha subito modifiche sostanziali sia sotto il profilo dello sviluppo verticale (le torri sono state rialzate sino a circa 400 metri, rispetto ai 382,6 metri del progetto preliminare), che dell’orientamento lineare (si tratta di un ponte sospeso a campata unica di 3,3 km di lunghezza, il cui blocco di ancoraggio è stato spostato di 10 metri con conseguente differimento delle fondazioni sui versanti siculo e calabro, e rotazione dei pilastri e della struttura principale), come dello sviluppo orizzontale (modifica strutturale e dell’inclinazione dell’impalcato).</p>
<p>Viene evidenziato anche che la larghezza dell&#8217;impalcato è enormemente maggiore di quella necessaria al flusso di traffico e che sono totalmente <strong>false e contrarie all&#8217;andamento degli ultimi anni le previsioni di traffico</strong>.</p>
<p>Si passa poi a denunciare la<strong> mancata valutazione di incidenza che il Ponte avrebbe sulla fauna e sugli habitat</strong>, essendo l’area dello Stretto un’ecozona importantissima sia per la migrazione degli uccelli, sia per il passaggio dei cetacei e di molte specie di pesci pelagici.</p>
<p>Il progetto <strong>manca poi di un quadro di dettaglio di opere connesse essenziali </strong>quali la stazione di Messina e i raccordi ferroviari sul versante calabro e presenta gravi carenze riguardo alle descrizioni delle componenti <strong>geosismotettoniche</strong> in una delle zone a più elevato rischio sismico del Mediterraneo.</p>
<div class="schedalaterale" style="width: 300px;">
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</ul>
</div>
<p>Si mette ancora in evidenza<strong> l’assenza del Piano Economico Finanziario </strong>per <strong>un’opera </strong>che, oltre ad essere inutile è anche <strong>sovradimensionata</strong>, poiché sarà utilizzata a regime in una percentuale compresa tra il 10 e il 15% della propria capacità, mentre d’altra parte si finge di ignorare che essa è stata <strong>cancellata lo scorso ottobre dalla lista dei dieci corridoi delle Reti transeuropee </strong>(TEN-T) di trasporto su cui punta l’Unione Europea entro il 2030, poiché ritenuta non sostenibile per l’elevatissimo impatto ambientale, sociale ed economico e inutile per la mobilità del Paese.</p>
<p>L’invito è rivolto direttamente al <strong>premier </strong>nella sua veste di<strong> coordinatore del CIPE </strong>– Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica – e chiede “che il Comitato consideri il <strong>progetto </strong>definitivo del ponte, a proprio insindacabile giudizio,<strong> non meritevole di approvazione </strong>(…) senza che il Contraente generale possa avanzare richieste per il riconoscimento di maggiori compensi e/o pretese, c chiedendo, conseguentemente, che la Stretto di Messina SpA <strong>receda dal contratto pagando solo le spese sino a quel momento sostenute</strong> dal General Contractor.”</p>
<p>Ci fa particolarmente piacere notare come questo autorevole documento riprenda buona parte delle <strong>osservazioni </strong>che, in parecchi interventi precedenti, sono state <strong>da noi proposte</strong>. Il nostro auspicio è che questo nuovo governo porga l&#8217;orecchio al <strong>grido di allarme </strong>che finalmente è stato sollevato anche da ambienti non sospettabili di ideologia.</p>
