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	<title>ARGO - Cento occhi su Catania &#187; Cultura</title>
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		<title>Le siciliane che hanno fatto l&#8217;Italia</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Feb 2012 07:32:07 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright" src="https://lh5.googleusercontent.com/-Bt_bCui_x7s/TzF9iurdjAI/AAAAAAAAJpc/OI2SwyW4YzE/s229/peppa%2520la%2520cannoniera.jpg" alt="" width="198" height="206" />Le siciliane non sono tantissime ma non sono da meno, non sfigurano certo tra le altre, tra le tante &#8220;che hanno fatto l&#8217;Italia&#8221;. A cominciare da <strong>Giuseppa Calcagno Bolognara</strong>, meglio nota come <strong>Peppa a cannunera</strong>. Parliamo della mostra <strong>&#8220;Le donne che hanno fatto L&#8217;Italia&#8221;</strong>, promossa dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, dal Comitato dei Garanti per le Celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia, dal Comune e dalla Prefettura di Catania in collaborazione con<span id="more-30398"></span> l’Istituto per la storia del Risorgimento italiano.</p>
<p>Ospitata al <strong>Castello Ursino</strong> di Catania, dal 3 febbraio all&#8217;8 marzo, è stata recentemente inaugurata alla presenza del presidente del Comitato dei Garanti per le celebrazioni del centocinquantenario, Giuliano Amato. Ci sono <strong>dipinti originali, foto, filmati, documenti, abiti, giornali e cimeli.</strong></p>
<p>Ci accoglie all&#8217;ingresso la storia di Peppa. Ne abbiamo sentito parlare tante volte ma vale la pena ricordare. Non era bella; era una trovatella, butterata, corpulenta e mascolina ma di coraggio ne aveva da vendere, più di un uomo, anzi quanto una donna qual era. Così, incurante del fuoco nemico, durante l&#8217;<strong>insurrezione del 31 maggio 1860 a Catania</strong>, riuscì a catturare con una sorta di lazo, un cannone borbonico, portandolo via insieme ad alcuni compagni. Quando, però, questi videro caricare la cavalleria del generale Clary, fuggirono. &#8220;Giuseppa Bolognara, invece, restò impavida al suo posto &#8211; scriveva <strong>lo storiografo Vincenzo Finocchiaro</strong> &#8211; e con grande sangue freddo improvvisò uno stratagemma dando nuova prova del suo meraviglioso coraggio. Sparse della polvere sulla volata del cannone e attese tranquilla che la cavalleria caricasse; appena gli squadroni si mossero, essa diede fuoco alla polvere ed i cavalieri borbonici credettero il colpo avesse fatto cecca (cilecca) prendendo soltanto fuoco la polvere del focone. Si slanciarono perciò alla carica, sicuri di riguadagnare il pezzo perduto: ma, appena avvicinatisi di pochi passi, la coraggiosa donna, che li attendeva a piè fermo, diede fuoco alla carica con grave danno degli assalitori, e riuscì a mettersi in salvo&#8221;. <strong>Peppa divenne così il simbolo dell&#8217;insurrezione popolare contro i Borboni.</strong></p>
<p><img class="alignleft" src="https://lh4.googleusercontent.com/-QWdDMtpOYRs/TzF9ZWFViKI/AAAAAAAAJps/9pngy0DVJz0/s233/Anna%2520Kulishoff.jpeg" alt="" width="158" height="210" />Troviamo anche l&#8217;inno popolare di Bernardo Pezzolet &#8220;Le donne siciliane a Giuseppe Garibaldi&#8221;, le 21 donne della Costituente, <strong>Anna Kuliscioff</strong>, la pasionaria che si battè per l&#8217;emancipazione delle classi oppresse e per il suffragio universale.</p>
<p>Dall&#8217;impegno sociale e politico al cinema con un&#8217;altra magnifica <strong>Anna</strong>, la <strong>Magnani</strong>, le locandine dei film, le pellicole e una bella intervista delle teche rai. Ancora una la siciliana della quale andar fieri, <strong>Franca Viola</strong> che rifiutandosi di sposare il suo stupratore fu protagonista di una grande rivoluzione di costume. Era sarda <strong>Emanuela Loi</strong>, prima poliziotta a perdere la vita in servizio ma lavorava in Sicilia. Faceva parte della scorta di <strong>Paolo Borsellino</strong>. La mafia la fece saltare in aria a Palermo insieme al<img class="alignright" src="https://lh6.googleusercontent.com/-ss26G2mRBm0/TzF9aGrYU2I/AAAAAAAAJpk/jQ2u2vexhdM/s246/Franca%2520Viola%2520dx.jpeg" alt="" width="197" height="164" /> grande giudice siciliano.</p>
<p>La mostra, che proviene dal<strong> Complesso del Vittoriano di Roma</strong>, si snoda attraverso cinque sezioni espositive con il coordinamento e la direzione generale di <strong>Alessandro Nicosia</strong> .</p>
<p><strong>&#8220;Le Donne del Risorgimento italiano&#8221; e &#8220;Donne insieme&#8221; </strong>sono le sezioni affidate alla consulenza scientifica di Marco Pizzo ed Emanuele Martinez; Lea Mattarella ha curato <strong>&#8220;Le Donne e l&#8217;Arte&#8221;</strong>. &#8221; Nessuno ci ha mai regalato niente&#8221;, ha detto Miriam Mafai curatrice delle sezioni <strong>&#8220;Le Protagoniste&#8221; e &#8220;Le Prime&#8221;</strong>. In queste troviamo anche la senatrice<img class="alignleft" src="https://lh4.googleusercontent.com/-opK4PrJlNAA/TzF9M0-vG-I/AAAAAAAAJpw/tfudPyLrRaI/s204/Angelina%2520Merlin.jpeg" alt="" width="144" height="204" /> <strong>Angelina Merlin</strong> che tutti ricordano per la chiusura dei bordelli ma non per la lotta partigiana né per gli interventi nel dibattito costituzionale, determinanti per la tutela dei diritti delle donne. A lei si devono infatti le parole dell&#8217;articolo 3: &#8220;<strong>Tutti i cittadini&#8230;sono uguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso</strong>&#8220;, con le quali veniva posta la base giuridica per il raggiungimento della piena parità di diritti tra uomo e donna.</p>
<p>In &#8220;Donne insieme&#8221; troviamo <strong>il lavoro che accomuna</strong>, le mondine, la maestre, le tabacchine, le balie. Ricordiamo anche noi queste ultime, madri di latte, madri in prestito, che, spesso, amavano i bimbi attaccati al loro seno come o più delle mamme. Il loro compenso era un piatto di pasta e, con lo svezzamento, dei monili, collane e più spesso orecchini di corallo. In Sicilia, ricevevano i cosiddetti &#8220;panierini&#8221;, boccole di oro e smalti, bellissimi e divenuti ora introvabili.</p>
