Pensare al cane dai cento occhi per un gruppo che vuole stabilire finalmente un contatto tra i tanti, infinitesimali, gruppi di controinformazione a Catania e potenziarne la vista, in modo da farne un essere ubiquo e lungimirante, ci sembra francamente troppo ambizioso. Figuriamoci. Anche nel mito, Ermes, che era il più abile dei ladri, sapeva che non gli era possibile rapire Io senza essere colto in flagrante da uno dei cento occhi di Argo e allora – in tempi più nobili degli attuali- lo fece addormentare al magico suono del suo flauto. Oggi il potere conosce mezzi più spicci per rendere Argo cieco o per assopire il vigile istinto di un cane.

Perché non ripiegare piuttosto sull’altra “Argo”, la nave da cui derivò la saga degli Argonauti, la bella quinquereme fatta di buon legname stagionato del monte Pelio, con la prua adorna di una polena intagliata in una quercia sacra al padre Zeus?
Troppo periglioso fu il viaggio, è vero, non esclusa la tappa nel deserto in cui bisognò caricarsela sulle spalle, per non dire degli scogli in cui andavano a sfracellarsi i naviganti, della terra delle Sirene, Scilla e Cariddi… si trovavano tutti nei pressi della Sicilia, che “Argo” aveva già oltrepassata quando fu travolta dal violento vento del Nordest.
Ma alla fine a Pegase, in Tessaglia, punto di partenza e meta del lungo viaggio di Giasone, riuscirono ad approdare, a conferma che per ognuno la propria terra è la cosa più dolce, e l’impulso di tornare è più forte del godimento di qualsiasi altra ricchezza in altro luogo.
Sì, è vero, ciascuno di noi, prima o poi, ha voglia di tornare alla sua terra, se ad aspettarlo c’è almeno un cane. Non un levriero o un dobermann, magari un cirneco dell’Etna, una specie di Argo, il fedele cane di Ulisse. L’eroe se lo trovò inaspettatamente davanti al suo ritorno, sdraiato su un mucchio di sterco, tutto ossa, tormentato da sciami di mosche e decrepito. Aveva consumato la vita cercando di custodire, come poteva, dalle devastazioni dei Pretendenti la casa del suo padrone. Aveva perso la voce ringhiando a ogni pericolo, ad ogni minaccia di estraneo. Anche all’ultimo, mezzo orbo com’era, troppo stanco per andare a caccia, seppe vedere oltre i mille travestimenti, al di là di ogni maschera, “nudo” il suo Ulisse. Il cane agitò debolmente la coda e drizzò le orecchie riconoscendolo. Dicono che qualcosa di umido, forse una lacrima, cadde sul suo mantello spelacchiato, quando finalmente spirò.

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