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		<title>Cesame, vicini alla ripartenza</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Dec 2011 06:17:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Argo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Lo scorso 6 dicembre sono diventati proprietari degli immobili, del marchio e dei macchinari. Ieri, i soci della Cesame Cooperativa Spa hanno riaperto simbolicamente la fabbrica per una mattinata di festa e di riflessione”, Rossella Jannello, La Sicilia, 24 dicembre 2011. La fabbrica era stata chiusa nel dicembre 2007, molti imprenditori si erano formalmente fatti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="https://lh4.googleusercontent.com/-V_0MkbAaojE/Tvub2S0f2YI/AAAAAAAAIpg/psde8kVPg5Y/s600/111228%252520CESAME%252520ingresso.jpeg" alt="" width="324" height="184" />“Lo scorso 6 dicembre sono diventati proprietari degli immobili, del marchio e dei macchinari. Ieri,<strong> i soci della Cesame Cooperativa Spa hanno riaperto simbolicamente la fabbrica</strong> per una mattinata di festa e di riflessione”, Rossella Jannello, La Sicilia, 24 dicembre 2011.</p>
<p>La fabbrica era stata chiusa nel <span id="more-28445"></span>dicembre 2007, molti imprenditori si erano formalmente fatti avanti, nessuno, però, aveva dimostrato di voler effettivamente rilanciare l’azienda, al massimo sembravano interessati a speculare sul fallimento. <strong>I lavoratori della Cesame, nonostante le difficoltà, non si sono rassegnati alla “morte del marchio”</strong>, come testimonia, ad esempio,  Angelo Costanzo “ho lavorato per 20 anni alla Cesame. E poi è successa la catastrofe. La mia è una brutta storia. Ho passato un paio d&#8217;anni orribili. Senza lavoro, ho dovuto vendere la casa, problemi familiari, problemi di ogni tipo, una grande depressione”.</p>
<p>Una depressione superata grazie all’unione con gli altri lavoratori, all’elaborazione di un progetto comune. Infatti, convinti che l’azienda avesse ancora “molto da dire”, si sono riuniti in cooperativa, in 77 su 130, per rilevarne la gestione. Inizialmente hanno versato 25mila euro e continuano a versare ogni mese 300 dei 700 euro di mobilità che prendono.  Come sottolinea Angelo Villari (segretario della C.G.I.L. di Catania)<strong> “ i coraggiosi lavoratori della Cesame  hanno investito i loro soldi e le loro energie per riprendersi la ‘loro’ fabbrica”.</strong> E ci sono finalmente riusciti.</p>
<div class="imgtoggle left"><img class="small big" src="https://lh5.googleusercontent.com/-1gmhyIJGWns/Tvub2VDscmI/AAAAAAAAIpI/5hvt_lxy3l8/s800/111228%252520CESAME%252520aerea.jpeg" width="290" height="145" /></div>
<p>I problemi non sono, però, ancora risolti. Bisognerà innanzitutto ricostruire i capannoni, sventrati da mani vandaliche, ed acquistare i nuovi macchinari. Sino ad ora i lavoratori hanno fatto la loro parte, <strong>adesso tocca alle istituzioni</strong>, che dovranno rispettare l&#8217;accordo di programma e garantire i finanziamenti di circa 5 milioni e mezzo di euro necessari per ripartire. Un ultimo passaggio in attesa del lieto fine: <strong>il ritorno in campo del marchio Cesame.</strong><br />
﻿﻿</p>
<p>Leggi anche <strong><em><a href="http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/catania/notizie/cronaca/2011/26-dicembre-2011/-cesame-operai-diventano-padronie-aprono-natale-operazione-rinascita-1902661512140.shtml" target="_blank">Cesame, gli operai diventano &#8220;padroni&#8221;</a></em></strong> sul Corriere del Mezzogiorno, 26 dicembre 2011</p>
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		<title>Non tornino alla mafia i beni confiscati</title>
		<link>http://www.argocatania.org/2011/12/22/non-tornino-alla-mafia-i-beni-confiscati-alla-mafia/</link>
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		<pubDate>Thu, 22 Dec 2011 05:43:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Argo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attività produttive]]></category>
		<category><![CDATA[Mafia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Agenzia Nazionale dei beni confiscati alla mafia]]></category>