<p>Ci piace pensare, infine, che a questa mostra senza catalogo, manchi anche una sesta sezione, un comparto ideale, un&#8217;invenzione, una fantasia, ma non per questo irrilevante. Un capitolo che accomuni<img class="alignright" src="https://lh3.googleusercontent.com/-qr9saGneu6c/Tcma5TactZI/AAAAAAAAEZo/CajbIdDeLRw/s38/redazione-argo7.jpg" alt="" width="32" height="38" />ed esalti il lavoro, le fatiche , i sacrifici di quelle tante eroine ignote, delle quali mai conosceremo nè tantomeno ricorderemo i nomi e i volti. Quelle che tirano la carretta e che, ogni giorno, in silenzio, nell&#8217;ombra, fanno davvero l&#8217;Italia. <a href="http://www.flickr.com//photos/56162844@N08/sets/72157629216055623/show/">Guarda la galleria immagini</a></p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 586px"><a href="http://www.flickr.com//photos/56162844@N08/sets/72157629216055623/show/" target="_blank"><img title="click per la galleria a pieno schermo" src="http://farm8.staticflickr.com/7170/6835958769_b4f371c551_z.jpg" alt="" width="576" height="421" /></a><p class="wp-caption-text">vai alla galleria a pieno schermo</p></div>
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		<title>Vincenzo Consolo e il volto perduto della Sicilia</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 06:35:32 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Di Vincenzo Consolo, lo scrittore siciliano che ieri l’altro si è spento a Milano dopo una lunga malattia, vogliamo ricordare il controverso rapporto con la sua terra che ha sempre avuto il bisogno di visitare e scrutare ansiosamente, sentendosene ogni volta offeso e respinto. Di grandi siciliani come Leonardo Sciascia e Lucio Piccolo è stato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Di Vincenzo Consolo, lo scrittore siciliano che ieri l’altro si è spento a Milano dopo una lunga malattia, vogliamo ricordare il <strong>controverso <img class="alignright" src="https://lh5.googleusercontent.com/-SBk0kHsVlK8/TxyK2_YhCGI/AAAAAAAAJZA/Mss22rJfLtc/s250/120122%252520ConsoloVincenzo%25252020120121_CRO_TN01_0051.JPG" alt="" width="190" height="250" />rapporto con la sua terra</strong> che ha sempre avuto il bisogno di visitare e scrutare ansiosamente, sentendosene ogni volta offeso e respinto. Di grandi siciliani come Leonardo Sciascia e Lucio Piccolo è stato amico e ha condiviso in modo personalissimo l’impegno civile, innervato sull’ esempio inimitabile di Pasolini.</p>
<p>Dopo “Il sorriso dell’ignoto marinaio” (1976) la sua <strong>partecipazione alle sorti del suo Paese</strong> è stata costante e appassionata, ma al contempo riservata e pudica, quanto più acuta si faceva la pena nell’osservare gli effetti della<span id="more-29650"></span> mutazione antropologica verificatasi nel passaggio dall’Italia contadina all’Italia industriale, aggravata in modo inarrestabile dal berlusconismo.</p>
<p>Quando accettava di conversare con gli studenti delle scuole, se gli veniva richiesto –e gli veniva puntualmente richiesto- di stabilire un <strong>confronto</strong> tra il suo stile e quello più popolare e più noto di <strong>Camilleri</strong>, si sentiva insolentito e pazientemente spiegava che la sua lingua si nutriva alle fonti della <strong>tradizione letteraria italiana</strong>: anche nell’uso dei suoi arcaismi egli non ammiccava alla prosa d’arte, ma selezionava con vigile cura, prima che sparissero del tutto le parole, i miti, i periodi ritmici del fraseggio dei suoi conterranei che la sua memoria aveva gelosamente conservato.</p>
<p>Soltanto alcune splendide <strong>trasposizioni teatrali</strong> ci hanno rivelato in pieno la musicalità del suo stile lirico inconfondibile.</p>
<p>Oggi che apprendiamo della sua sepoltura in Sicilia, ci sentiamo orgogliosi della chiusa fierezza di questo scrittore che nell’”Olivo e l’olivastro” si descrive come <strong>novello Ulisse</strong> che approda alla sua terra dopo venti anni, immerso nel sonno.</p>
<p>Anche lui non credeva ai suoi occhi nel vedere le reliquie del <strong>tempio di Segesta</strong> violate, lambite dalle fiamme degli incendi dolosi che in una torrida estate isolana avevano bruciato “ogni macchia di ginestra, ogni ginepro, ogni pioppo tremulo sulle pareti del vallone fondo del torrente su cui s’affaccia il grandioso tempio”.</p>
<p><strong>Lo stretto di Messina</strong> gli appare come un confine tra la vita e la morte, la natura e la cultura. “quel canale ribollente…quell’<strong>utero tremendo</strong> di <img class="alignright" src="https://lh3.googleusercontent.com/-qr9saGneu6c/Tcma5TactZI/AAAAAAAAEZo/CajbIdDeLRw/s38/redazione-argo7.jpg" alt="" width="32" height="38" />nascita o di annientamento”. E veramente nelle sue pagine diventa metafora dell’esistenza quel braccio di mare, che gli aveva prefigurato una biforcazione di sentiero o di destino, segnalando a lui, come a tanti siciliani, la perdita di sé e l’annientamento dentro la natura o la salvezza in seno a un consorzio civile e a una cultura.</p>
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		<title>Il teatro Valle al teatro Coppola</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Jan 2012 06:14:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Argo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Uno, il Teatro Valle, prestigioso e collocato nel centro storico della capitale, gestito dall’E.T.I. (Ente Teatrale Italiano) sino a quando, con l’ultima finanziaria, questo Ente è stato soppresso. L’altro, il Coppola, primo teatro di Catania, chiuso da anni, in attesa di lavori di ristrutturazione mai completati. Due strutture unite dal fatto di essere entrambe attualmente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Uno, il<strong> Teatro Valle</strong>, prestigioso e collocato nel centro storico della capitale, gestito dall’<strong>E.T.I</strong>. (Ente Teatrale Italiano) sino a quando, con l’ultima<img class="alignleft" src="https://lh4.googleusercontent.com/-j-aabbxLBvM/Tw_KOZnb_fI/AAAAAAAAJLo/D_83ICWrFv0/s290/Cultura-Bene-Comune-1.jpg" alt="" width="290" height="135" /> finanziaria, questo Ente è stato soppresso. L’altro, il<strong> Coppola</strong>, primo teatro di Catania, chiuso da anni, in attesa di lavori di ristrutturazione mai completati. Due strutture unite dal fatto di essere entrambe attualmente occupate da<span id="more-29167"></span> lavoratrici e lavoratori dello spettacolo.</p>
<p>Del tutto naturale, quindi, la voglia di confrontarsi, come infatti è avvenuto il 9 gennaio. Due esponenti del Valle hanno avuto modo di raccontare, al Coppola, ciò che stanno facendo. Due gli obiettivi iniziali dell’esperienza romana: ribadire che<strong> la cultura è un bene comune</strong> e contribuisce alla crescita del Paese (con buona pace di chi ha affermato, anche recentemente, che con la cultura non si mangia), rimettere in discussione la <strong>precarietà lavorativa </strong>che caratterizza la maggior parte di artisti e maestranze e <strong>il meccanismo clientelare</strong> con il quale sono gestite dalla politica (dalla cattiva politica) le –poche- risorse disponibili.</p>