		<category><![CDATA[Centro studi 'Pio La Torre']]></category>
		<category><![CDATA[Consorzio Sviluppo e Legalità]]></category>

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		<description><![CDATA[Da pochi giorni è stata inaugurata, alla presenza del neoministro degli Interni Anna Maria Cancellieri, la sede palermitana dell&#8217; Agenzia Nazionale dei Beni Confiscati . Nel pomeriggio dello stesso giorno si è svolta in Prefettura la cerimonia di assegnazione alla Regione Siciliana del Fondo Verbumcaudo, un terreno di circa 150 ettari, da 24 anni confiscato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Da pochi giorni è stata inaugurata, alla presenza del neoministro degli Interni Anna Maria Cancellieri, la <strong>sede palermitana dell&#8217; <a href="http://www.benisequestraticonfiscati.it/AgenziaNazionale/beniConfiscati.html" target="_blank">Agenzia Nazionale dei Beni Confiscati </a>.</strong></p>
<p>Nel pomeriggio dello stesso giorno si è svolta in Prefettura la cerimonia di assegnazione alla Regione Siciliana del <strong>Fondo<img class="alignright" src="https://lh3.googleusercontent.com/-2h8JY1z0QNc/TuvSe4qAkyI/AAAAAAAAIhc/U0WMQ6PlV9w/s333/beni%252520confiscati.jpg" alt="" width="333" height="151" /> Verbumcaudo</strong>, un terreno di circa 150 ettari, da 24 anni confiscato al boss Michele Greco, ma rimasto imbrigliato in una complicata serie di passaggi burocratici, prima di arrivare all’attuale conclusione che<span id="more-28348"></span> ne vedrà l’assegnazione <strong>al Consorzio Sviluppo e Legalità</strong>.</p>
<p>Quasi contemporaneamente il Governo ha approvato tre regolamenti che conferiscono <strong>un assetto definitivo all&#8217;Agenzia</strong>, chiudendo in tal modo la fase transitoria e consentendo ad essa di coadiuvare a pieno regime l&#8217;Autorità&#8217; giudiziaria dal momento del sequestro dei beni fino alla confisca definitiva.</p>
<p>Non si era ancora spenta l’eco di questi avvenimenti, particolarmente significativi nel quadro dell’impegno delle istituzioni nella lotta alla mafia, che è divampata <strong>una strana polemica </strong>a partire dalla tavola rotonda svoltasi a Palazzo dei Normanni nell&#8217;ambito del convegno sull&#8217;utilizzo dei beni confiscati alla mafia, promosso dal <a href="http://www.sviluppolegalita.it/" target="_blank">Consorzio Sviluppo e Legalità</a>.</p>
<p>Nel corso del suo intervento <strong>il prefetto di Palermo Umberto Postiglione </strong>ha asserito che è ormai tempo di cominciare a pensare alla <strong>vendita dei beni sequestrati mettendoli all’asta,</strong> in quanto l’impossibilità di fare investimenti per il loro recupero a causa della crisi economica e della mancanza di fondi rischia di far restare inutilizzate molte di queste proprietà.</p>
<p>&#8220;Vendiamo all&#8217;asta le tante proprietà inutilizzate confiscate ai mafiosi – ha concluso il prefetto di Palermo &#8211; se poi se le ricomprano loro vuol dire che gliele confischeremo di nuovo.” Certo, da un alto funzionario dello Stato ci si potrebbero aspettare ragionamenti più lungimiranti e meno semplicistici.</p>
<p>Opinione analoga era stata precedentemente espressa dal prefetto Caruso, direttore dell&#8217;Agenzia, sia pure limitatamente al caso in cui gli enti territoriali non siano interessati. Parzialmente diverso è invece il caso della aziende confiscate perché, se restano non operative sul mercato troppo a lungo, il rischio del fallimento è più facile.</p>
<p>Secondo <strong>Silvana Saguto</strong>, presidente della sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, occorrerebbe invece<strong> riassegnare il bene al territorio </strong>dove è stato confiscato per realizzare opere di pubblica utilità.</p>
<p>Da un punto di vista strettamente economico, la proposta di Postiglione ha una sua logica, quando si pensi che il valore totale dei beni confiscati in Italia è di <strong>33 miliardi di euro</strong>, e di essi la Sicilia detiene il 45%. Se ne potrebbe ricavare una quantità di risorse non indifferente, da convogliare verso tante altre urgenze e necessità.</p>
<p>Ma la questione non è solo economica. Vendere questi beni solo per fare cassa significa soprattutto <strong>sminuire il valore morale, culturale e politico della stessa azione della confisca</strong>: pur nella trasparenza dei bandi e dei controlli, sancirebbe l’impotenza dello Stato a perseguire il fine prioritario previsto dalle leggi Rognoni-La Torre e 109/96.</p>
<p><strong>Decisamente contrario alla proposta </strong>si è infatti dichiarato il <strong><a href="http://www.piolatorre.it/news/read-art.asp?id=354" target="_blank">Centro Pio La Torre </a></strong>che, a firma del sua presidente Vito Lo Monaco e parlando anche a nome di molte componenti sociali e istituzionali dell’antimafia, ha lanciato<strong> un appello </strong>al ministro della Giustizia, Paola Severino, e al prefetto Giuseppe Caruso.</p>
<p>In esso si sostiene appunto che in tal modo <strong>verrebbero vanificati soprattutto lo spirito e le priorità fissate dalla legge Rognoni-La Torre </strong>e della legge 109/1996 che sono orientate al “riuso per fini sociali dei beni confiscati onde dimostrare che l’Antimafia risarcisce la società danneggiata dall’esproprio mafioso”.</p>
<p>E’ appena intuitivo, si sostiene inoltre, che la vendita all’asta di questi beni sia “il modo più semplice per <strong>consentire ai boss di ritornare nel possesso di quanto loro tolto</strong> grazie a semplici prestanome”.</p>
<p>D&#8217;altra parte &#8220;l’Assessore regionale Gaetano Armao&#8221;, si legge ancora nella lettera, &#8220;ha dichiarato che <strong>la Regione Siciliana paga all&#8217;amministrazione giudiziaria sei milioni di euro per gli affitti dei beni confiscati in suo uso</strong>, di cui solo tre milioni per due assessorati a Palermo. Immaginiamo che questi milioni di euro vadano nella loro destinazione finale nelle casse del Tesoro per una parte, per un’altra in quelle del Fondo unico della Giustizia dal quale qualcosa sarà stornata alla Sicilia.&#8221;</p>
<p>Da tempo l&#8217;assessore all&#8217;Economia chiede che <strong>le Regioni siano sgravate di questi oneri </strong>per gli immobili confiscati e assegnati al demanio dello Stato: &#8221;è come se il territorio venisse penalizzato due volte: la prima volta quando il bene è stato acquistato con modalita&#8217; illecite e la seconda con l&#8217;attribuzione del ricavato della vendita allo Stato.&#8221;</p>
<p>Una<strong> ipotesi concreta</strong> è venuta dal parlamentare regionale<strong> Salvino Caputo </strong>il quale, pur riconoscendo che questi beni rischiano di rimanere inutilizzati in quanto i comuni non hanno disponibilità economiche per ristrutturarli in funzione del riutilizzo, <strong>propone l&#8217;istituzione di un fondo di rotazione </strong>che metta a disposizione dei Comuni adeguate risorse finanziarie in modo da permettere loro di gestire ed utilizzare i beni confiscati.</p>
<p>Forse è questa la direzione verso cui bisogna muoversi: trovare <strong>soluzioni praticabili ed efficaci</strong>, anche mettendo a frutto gli appositi e consistenti fondi europei e statali che non sono ancora stati spesi, perchè il riappropriarsi con la confisca del maltolto si trasformi in <strong>servizi, scuole e nuove occasioni di lavoro</strong>.</p>
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