<p>Rispetto al primo obiettivo le due esponenti hanno fatto riferimento a quanto scritto, sul sito del Valle occupato, da <strong>S. Rodotà</strong>: “ I beni comuni sono ‘a titolarità diffusa’, appartengono a tutti e a nessuno, nel senso che tutti devono poter accedere ad essi e nessuno può vantare pretese esclusive. Devono essere amministrati muovendo dal principio di solidarietà.<strong> Indisponibili per il mercato</strong>, i beni comuni si presentano così come strumento essenziale perché i diritti di cittadinanza, quelli che appartengono a tutti in quanto persone, possano essere effettivamente esercitati”.</p>
<p>Tutto ciò ha portato gli occupanti a confrontarsi sul progetto generale e sulla politica culturale (sulla direzione artistica del teatro) sperimentando una programmazione varia nelle proposte, ma sempre rigorosa rispetto alla loro qualità. Insomma, una <strong>“restituzione critica” </strong>di un bene comune.</p>
<p>Con la stessa coerenza è stato affrontato il tema delle risorse, altro elemento essenziale se si vuole mantenere una reale autonomia. L’idea innovativa è quella di affiancare a un diffuso azionariato popolare la costituzione di una <strong>Fondazione Etica</strong>.Molto rimane ancora da fare in un percorso da chiarirsi man mano che si affronteranno i problemi (ricorda un po’ il “camminare domandando” del movimento zapatista).</p>
<p>Le due artiste del Valle sono comunque convinte, viste le notizie di occupazioni e/o autogestioni che provengono da tante parti del Paese, che il complessivo risveglio culturale e civile (diversi i riferimenti al referendum per l’acqua bene comune) è in grado di misurarsi con la complessità di questi problemi.Problemi che il Coppola sta iniziando ad affrontare, a partire dalla necessità di completare la ristrutturazione dei locali.</p>
<p>In rapporto a quanto avvenuto al Valle, pensiamo che a Catania occorra innanzitutto riflettere su quale progetto culturale proporre, al di là della più che positiva restituzione di uno spazio pubblico alla città. Se il teatro è un bene comune,<strong> non tutte le interlocuzioni sociali e politiche hanno lo stesso valore</strong>; è, perciò,  importante e utile ricevere solidarietà senza accettare etichette partitiche.</p>
<p>Ma è altrettanto decisivo <strong>saper rifiutare</strong> quegli abbracci, apparentemente disinteressati, di chi, nella pratica quotidiana, non esprime né valori, né progetti coerenti con un’ idea di cambiamento. Restituire un teatro alla città significa rimettere in discussione una programmazione politico-culturale che ha quantomeno impoverito Catania.</p>
<p>Nel rivendicare la gestione di tale struttura bisogna, evidentemente, trattare con chi governa. Occorre, però, farlo, se è vero quanto premesso, senza <img class="alignright" src="https://lh3.googleusercontent.com/-qr9saGneu6c/Tcma5TactZI/AAAAAAAAEZo/CajbIdDeLRw/s38/redazione-argo7.jpg" alt="" width="32" height="38" />alimentare false illusioni. <strong>Come insegna il Valle, le occasioni non vanno sprecate.</strong></p>
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		<title>Donne del Risorgimento</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Jan 2012 06:00:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Argo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il 29 dicembre, alla fine quindi del 2011, anno dedicato alle celebrazioni e alle riflessioni sul centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia, a Catania, presso la libreria Trinacria, l’Associazione Etnea Studi Storico-Filosofici ha presentato il libro “Donne del Risorgimento”, edizioni Il Mulino. Un volume attraverso il quale diverse autrici (che fanno parte di  Controparola, un gruppo di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="https://lh5.googleusercontent.com/-pJ-m4KX_DT8/TwDbTrNidDI/AAAAAAAAI5g/LHkv3gem2Z8/s224/eroine%2525201800.jpg" alt="" width="199" height="224" />Il 29 dicembre, alla fine quindi del 2011, anno dedicato alle celebrazioni e alle riflessioni sul centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia, a Catania, presso la libreria Trinacria, l’<strong>Associazione Etnea Studi Storico-Filosofici</strong> ha presentato il libro <strong>“Donne del Risorgimento”</strong>, edizioni Il Mulino.</p>
<p>Un volume attraverso il quale diverse autrici (che fanno parte di  <strong>Controparola</strong>, un gruppo di giornaliste e scrittrici, nato nel 1992 per iniziativa di <strong>Dacia Maraini</strong>) hanno raccontato la vita di<span id="more-28760"></span> donne che hanno contribuito, in maniera originale, e spesso decisiva, al processo risorgimentale. Una delle autrici, <strong>Maria Grosso</strong>, ha partecipato al dibattito.</p>
<p>Salvatore Distefano, introducendo i lavori, ha ricordato la continuità dell’impegno dell’Associazione Etnea, che dal 2010, con la proposta del ‘viaggio al contrario’ da Marsala a Quarto, ha sviluppato una riflessione critica sul processo di costruzione dello stato unitario. Ha anche sottolineato come quest’ultima iniziativa avesse un significato particolare perché <strong>sul ruolo delle donne </strong>è mancata una riflessione approfondita, frutto di una colpevole, e non casuale, sottovalutazione.</p>
<p><img class="alignright" src="https://lh5.googleusercontent.com/-543tYgIIyD4/TwDfEu_2ZxI/AAAAAAAAI6A/iqlGWfKTAcA/s304/220px-Anita_Garibaldi_-_1839.jpg" alt="" width="220" height="304" /> Nino De Cristofaro, dopo aver collocato il processo unitario italiano all’interno della più generale dinamica europea (dalla Restaurazione al 1848), ha messo in luce <strong>lo stretto legame fra riflessione politico-filosofica e azione </strong>che ha caratterizzato le protagoniste femminili di questo periodo storico.</p>
<p>Un <strong>impegno “ a tutto tondo”</strong>: dall’organizzazione delle Giardiniere (la Carboneria femminile), ai dibattiti nei salotti; dalle manifestazioni pubbliche (per esempio vestirsi a lutto dopo la morte dei martiri di Belfiore) ai progetti di assistenza ed educazione, sino alla presenza negli stessi campi di battaglia.</p>
<p>Però, nonostante personaggi importanti come lo stesso Gioberti fossero coscienti di tutto questo “la partecipazione delle donne alla causa nazionale è un fatto quasi nuovo […] siamo giunti a maturità civile”, <strong>la maggior parte di queste donne vengono ricordate solo in quanto mogli o compagne di</strong>.</p>
<p>Quanti, ad esempio, conoscono il cognome di Anita? Non è casuale, perciò, che le donne abbiano ottenuto in Italia il diritto di voto solo dopo il secondo Risorgimento, la Resistenza.<img class="alignleft" src="https://lh5.googleusercontent.com/-peti0BOw_us/TwDbU4epT_I/AAAAAAAAI5s/7YgLBfuuxUA/s576/Rosalia%252520Montmesson%25252002.jpg" alt="" width="253" height="346" /></p>
<p>Marina Mangiameli ha premesso di considerare il volume non come espressione della storia di genere, ma della storia tout court. Ha rilevato che ci troviamo di fronte a scelte e atteggiamenti coraggiosi e innovatori ampiamente sottovalutati sia nel linguaggio, quando si vuole parlare bene delle donne al massimo si riconosce loro un atteggiamento<strong> “virile”</strong>, che nei rapporti istituzionali, come quando ci si “dimentica”, ad esempio, di invitare alle celebrazioni ufficiali del nuovo Regno, personaggi  del calibro di Cristina Trivulzio.</p>
<p>Sottovalutazione presente nella stessa ricostruzione dei fatti storici come quando si misconosce il ruolo di <strong>Rosalia Montmesson </strong> (ovviamente nota solo in quanto moglie di Crispi, da quest’ultimo, peraltro, abbandonata quando giunse all’apice del potere) che, ebbe un ruolo decisivo nell’insurrezione meridionale. Fu lei, infatti, a tenere i contatti, assumendosene i relativi rischi, fra i comitati siciliani e i comitati di Malta e Genova.</p>
<p>Maria Grosso ha ripercorso le tappe fondamentali della vita di <strong>Cristina Trivulzio di Belgioioso,</strong> protagonista assoluta della scena risorgimentale.<img class="alignright" src="https://lh6.googleusercontent.com/-lYycvajNGII/TwDbTx9K2PI/AAAAAAAAI5c/6vIdsbYEMjE/s300/Cristina%252520Trivulzio%252520Belgioioso%25252002.jpg" alt="" width="220" height="300" /> Una donna cui non fu mai “perdonata” la grande cultura, la bellezza e il fascino. Cui non fu mai perdonata l’autonomia con la quale affrontò ogni fase della propria vita, a partire dalla separazione dal marito.</p>
<p>Un “<strong>personaggio internazionale</strong>”, come testimoniano i tanti luoghi (Italia, Svizzera, Francia, Grecia, Turchia) che la videro protagonista e la lunga e qualificata lista di quanti le furono amici, tra gli altri Balzac, De Musset, Bellini, Stendhal, List, Heine, Chopin, La Fayette. Che fondò e diresse giornali,<strong> La Gazzetta Italiana</strong>, attività anomala per una donna, come testimonia la scelta di non collaborazione del Manzoni, che considerava disdicevole scrivere su un giornale fondato da una donna.</p>
<p>Che troviamo direttamente impegnata sui campi di battaglia, ma anche, come durante la Repubblica romana, nell’organizzazione e nella gestione degli ospedali. Che prova   a realizzare, seguendo il modello di Fourier, un <strong> falansterio</strong> nei propri terreni e promuove asili infantili e scuole professionali. Che si confronta ‘alla pari’ con tutti gli altri protagonisti del Risorgimento, ma quando muore, nel 1871, nessun politico italiano è presente ai funerali, nonostante avesse contribuito in maniera determinante alla nascita dello stato unitario. Un’assenza che evidenzia la necessità di continuare la ricerca e riflettere su questi temi con una nuova sensibilità.</p>
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		<title>Undiscovered Catania</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Jan 2012 06:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Argo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;&#8230;a cercare di guardarla meglio, questa perla nera stretta tra il mare e la montagna non è quello che sembra&#8230; Questa è una città di luci e ombre, di bianchi e neri, di contrasti netti, che non sfumano fra loro, secondo quella logica per cui proprio dove il sole batte più forte, proprio dove la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em> &#8220;&#8230;a cercare di guardarla meglio, questa perla nera stretta tra il mare e la montagna non  è quello che sembra&#8230; Questa è una città di luci e ombre, di bianchi e neri, di contrasti netti, che non sfumano fra loro, secondo quella logica per cui proprio dove il sole batte più forte, proprio dove la luce è più bianca, le ombre sono più nere. &#8230; Luci e ombre, contraddizioni di una città che non è mai quello che sembra.&#8221; ( Carlo Lucarelli &#8220;Mistero in blu &#8221; &#8211; Einaudi).</em> <a title="chiesa Madonna del Carmine, fuochi d'artificio di alberta dionisi, su Flickr" href="http://www.flickr.com/photos/56162844@N08/galleries/72157628513420955/with/5139848982/lightbox/" _mce_href="http://www.flickr.com/photos/56162844@N08/galleries/72157628513420955/with/5139848982/lightbox/"><img title="vai all'album di Alberta Dionisi" src="http://farm5.staticflickr.com/4014/5139848982_e222cb48a3.jpg" _mce_src="http://farm5.staticflickr.com/4014/5139848982_e222cb48a3.jpg" alt="chiesa Madonna del Carmine, fuochi d'artificio" height="600" width="600"></a><br _mce_bogus="1"></p>
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		<title>La festa Principali</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Jan 2012 23:47:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Argo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una chiesa, quella di S. Maria degli Angeli, in via Verri, restituita dal GAR (Gruppo Azione Risveglio) ai catanesi, divenuta centro di iniziative e proposte culturali. Un’ Associazione Culturale, Schizzi d’Arte di Catania, che da 25 anni, attraverso produzioni teatrali, musicali e attività di animazione, è stata protagonista della riscoperta e della valorizzazione della cultura [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright" src="https://lh3.googleusercontent.com/-Sl9qxbY7Avg/Tv7s88PRuYI/AAAAAAAAIyM/HKY55CSfwWE/s484/111231%252520La%252520festa%252520principali.jpg" alt="" width="202" height="290" />Una chiesa, quella di <strong>S. Maria degli Angeli</strong>, in via Verri, restituita dal <strong>GAR </strong>(Gruppo Azione Risveglio) ai catanesi, divenuta centro di iniziative e proposte culturali. Un’ Associazione Culturale, <strong>Schizzi d’Arte di Catania</strong>, che da 25 anni, attraverso produzioni teatrali, musicali e attività di animazione, è stata protagonista della riscoperta e della valorizzazione della cultura popolare siciliana. Che si dovessero “incontrare” era facilmente immaginabile. Così la chiesa è divenuta <strong>il palcoscenico per un recital </strong>di brani tratti dai Vangeli apocrifi sui miracoli do Bamminu, ninnarelle (canti popolari dedicati a Gesù Fanciullo), canti popolari natalizi e Litanie (tratte dalle antiche Tradizioni degli “Orbi”).</p>
<p>Ecco il racconto che ne fa <strong>Cinzia Caminiti Nicotra</strong>, presidente dell&#8217;associazione:</p>
<p><em>&#8230;abbracciati e scambiati gli auguri, ci saremmo<span id="more-28605"></span> detti con le parole ma anche solo con gli sguardi che la crisi, quella crisi che non risparmia nessuno, ha risparmiato noi.</em></p>
<p><em>Noi artisti che, nonostante tutto, nonostante siamo tra le categorie più colpite, possiamo permetterci, questo sì, di <strong>donare, donare, donare</strong>&#8230;. donare Cultura, Sapere, donare sorrisi, momenti di aggregazione e di  solidarietà, donare la consapevolezza che se si vuole si può scindere la crisi economica da quella dei valori, ché i valori nostri, quelli veri, non debbono venire intaccati da niente e da nessuno&#8230;. Si può fare&#8230; anzi così sarà&#8230;. ce la faremo&#8230;. tutti insieme ci riusciremo&#8230;. Questo è il nostro pensiero ed è pure quello del Gar.</em></p>
<p><img class="alignleft" src="https://lh3.googleusercontent.com/-HQWkmUGmWYs/TwC23rlMSNI/AAAAAAAAI5Q/jehmkDPUdpY/s447/381785_302541199784109_100000846941416_833623_434736108_n.jpg" alt="" width="259" height="268" /><strong><em>La sintonia dei “pensieri” </em></strong><em>è fondamentale per arrivare ad un risultato; bisogna quindi trovare un “mezzo”&#8230; il mezzo, da parte loro, è stato quello di metterci a disposizione questo magnifico spazio, “la chiesetta di Cibali”, e per noi è stato la “donazione” di questo nostro “evento”.</em></p>
<p><em>Una ricerca sui Vangeli apocrifi e le Ninnarelle ed è fatta! E’ venuto su: “<strong>La festa principali”</strong> che, per chi s’intende di canti popolari, significa Natale. Lo abbiamo chiamato “evento” perché è bastato un giro di telefonate e di messaggi su Fb per ritrovarsi tutti quanti, ognuno accorso generosamente portando (proprio come “i pastori del Presepio”) i propri strumenti: tamburi, cimbali, plettri, chitarre, percussioni&#8230;</em></p>
<p><em>Tutti quanti, dopo un solo incontro ed una strampalata prova generale, ad offrire ad un pubblico attento ed interessato questo nostro ultimo e delicatissimo lavoro di ricerca.</em></p>
<p><em><strong> Tutti quanti insieme sul palco (che in questo caso era un altare&#8230;) </strong>a raccontare e a cantare conservando, dopo tanti anni di professione ed avendo fatto, ciascuno attraverso un proprio personale percorso, la storia della Cultura popolare siciliana in questa città, ancora la voglia di rincontrarsi e farlo&#8230;.</em></p>
<p><em>Protagonista, oltre agli artisti, <strong>“la cona” </strong>(icona raffigurante la Sacra Famiglia) debitamente “conzata” (addobbata) con tulle, fiori, rami di alloro, biancheria ricamata&#8230;. e al cospetto della quale sono stati portati, dagli abitanti del quartiere e dai bambini presenti, agrumi, mele, noci, nocciole, pane&#8230;.</em></p>
<p><em><strong>In quella “chiesetta” gremita di gente</strong>, questo a nostro avviso il momento più avvincente, partecipativo e sentito di tutta la serata&#8230; oltre a quello dedicato agli auguri finali con “la Mangiata della cona” così come la Tradizione vuole si faccia a Natale&#8230;..</em></p>
<p><em><strong>L’energia di un evento del genere naturalmente lascia tutti “miravigghiati”</strong>, per dirla con un termine prettamente popolare; gli anziani son tornati indietro nel tempo, i bimbi hanno imparato la storia di questa terra ed è così che passato e futuro hanno, a metà strada, incontrato il presente: guardando una “cona” e ascoltando cunti e antiche canzoni&#8230;.</em></p>
<p><em>Questo d’ altronde è quello che facciamo ormai da trent’anni, grazie a Schizzi d’Arte l’associazione di cui sono Presidente, questo è quello che vogliamo continuare a fare affinché, della nostra storia, delle nostre origini, delle nostre tradizioni non se ne perda traccia né memoria.</em></p>
<p><strong><em> Insieme a me</em></strong><em>, sull’altare, con grande slancio e tutta la professionalità di cui sanno essere capaci:</em><strong><em> Roberto Fuzio, Cosimo Coltraro, Alice Ferlito, Paolo Capodanno, Gianni Nicotra, Rosalba Sinesio, Giampaolo Terranova, Tiziana Giletto. <img class="alignright" src="https://lh3.googleusercontent.com/-qr9saGneu6c/Tcma5TactZI/AAAAAAAAEZo/CajbIdDeLRw/s38/redazione-argo7.jpg" alt="" width="32" height="38" /><br />
</em></strong></p>
<p><em>Contenti noi, contenti il Gar, contento il Pubblico, contenti tutti!: così ci siamo fatti coraggio e ci siamo augurati tempi migliori&#8230;</em></p>
<p><embed type="application/x-shockwave-flash" width="600" height="400" src="https://picasaweb.google.com/s/c/bin/slideshow.swf" flashvars="host=picasaweb.google.com&amp;hl=it&amp;feat=flashalbum&amp;RGB=0x000000&amp;feed=https%3A%2F%2Fpicasaweb.google.com%2Fdata%2Ffeed%2Fapi%2Fuser%2F108735381137074930479%2Falbumid%2F5692686967385097377%3Falt%3Drss%26kind%3Dphoto%26authkey%3DGv1sRgCIfY5Ou5s8uV3gE%26hl%3Dit" pluginspage="http://www.macromedia.com/go/getflashplayer"></embed><em>foto Simona Grillo</em></p>
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		<title>Catania distratta ignora &#8220;All&#8217;armi siam fascisti&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Dec 2011 06:20:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Argo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Che sia uno dei migliori film di montaggio sul fascismo, ai catanesi poco importa. Ora è in dvd ma nel web è introvabile, o quasi. &#8220;All&#8217;armi siam fascisti&#8221; di Lino Del Fra, Cecilia Mangini e Lino Micciché, racconta un arco di tempo che va dall&#8217;inizio del Novecento ai fatti di Genova e di Roma nel 1960; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="https://lh5.googleusercontent.com/-yvZjlRgp3Gc/Tvj9GOpAlnI/AAAAAAAAIoY/iJJ9SSR2Bhc/s449/allArmiSiamFascisti.jpeg" alt="" width="279" height="404" />Che sia <strong>uno dei migliori film di montaggio sul fascismo</strong>, ai catanesi poco importa. Ora è in dvd ma nel web è introvabile, o quasi. <strong>&#8220;All&#8217;armi siam fascisti&#8221; di Lino Del Fra, Cecilia Mangini e Lino Micciché</strong>, racconta un arco di tempo che va dall&#8217;inizio del Novecento ai fatti di Genova e di Roma nel 1960; del fascismo si indicano le cause, l&#8217;appoggio del capitalismo agrario e industriale, le radici europee, le complicità, gli errori degli avversari.</p>
<p>Il commento, bellissimo, è di <strong>Franco Fortini</strong>, tra gli intellettuali del Novecento, uno dei più poliedrici e raffinati. Le voci sono Giancarlo Sbragia, Emilio Cigoli, Nando Gazzolo. Presentato per la prima volta alla <strong>Mostra del cinema di Venezia nel 61</strong>, il film fu congelato poi dalla censura, soprattutto perché<span id="more-28581"></span> mostrava in modo incontrovertibile la connivenza tra Chiesa e regime.Ma non solo. Fu appena tollerato dai dirigenti socialisti, pur essendo stato prodotto da una sigla vicina a quegli ambienti, e fu malvisto dai vertici del Pci, visto che anche Stalin non ne esce bene.</p>
<p><strong>Condannato a destra e ostracizzato a sinistra</strong>, la Rai non lo ha mai trasmesso. E per quanto riguarda le reti commerciali, fa eccezione solo Telemontecarlo che lo ha mandato in onda nel 94. Dava fastidio a tutti, insomma, e per qualche anno circolò quasi clandestinamente nelle sale dei cineclub. Chi vi assisteva era fatto spesso oggetto di <strong>aggressioni da parte dei neofascisti</strong>. Come a Roma, nel &#8217;62, quando all&#8217;uscita dal cinema Quattro fontane, i missini lanciarono dalla loro sede posta al piano di sopra, sedie sugli studenti, alla fine della proiezione: ci furono sei feriti e decine di contusi. Noi, abbiamo trovato &#8220;All&#8217;armi siam fascisti&#8221; e ve lo riproponiamo.</p>
<p>A <strong>Catania, </strong>presentato dall<strong>&#8216;Anpi</strong>, l&#8217;associazione dei partigiani italiani, il film è stato proiettato, gratuitamente, il 20 dicembre scorso, nell&#8217;<strong>auditorio del Benedettini</strong>. Presenti pochissimi spettatori. Forse a causa delle festività incombenti, forse per l&#8217;orario pomeridiano della<img class="alignright" src="https://lh3.googleusercontent.com/-qr9saGneu6c/Tcma5TactZI/AAAAAAAAEZo/CajbIdDeLRw/s38/redazione-argo7.jpg" alt="" width="32" height="38" /> proiezione, forse, solo perché <strong>Catania è una città sciatta e distratta</strong>. Che non sa o non vuole ricordare perché si rifiuta di pensare. &#8220;All&#8217;armi siam fascisti&#8221; è un documentario in bianco e nero; dura un&#8217;ora e quarantacinque minuti che scorrono via in un battibaleno. Molto meglio i cinepanettoni che durano più o meno altrettanto ma fanno sorridere e non riflettere.</p>
<p><a href="http://youtu.be/Wd1vuH8d9DU">All\&#8217;armi siam fascisti</a></p>
<p><iframe width="600" height="450" src="http://www.youtube.com/embed/Wd1vuH8d9DU?fs=1&#038;feature=oembed" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
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		<title>Occupato il Teatro Coppola, la parola ai catanesi</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Dec 2011 05:00:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Argo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il primo teatro pubblico catanese, il teatro Coppola di via Vecchio Bastione, da lungo tempo inutilizzato (nel 2005 sarebbe dovuto diventare sala prova dell’orchestra del Bellini, ma il progetto non andò avanti) è stato occupato da lavoratrici e lavoratori siciliani della cultura e dello spettacolo; artisti, maestranze e operatori che, con questo gesto, vogliono restituire [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="https://lh5.googleusercontent.com/-GD4FQqf28_U/TuvHcyTGFwI/AAAAAAAAIg0/Eu7oGHarfBE/s361/111216%252520Teatro%252520Coppola%252520o%252520Piccolo.jpg" alt="" width="232" height="253" />Il primo teatro pubblico catanese, il<strong> teatro Coppola</strong> di via Vecchio Bastione, da lungo tempo inutilizzato (nel 2005 sarebbe dovuto diventare sala prova dell’orchestra del Bellini, ma il progetto non andò avanti) <strong>è stato occupato</strong> da lavoratrici e lavoratori siciliani della cultura e dello spettacolo; artisti, maestranze e operatori che, con questo gesto, vogliono restituire un bene comune ai cittadini catanesi. In sostanza, di fronte all’inattività delle istituzioni, hanno deciso di reagire e, improvvisandosi elettricisti, carpentieri, muratori, hanno riaperto quel cantiere che<span id="more-28219"></span> era stato chiuso nel 2005. Convinti che<strong> gli spazi pubblici vanno condivisi e il lavoro culturale deve diventare una risorsa economica e civile,</strong> gli occupanti vogliono recuperare la struttura ma, soprattutto, vogliono farla diventare un nuovo e qualificato laboratorio culturale.</p>
<p><a href="http://www.teatrocoppola.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=1&amp;Itemid=130" target="_blank"><em>Ecco il comunicato degli occupanti:</em></a></p>
<p><em><strong>Per un teatro dei cittadini </strong></em></p>
<p><em><strong>Siamo lavoratrici e lavoratori siciliani della cultura e dello spettacolo</strong>﻿﻿: artisti, maestranze, operatori. Una forza sociale a lungo disgregata e invisibile. Siamo da sempre costretti alla fuga, a rincorrere nell&#8217;emigrazione o nell&#8217;accomodamento il senso di un percorso di studi, preparazione e passione; le prime vittime di una politica che non riconosce il lavoro culturale come risorsa economica e civile e continua a privare la nostra terra dei suoi innumerevoli talenti.</em></p>
<p><em>Oggi vogliamo essere una forza unitaria, determinata a tramutare le nostre <strong>professionalità</strong> in bene materiale da mettere <strong>a disposizione della comunità</strong>. Rivendichiamo pertanto il diritto, e ci assumiamo il dovere, di riappropriarci e prenderci cura di un bene comune abbandonato per restituirlo alla storia della città.</em></p>
<p><em><img class="alignright" src="https://lh3.googleusercontent.com/-lUekbdAINlA/TuvHcyOYmeI/AAAAAAAAIgw/hjA-2dARkmY/s615/111216%252520Teatro%252520Coppola%252520occupato.jpg" alt="" width="325" />Crediamo fermamente che rimettere in discussione la gestione della pubblica proprietà sia condizione imprescindibile per sperimentare <strong>nuove forme partecipate</strong> e consapevoli di organizzazione del territorio, del lavoro e della creatività collettiva; che la pubblica proprietà debba ritornare a essere luogo dei diritti e del poter fare, contro l&#8217;indiscriminato accumulo privato, il commercio fuori controllo, l&#8217;abbandono del patrimonio e l&#8217;alienazione dei beni comuni operata dalle caste amministrative di ogni colore.</em></p>
<p><em>È per queste ragioni che ci assumiamo la responsabilità di occupare e riaprire un cantiere in abbandono al fine di <strong>riqualificare</strong>, come luogo di produzione e formazione culturale, una parte dell&#8217;area dell&#8217;ex Teatro Coppola (in via del Vecchio Bastione, quartiere Civita), <strong>primo Teatro Comunale della Città</strong> di Catania inaugurato nel 1821 e quasi completamente distrutto dai bombardamenti americani l&#8217;8 luglio 1943. Questo spazio, utilizzato per anni dal Teatro Massimo Vincenzo Bellini come laboratorio scenografico, sarebbe dovuto diventare sala prova per l&#8217;orchestra dell&#8217;ente lirico ma il progetto (avviato nel 2005) è stato sospeso e il cantiere abbandonato.</em></p>
<p><em>Oggi vogliamo che il Teatro Coppola ridiventi, attraverso il lavoro volontario di ognuno di noi, libero teatro dei cittadini, <strong>laboratorio indipendente</strong> di formazione artistica e professionale, risorsa sociale per il quartiere e la città intera. Una città ricostruisce la propria cultura attraverso le azioni e i modelli che queste azioni producono, e alla città, a tutte le sue componenti sociali, culturali ed economiche, chiediamo di partecipare con donazioni di tempo, testimonianze, competenze, materiali e attrezzature, perché insieme si costruisca un patrimonio comune dell&#8217;incontro e dello scambio attraverso un modello condiviso di gestione diretta, paritaria e dal basso.</em></p>
<p><em>venerdì 16 e sabato 17 dicembre  CANTIERE APERTO</em></p>
<p><em>domenica 18 dicembre, dalle ore 17.00 ASSEMBLEA PUBBLICA</em></p>
<p><em>FOTOGRAFIE DELLA STORIA: IL TEATRO IN UN MAGAZZINO DELLA MARINA</em><br />
<em> SPETTACOLI  PER UN PALCO A VENIRE</em></p>
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		<title>Del cattivo uso dei beni artistici: la chiesa di S. Maria degli Angeli o dei Cappuccini vecchi</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Dec 2011 04:50:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Argo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Enti Locali]]></category>
		<category><![CDATA[Beni culturali]]></category>
		<category><![CDATA[chiesa dei Cappuccini vecchi]]></category>
		<category><![CDATA[Comune di Catania]]></category>
		<category><![CDATA[Gar]]></category>
		<category><![CDATA[Sovrintendenza ai beni culturali di Catania]]></category>

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		<description><![CDATA[Ormai sepolta fra i palazzi circostanti, in via Verri, alle spalle della Caserma dei Vigili del fuoco, resiste ancora la settecentesca chiesa di S. Maria degli Angeli o dei Cappuccini vecchi, ultimo residuo di un convento dei padri Cappuccini che sorgeva sulla strada che dalla città conduceva al sobborgo di Cibali. Questa cappella, è tornata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="https://lh5.googleusercontent.com/-Okr_DEKCyj0/TuSJtMfcGDI/AAAAAAAAIeE/pwrO2u4cqSg/s576/p%252520dettaglio%252520cornice%2525201.jpg" alt="" width="260" height="346" />Ormai sepolta fra i palazzi circostanti, in <strong>via Verri</strong>, alle spalle della Caserma dei Vigili del fuoco, resiste ancora la settecentesca <strong>chiesa di S. Maria degli Angeli </strong>o dei Cappuccini vecchi, ultimo residuo di un convento dei padri Cappuccini che sorgeva sulla strada che dalla città conduceva al sobborgo di Cibali.</p>
<p>Questa cappella, è tornata recentemente agli onori della cronaca per l’azione meritoria del <strong>GAR</strong>, Gruppo Azione Risveglio, che con un atto al limite della legalità l’ha occupata e riportata alla pubblica fruizione, come bene collettivo di cui il legittimo proprietario si dimostra incapace di occuparsi.</p>
<p><strong>L’insediamento dei Cappuccini </strong>in quel luogo è da collocarsi probabilmente attorno al<span id="more-28221"></span> <strong>1550</strong>, quando fu edificato il convento, una sobria costruzione a un solo piano, secondo la tradizione francescana, distrutto e ricostruito assieme alla chiesetta dopo il terremoto del 1693.</p>
<p>Il luogo doveva essere giudicato particolarmente favorevole sia perché appartato ma non troppo distante dalla città, sia perché circondato da terreno coltivabile a orto e giardino e attraversato da un ruscello ricco d’acqua.</p>
<p>Il convento fu <strong>espropriato </strong>ai religiosi dopo l’Unità d’Italia e acquistato dalla famiglia Scuderi, che lo trasformò in abitazione civile. Intorno al 1960 è stato <strong>abbattuto </strong>per far posto all’attuale palazzo, posto all’angolo di via C. Beccaria.</p>
<p>La <strong>chiesa</strong>, ormai dimenticata dagli stessi catanesi ma <strong>acquistata dal Comune di Catania </strong>per la bella cifra di 270 milioni di lire intorno al 1990, è stata risparmiata alla distruzione ma certo non opportunamente valorizzata, pur essendo vincolata con decreto del Ministero della Pubblica Istruzione del 12.8.1948, ai sensi della Legge 1089 dell’1.6.1939.</p>
<p>Facilmente <strong>databile al 1706</strong>, grazie alla cifra incisa sullo stemma con le insegne di s. Francesco che sovrasta il portale d’ingresso in pietra calcare e pietra lavica, essa risponde perfettamente ai canoni dell’architettura francescana: piccola e povera, modestamente illuminata dalle finestre rettangolari poste in alto, adatta a favorire il raccoglimento e la preghiera. Sulla destra della facciata si nota ancora una fonte murata, fatta con gli stessi materiali.</p>
<p>Ben lontana dai fasti tardo barocchi che, di lì a poco, impreziosiranno le chiese della città, la chiesa è a navata unica, con tre altari laterali e una sola cappella, a sinistra, per l’altare del Crocifisso.</p>
<p>E’ affiancata da una piccola sagrestia e messa in comunicazione con l’ormai inesistente refettorio del convento attraverso due porte che sorgevano ai lati dell’altare maggiore.</p>
<p>Per quanto povera, la chiesa aveva una discreta <strong>dotazione artistica</strong>.</p>
<p>Il presbiterio era separato dalla navata da una balaustra lignea, conclusa ai lati da due confessionali. Sull’altare maggiore era posto <strong>un tabernacolo in legno riccamente scolpito</strong>, di cui è rimasto quasi nulla. Alle spalle è rimasta vuota anche una grande cornice che, in origine, conteneva una tela raffigurante il Perdono di Assisi.</p>
<p>La cappella laterale, probabilmente preesistente e risalente alla prima fondazione del convento, era ornata da un grande Crocifisso affrescato, andato distrutto col terremoto. E’ stato sostituito da un<strong> pregevole Crocifisso in legno scolpito</strong>, ancora esistente, cui fa da sfondo, secondo uno schema consueto, <strong>una tela </strong>raffigurante la Madonna Addolorata, la Maddalena e s. Giovanni. Un <strong>furto mirato </strong>priva oggi la tela dei riquadri contenenti il volto dell’Addolorata e della Maddalena.</p>
<p>Tutte queste opere d’arte erano ancora in loco quando il Comune ha acquistato la chiesa, come risulta dalla relazione storico-artistica redatta nel 1991 dalla dott. F. Migneco della Sovrintendenza di Catania.</p>
<p>Al centro della volta a botte restano <strong>tracce di un affresco </strong>circondato da una cornice in stucco. Un altro affresco, rovinato dall’umidità, si trova sopra il primo altare a sinistra entrando.</p>
<p>Anche delle<strong> altre tele</strong>, citate da G. Rasà Napoli nella sua &#8216;Guida alle chiese di Catania&#8217;, che rappresentavano santi francescani come il martirio di s. Giuseppe da Leonessa, il martirio di s. Fedele da Sigmarinda, s. Felice da Cantalice col Bambino, non c&#8217;è più traccia.</p>
<p>Completavano la decorazione <strong>14 quadretti della Via Crucis e 6 rari lampadari lignei</strong>, anch’essi nel frattempo passati a miglior vita.</p>
<p><strong>Dopo l’acquisto</strong>, l’Amministrazione ha curato il rifacimento del tetto, ha messo in sicurezza la struttura con l’inserimento di una centina d’acciaio<img class="alignright" src="https://lh3.googleusercontent.com/-qr9saGneu6c/Tcma5TactZI/AAAAAAAAEZo/CajbIdDeLRw/s38/redazione-argo7.jpg" alt="" width="32" height="38" /> fra la navata e l’abside, e poi  l’ha lasciata a disposizione …dei ladri d’arte.</p>
<p>Speriamo che adesso, grazie all’impegno del GAR, questo piccolo pezzo della storia della nostra città possa vivere una nuova e più fortunata stagione.</p>
<ul>
<li> Esprimiamo gratitudine all’arch. Alfredo Coniglione che generosamente ci ha messo a disposizione il frutto delle sue ricerche per la redazione di questa nota.</li>
<li>foto liberamente tratte dalla pagina f<a href="http://www.facebook.com/profile.php?id=1030986209" target="_blank">acebook di Gianluigi Primaverile</a> del GAR.</li>
</ul>
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		<title>E&#8217; morto Vittorio De Seta, cantore della Sicilia che fu</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Dec 2011 06:16:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Argo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Vittorio De Seta]]></category>

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		<description><![CDATA[All&#8217;estero, anche negli Usa, lo conoscono più e meglio che in Italia. Uno a caso, il regista Martin Scorsese ha manifestato il suo dolore per la perdita di Vittorio De Seta. Definisce i suoi documentari a colori come &#8220;poetiche cronache di vita nell&#8217;Italia del sud, della Sardegna e della Sicilia&#8221;. &#8220;De Seta -dice- non documentò [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="https://lh5.googleusercontent.com/-nFynfnAI_Ao/TtgOfY77MlI/AAAAAAAAIRY/tZXfGAepDoc/s180/111201%252520De%252520Seta--180x140.jpg" alt="" width="180" height="140" />All&#8217;estero, anche negli <strong>Usa</strong>, lo conoscono più e meglio che in Italia. Uno a caso, il regista <strong>Martin Scorsese</strong> ha manifestato il suo dolore per la perdita di <strong>Vittorio De Seta</strong>. Definisce i suoi documentari a colori come &#8220;poetiche cronache di vita nell&#8217;Italia del sud, della <strong>Sardegna</strong> e della <strong>Sicilia&#8221;</strong>. &#8220;De Seta -dice- non documentò solo con la sua videocamera e il suo microfono, egli catturò il ritmo del <span id="more-28031"></span> lavoro, i suoni delle vette delle montagne e quelli nelle case, il passare del tempo nei villaggi e tra i pescatori nel mare, l&#8217;arco della vita, la consistenza della terra e l&#8217;aria&#8230; Nel loro insieme &#8211; scrive Scorsese &#8211; sono una delle meraviglie del cinema&#8221;.</p>
<p><strong>Fu il cantore delle terre dimenticate,</strong> Sicilia, Sardegna, Calabria, dei mestieri abbandonati, dei volti della gente comune, in un melange di <strong>denuncia e poesia</strong>. Per la verità, adesso che è morto,  lo riscoprono anche in Italia e le maggiori testate ne parlano. &#8221;Un architetto mancato che amava la cinepresa come strumento di indagine, detective di paesi poveri e reporter di uomini sfruttati&#8221; lo definisce <strong>Maurizio Porro su Il Corriere della sera.</strong></p>
<p>Dell&#8217;ostracismo al quale è stato condannato  tenta una spiegazione <strong>Cristina Piccino su Il Manifesto</strong>: &#8220;De Seta cerca di «provocare» chi guarda non di assecondarne le abitudini.</p>
<div class="schedalaterale" style="width: 300px;">
<p class="title">Vittorio De Seta &#8211; filmati su argocatania.org</p>
<ul>
<li><a href="http://www.argocatania.org/2011/04/24/vittorio-de-seta-e-la-sua-pasqua-in-sicilia/" target="_blank"> <em>24.04.11 &#8211; Vittorio De Seta e la sua Pasqua in Sicilia</em></a></li>
<li><a href="http://www.argocatania.org/2010/07/24/le-eolie-di-de-seta-isole-di-fuoco-e-di-vento/" target="_blank"> <em>24.07.10 &#8211; Le Eolie di De Seta, isole di fuoco e di vento</em></a></li>
<li><a href="http://www.argocatania.org/2010/07/18/lu-tempu-di-lu-pisci-spata-e-quello-di-de-seta/" target="_blank"> <em>18.07.10 &#8211; “Lu tempu di lu pisci spata” e quello di De Seta</em></a></li>
<li><a href="http://www.argocatania.org/2010/07/11/contadini-del-mare-la-pesca-del-tonno-di-vittorio-de-seta/" target="_blank"> <em>11.07.10 &#8211; “Contadini del mare”, la pesca del tonno di Vittorio De Seta</em></a></li>
<li><a href="http://www.argocatania.org/2010/07/04/la-parabola-doro-di-vittorio-de-seta/" target="_blank"> <em>04.07.10 &#8211; La “Parabola d’oro” di Vittorio De Seta</em></a></li>
<li><a href="http://www.argocatania.org/2010/06/27/pescherecci-in-mare-con-vittorio-de-seta/" target="_blank"> <em>27.06.10 &#8211; “Pescherecci”, in mare con Vittorio De Seta</em></a></li>
<li><a href="http://www.argocatania.org/2010/06/20/surfarara-in-miniera-con-de-seta/" target="_blank"> <em>20.06.10 &#8211; “Surfarara”, in miniera con De Seta</em></a></li>
<li><a href="http://www.argocatania.org/2010/06/05/il-cinema-siciliano-tra-parigi-e-new-york/" target="_blank"> <em>05.06.10 &#8211; Il cinema siciliano tra Parigi e New York</em></a></li>
</ul>
</div>
<p>Forse è per questo che il cinema italiano lo ha messo da parte&#8221;. E una spiegazione per la verità se la dà lo stesso regista quando afferma: «La verità è che il cinema è consolatorio e razionalizzante: giustifica. <strong>La gente vuole essere confortata, favoleggiata</strong>». Lui no, non rassicurava, non assolveva.</p>
<p>Ha dovuto lottare sempre, fino al  2006, quando la produzione tentò di bloccare il film <strong>Lettere dal Sahara</strong>. Vinse De Seta e riuscì a portare a Venezia l&#8217;odissea di un senegalese senza permesso di soggiorno accolto da una famiglia di Torino.</p>
<p><strong>Palermitano, di famiglia aristocratica, si è spento a 88 anni</strong> in un paesino della Calabria, Sellia marina, dove da tempo abitava. Ma noi di Argo, il regista di <strong>Banditi a Orgosolo</strong>, premio opera prima a Venezia nel &#8217;61, lo abbiamo ricordato prima che morisse con una serie di post e con i suoi documentari, quelli girati dal &#8217;54 al &#8217;59 e <img class="alignright" src="https://lh3.googleusercontent.com/-qr9saGneu6c/Tcma5TactZI/AAAAAAAAEZo/CajbIdDeLRw/s38/redazione-argo7.jpg" alt="" width="32" height="38" /> riuniti col titolo<strong> La Sicilia rivisitata</strong> che ora vanno in onda su <strong>Rai Storia</strong>. Ve li riproponiamo.</p>
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